L'anno seguente (221, 25 dicembre 835 a 12 dicembre 836) fatta irruzione di nuovo nel paese dell'Etna, se ne tornarono i Musulmani in Palermo con tanta preda di roba, e sopratutto di uomini, che il prezzo degli schiavi molto rinvilì, scrive laconicamente Ibn-el-Athîr. Un'altra schiera che mosse, credo io, lungo la costiera settentrionale non mai prima infestata, arrivò infino a Castelluccio, rôcca in su i monti a mezza via tra Palermo e Messina, e vi fe' anco bottino e prigioni; ma sopraggiunta dal nemico, dopo aspro combattimento, fu sconfitta. L'armata intanto, capitanata da Fadhl-ibn-Ia'kûb, assaliva e spogliava le isolette adiacenti, senza dubbio le Eolie; espugnava poi una fortezza, che volentieri leggerei Tindaro, e parecchie altre rôcche, e vittoriosa se ne tornò a Palermo.[522] Dond'è manifesto che dopo le isole Eolie avesse scorso anch'essa la costiera di settentrione. Nel medesimo anno o piuttosto in quel d'appresso (222, 13 dicembre 836 a 1 dicembre 837) Abu-'l-Aghlab spingeva una grossa schiera capitanata da Abd-es-Selâm-ibn-Abd-el-Wehâb sul territorio di Castrogiovanni; contro la quale sceso il nemico a combattere, andarono in volta i Musulmani, lasciando assai gente sul campo di battaglia e non pochi prigioni, e tra quelli Abd-es-Selâm, che fu indi liberato, forse in uno scambio.[523] Perocchè l'armata ch'era uscita anco questa stagione, scontratasi in quella dei Bizantini, la ruppe, e presele nove grossi navigli e una salandra[524] con tutte le ciurme; e l'esercito, per far vendetta o riavere i prigioni, tornò più forte sotto Castrogiovanni, e vi si messe a campo.

Tra i quali travagli innoltratosi il verno, avvenne una notte che un Musulmano scoprì un di Castrogiovanni che si riduceva in città per viottoli ignoti; e tenutogli dietro, chetamente salì fino al sobborgo ove erano gli alloggiamenti dell'esercito. Donde tornato in fretta il Musulmano a darne avviso ai suoi, tutti s'armarono, s'inerpicarono per quel sentiero; e, superatolo, diedero il grido d'Akbar-allah (è massimo Iddio), e furono addosso ai nemici. Si rifuggivan quegli entro la cittadella, abbandonato il borgo; e fieramente indi resisteano, sicuri nella fortezza del sito. Alfine, dice il cronista, chiesero ed ottennero l'amân; e così i Musulmani carichi di preda se ne tornarono a Palermo.[525] Si deve intendere che i Cristiani profferirono una taglia, e che i Musulmani, stando all'assedio tra i dirupi da una parte e un grosso presidio dall'altra, furon lietissimi di uscir dal pericolo con onore e guadagno. Ma nè s'impadronirono della rôcca, nè rimasero nel sobborgo; perocchè egli è certo che Castrogiovanni fa combattuta per più di venti anni dopo questo accordo; e ognun vede che se i Musulmani vi fossero entrati una volta, non avrebbero di leggieri lasciato sì importante fortezza.

In questo medesimo tempo stringeano Cefalù su la costiera settentrionale, a quarantotto miglia a levante di Palermo; il cui nome gli Arabi scrissero Gefalûdi e Scefalûdi: e ciò mostra ch'abbiano trovato guasta, forse da molti secoli, la pronunzia di Kefalídion.[526] Così addimandarono quella terra i Greci dalla sembianza d'una rupe ritonda, inaccessa, sporgente in mare; la quale sovrasta alla città odierna, e sostenne l'antica oltre venti secoli, incominciando da tempi che non hanno storia; poichè vi si trovano avanzi di mura ciclopiche. Il forte sito la rese città di qualche momento nell'antichità e nel medio evo; e indi a prima vista alcun potrebbe maravigliare che i Musulmani conducessero insieme ambo le imprese di Cefalù e di Castrogiovanni, e ne potrebbe credere la colonia di Palermo assai più potente che non fu nei primi principii. Ma suppliva al numero dei Musulmani l'audacia loro e il terrore dei nemici. Una schiera solea dare il guasto al contado; porsi in luogo forte presso le mura; minacciare chiunque ne uscisse; combattere ed opprimere chi l'osava; spiare l'occasione di qualche colpo di mano: e questo chiamavasi assedio. E l'era, poichè sovente riduceva i terrazzani ad arrendersi, per amor dei poderi, per noia dei disagi, per paura di sè, della famigliuola, della roba, per tutti quei sintomi del pacifico cittadino, come il chiamano per dileggio coloro che il menano a verga. Nondimeno la fortezza del sito o del presidio faceva andare in lungo l'assedio di Cefalù, quando, dell'anno dugentoventitrè (2 dicembre 837 a 21 novembre 838), probabilmente in primavera, giunservi grossi rinforzi per mare. Eran costretti da quelli i Musulmani a levare l'assedio, a combattere molte fazioni,[527] com'e' pare, con disavvantaggio, ritraendosi sempre verso Palermo. Dove risaputa tra questi travagli la morte di Ziadet-Allah, ch'era seguita in Affrica il quattordici di regeb (10 giugno 838), la colonia se ne costernò fortemente, leggiamo negli annali; ma dileguato il primo sbigottimento, si apprestò a mostrare il viso alla fortuna.[528] Donde è chiaro che si temessero nuovi rivolgimenti in Affrica, e si disperasse indi degli aiuti che per avventura si credevano necessarii contro il nemico sbarcato a Cefalù.

Svanirono poi que' timori per lo savio e forte reggimento di Abu-I'kâl-Aghlab-ibn-Ibrahim; il quale succeduto tranquillamente al fratello Ziadet-Allah, seppe contentare le milizie, raffrenare le violenze private, tenere a freno i Berberi, ristorare nella capitale d'Affrica que' ch'eran buoni costumi secondo le idee religiose de' Musulmani. E tosto mandò nuove genti in Sicilia; onde la colonia continuava sue correrie nel dugentoventiquattro (22 novembre 838 a 10 novembre 839), dalle quali, leggiamo che i Musulmani tornassero in Palermo carichi di bottino;[529] e però si vede che la espedizione dei Bizantini a Cefalù era finita, come le precedenti, senza alcun frutto. Con più formidabili appresti i Musulmani uscirono alla campagna l'anno appresso (11 novembre 839 a 29 ottobre 840) nel quale si arreser loro a patti Platani, Caltabellotta, Corleone, e, se ben leggiamo, anco Marineo e Geraci, e molte altre rôcche di cui gli annali non portano il nome.[530] Così anco del dugento ventisei (30 ottobre 840 a 19 ottobre 841) una torma di cavalli diè il guasto al territorio di Castrogiovanni, arse, depredò, fece prigioni, senza che il presidio osasse uscirle incontro. Pertanto scorrendo oltre fino alla fortezza delle Grotte, chè così addimandavasi, scrive Ibn-el-Athîr, per trovarvisi quaranta grotte, i Musulmani la presero e saccheggiarono.[531] Il sito e il nome danno a credere che sia la città che or si chiama Grotte, presso Girgenti, ancorchè parecchi altri luoghi di Sicilia abbiano la stessa denominazione negli annali musulmani, e in Sicilia al par che in Sardegna, in Puglia, in Affrica, in Egitto e altrove, come ognun sa, si veggano assai frequenti coteste stanze tagliate nella roccia in tempi antichissimi, per albergo de' vivi o tomba de' morti. I nomi delle città arrese ai Musulmani tra l'ottocentotrentanove e il quarantuno, bastano a mostrare che fosse ormai signoreggiato da loro tutto il val di Mazara, e lasciato in pace fin qui il rimanente dell'isola. Contuttociò aveano non solo portato le armi nella terraferma d'Italia, ma, quel che più è, fattovi lega con la repubblica di Napoli.

CAPITOLO VI.

Com'ai forti non manca giammai chi abbia bisogno di loro, e, per fuggire altro pericolo più imminente, corra dassè ad avvilupparsi nella rete; così i Musulmani di Sicilia presto trovarono amici in terraferma. L'Italia dopo la morte di Carlomagno era rimasta a un tempo serva, divisa e mal sicura. I principi Franchi, signori della parte settentrionale, impediti da discordie di famiglia e dalla troppa vastità dell'impero non pensavano ad allargare i confini nella penisola. I papi, mezzi principi e mezzi cappellani del novello impero, teneano senza spada l'Italia centrale, insudiciandosi in ogni scandalo della corte di Francia. All'incontro i principi longobardi di Benevento, liberi dal timore dei papi e dei Carlovingi e padroni pressochè di tutta la regione meridionale, agognavano ad occupare quella striscia di costiera, ove, con maravigliosa costanza e poche forze, resistean loro le repubbliche di Napoli, Amalfi, Sorrento, Gaeta. Nelle vicende di cotesta lotta disuguale, Napoli ch'era come capo di quelle città, da Gaeta in fuori, avea promesso tributo ai principi di Benevento. Ma l'ottocentotrentasei, volendosene svincolare l'audace repubblica o crescendo la tracotanza del principe Sicardo, si raccese la guerra. Disperando d'avere aiuti dagli imperatori d'Oriente o d'Occidente, Andrea console di Napoli si volse ai Musulmani di Sicilia. Mandatovi a quest'effetto un segretario, i Musulmani colsero il destro: andarono a Napoli con un'armatetta; la quale costrinse Sicardo a levare l'assedio, a fare un trattato coi Napoletani, ed a render loro i prigioni.[532] Questo principio ebbe la lega della repubblica di Napoli con gli emiri di Sicilia, che durò mezzo secolo, fino al novecento, con tutte le scomuniche dei papi, le minacce degli imperatori e la rapacità e insolenza dei Musulmani. Son corsi già dieci secoli, nè la storia ci rammenta altro intimo accordo che questo tra i due paesi, cristiani, italiani e oppressi entrambi; sì che ben avrebbero avuto ed avrebbero cagione di accostarsi l'uno all'altro, d'amarsi, d'aiutarsi a vicenda!

In altro capitolo si tratterà la guerra condotta dai Musulmani in terraferma; dove si vedranno appieno le conseguenze della detta lega, e si scoprirà la man dei Napoletani che guidava que' pericolosi amici su per l'Adriatico, a fine di gittarli addosso ai Longobardi e di sviarli sempre dalla costiera occidentale. Al quale effetto occorrendo procacciar loro un porto nel lato orientale della Sicilia occupato dai Bizantini, si comprenderà di leggieri come la repubblica di Napoli aiutasse i Musulmani all'assedio di Messina; se pur non fu dessa che lo consigliò.

Andò a questa impresa con l'armata, correndo l'anno dugentoventotto dell'egira (9 ottobre 842 a 28 settembre 843), Fadhl-ibn-Gia'far della tribù di Hamadân; il quale, sbarcato in sul porto, cominciò a stringere la città insieme coi Napoletani che già gli avean chiesto l'accordo, scrive Ibn-el-Athîr. Sparse Fadhl sue gualdane per la campagna; ma nè quei guasti, nè i frequenti e gagliardi assalti dei Musulmani, valsero a sbigottire i Messinesi, eroica gente in tutti i tempi. Alfine, il capitan musulmano, mandata una parte de' suoi a girar dietro i monti e salir da quello che sovrasta alla città, presentò la battaglia, sì com'ei solea fare, dalla marina; attirò a quella parte tutte le forze del presidio: e in questo l'altra schiera irrompeva in città dall'alto; feriva alle spalle i difenditori; li scompigliava; e Messina era presa.[533] Pur non leggiamo che Fadhl vi abbia sparso molto sangue. Il medesimo anno cadde in poter dei Musulmani un'altra città che Ibn-el-Athîr chiama Meskân, o Miskân;[534] importante al certo, poich'ei ne fe' menzione; ma non ritrovo tal nome appo i geografi antichi, nè altrove. Se si leggesse Mihkân, che veggiamo in Edrisi, risponderebbe ad Alimena; la quale è terra in sito assai forte, a cavaliere su la riva del Salso e in su la strada che mena da Palermo nel Val di Noto valicando le Madonie a Caltavuturo: sentieri alpestri, tinti di molto sangue in quelle guerre.[535]

E veramente non tardava lo esercito di Palermo ad assaltare il Val di Noto. Espugnovvi dell'ottocento quarantacinque le rôcche di Modica,[536] città antica, le quali così al plurale sono ricordate nella cronica di Cambridge; e ciò mostra che parecchi castelli difendessero i poggi frastagliati da due burroni, ov'oggi siede la città. Forse l'anno medesimo, i Musulmani capitanati da Abu-'l-Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iakûb-ibn-Fezâra, ebbero a combattere un esercito in quella provincia. Par che alla morte di Teofilo (20 gennaio 842) la ristorazione del culto delle immagini, savio provvedimento poichè tanto lo sospiravano i popoli, abbia dato riputazione alla reggenza dell'imperatrice Teodora appo i Siciliani. Scorgiamo, in fatti, da uno scritto contemporaneo[537] il bollor delle passioni che destò in Sicilia la festa della Ortodossia, istituita in quell'incontro, da far quasi dimenticare che i Musulmani occupavano mezza l'isola e guastavano l'altra metà. La reggenza, alla quale mancò la virtù ma non il ticchio della guerra, volendo usar quello zelo popolare, apprestò allora un esercito per la Sicilia. Mandovvi le milizie del tema di Kharsiano, così detto da una città dell'Asia Minore, le quali si davan vanto d'essere le più valenti dell'Impero;[538] ma fecero prova contraria in questo incontro. Venute alle mani con Abbâs nelle campagne, cred'io, di Butera, furono rotte con grandissima strage: nove o diecimila uomini uccisi, combattendo no, ma fuggendo; perocchè i Musulmani, vogliosi di esagerare l'agevolezza di lor vittoria, ebber fronte di dire che tre soli credenti vi avessero incontrato il martirio.[539]

D'allora in poi non lasciaron tranquilla quella regione. Andati l'anno dugentotrentadue dell'egira (27 agosto 846 a 15 agosto 847) all'assedio di Lentini, antica e notissima città, Fadhl-ibn-Gia'far, il vincitor di Messina, che li capitanava, trovò modo di terminar presto la impresa. Risapendo che i cittadini avessero chiesto soccorso al patrizio il quale si chiudea con le genti a Siracusa o a Castrogiovanni, e che quegli avesse ordinato con essoloro uno assalto da prendere in mezzo i Musulmani, Fadhl ritorse lo stratagemma contro il nemico. Mandato ad accender fuoco per tre notti sopra un monte a vista della città, chè tal segnale era ordinato per annunziare la venuta del patrizio al quarto dì, il capitano musulmano lasciò poche genti sotto Lentini; pose le altre in agguato; e commise alle prime che alla sortita dei cittadini facessero sembiante di fuggire verso l'agguato. E al quarto dì i Lentinesi, armatisi popolarmente per andare a sicura vittoria, la credettero guadagnata ad un soffio, quando videro i Musulmani volger le spalle: onde tutti si posero a inseguirli; nè rimase in città uom che potesse combatter bene o male. Trapassato il luogo delle insidie, i fuggenti rifan testa; le altre schiere avviluppano i Cristiani; li mettono al taglio della spada: e pochissimi ne camparono in città. Pertanto questa s'arrese, non guari dopo, salve le persone e gli averi.[540]