Ripigliavano in questo tempo i Siciliani l'impresa di scrivere la storia, della quale si credean ormai raccolti tutti i materiali. Saverio Scrofani da Modica (morto il 1835) la trattò leggermente, nei Discorsi su la Dominazione degli Stranieri in Sicilia (Parigi 1824). Pietro Lanza da Palermo principe di Scordia e in oggi di Butera, ne fece argomento di una prolusione accademica recitata il 1832: lavoro giovanile, breve per sua natura e pur più sodo assai che quello del provetto Scrofani. Carmelo Martorana da Palermo diè fuori nel medesimo tempo le Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, che dovean far quattro libri e altrettanti volumi, ma ne son usciti due soli (Palermo 1832-1833). Oltre il Rerum Arabicarum, egli adoprò i trattati di storia ed erudizione orientale pubblicati in Italia e fuori infino al 1830: dettò una compilazione posata, fornita di nozioni su la società musulmana, condotta per lo più con buona critica: ma non parmi che salga alla dignità della storia; oltrechè vi mancano di quelle stesse notizie che si poteano raccogliere in Sicilia, se all'autore non parea superfluo d'apprender l'arabico.

Da quel tempo in poi, quel poco che si è fatto in Sicilia e altre province italiane è stato nei rami sussidiarii alla storia; se non voglia eccettuarsi il brevissimo compendio di Davidde Bertolotti, intitolato Gli Arabi in Italia, Torino 1834. Il signor Mortillaro da Palermo, discepolo del Morso, ha pubblicato un brano di diploma,[10] parecchie iscrizioni di vasi e suggelli, una lista dei MSS. arabici che sono in Sicilia, ed alcuni elementi di lingua arabica e di storia musulmana ec.: un intero volume, nel quale trovo da lodar solo i rami delle iscrizioni che sono ben fatti, e il saggio d'un catalogo delle monete e vetri arabici fabbricati in Sicilia.[11] Mi occorrerà forse di correggere qua e là qualche errore del signor Mortillaro, di quei soli che recherebbero torto alla verità storica; non dovendosi appuntare tutti gli altri nelle opere di chi non ha avuto comodo di bene studiar quella lingua. E il farò a malincuore, perchè mi annoiano mortalmente i pettegolezzi letterarii, e perchè temo che la critica non si apponga a nimistà. Ma, qualunque sia l'animo mio verso l'autore, io tengo che la condotta politica d'un uomo non abbia nulla di comune col merito dei suoi studii; e sarei il primo ad applaudir come scrittore tale o tal altro che punirei come cittadino con tutta la severità delle leggi, se mai le vicende mi chiamassero nuovamente alla esecuzione delle leggi. Così, scrivendo poc'anzi del Martorana, io rivoluzionario impenitente del 1848, dimenticava ch'ei fu allora Prefetto di Polizia in Palermo e che imprigionò gli amici miei. Tornando all'argomento, mi rimane a dir di Giuseppe Caruso, attuale professore di arabico in Palermo, il quale ha pubblicato non male tre diplomi arabici, studiati già da Tardia, Di Gregorio e Morso, che ne sapeano poco più o poco men di lui.[12] Infine dobbiamo a Domenico Spinelli da Napoli un'opera numismatica che risguarda indirettamente le colonie musulmane di Sicilia.[13]

Gli ultimi saggi storici su quelle colonie, son opera di stranieri e li ha promosso l'Istituto di Francia. A misura che si approfondivano le vicende dell'incivilimento europeo, si vedea di quale momento vi fossero stati i Musulmani di Sicilia. L'Accademia, dunque, delle Iscrizioni proponea per l'anno 1833 un premio a chi presentasse il miglior saggio storico su le incursioni e dominazioni dei Musulmani in Italia.[14] Il premio, differito più volte, fu accordato, l'anno 1838, a M. Des Noyers, bibliotecario al Museo di Storia Naturale di Parigi, in merito di un prospetto, che si stampò a pochi esemplari, nel quale l'autore tratteggiò quei conquisti con le cagioni e conseguenze loro, e diè il disegno e fin la tavola dei capitoli di un'opera da dividersi in due parti; cioè racconto storico e influenza della Sicilia musulmana nei varii rami di civiltà. Ei non compilò l'opera, nè so se l'abbia or fatto; ma di certo non l'ha pubblicato. Non conoscendo l'arabico, M. Des Noyers dovette star contento ai materiali tradotti; ai quali s'aggiunse in quel tempo il capitolo d'Ibn-Khaldûn su la Sicilia, dato in arabico e in francese, con acconcia prefazione e note di molta dottrina, da M. Noël Des Vergers. M. César Famin si affrettò a stampare nel 1843 il primo volume d'una Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie, il quale arriva all'878; lavoro di picciol conto, di cui l'autore non so se pria di morire abbia lasciato manoscritta la continuazione.

Il premio proposto dall'Istituto avea allettato altresì Giovanni Giorgio Wenrich, professore di Letteratura biblica a Vienna, e noto per eruditi lavori su le versioni orientali degli autori greci e su la origine della poesia ebraica ed arabica. Ritoccata, dopo l'esito del concorso, cotesta novella opera, ei diella a stampa in Lipsia il 1845, sotto il titolo di: Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus... gestarum, Commentarii. È dettata in elegante latino, con dignità, concisione e diligenza. L'autore molto si aiutò dei lavori del Martorana; accoppiò il metodo seguíto da costui con quello di M. Des Noyers; aggiunse i fatti che risultavano da' testi arabici pubblicati dopo il Di Gregorio; ma non fe' novelle ricerche nei MSS.; talchè non accrebbe di molto il patrimonio del Martorana.

I materiali su i quali si è lavorato fin qui, mettendo da canto i greci e i latini, sono stati: la Cronica di Cambridge, parte del Nowairi, parte di Scehâb-ed-dîn-'Omari, parte d'Ibn-Khaldûn, poche biografie d'Ibn-Khallikân, pochi ragguagli biografici e bibliografici del Casiri, e qualche squarcio d'Ibn-el-Athîr messo da M. Des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn detto. Il Martorana e il Wenrich si sono avvalsi, inoltre, d'una compilazione italiana della quale è mestieri ch'io faccia parola: cioè gli Annali Musulmani del Rampoldi. Quest'erudito italiano, morto a Milano in età avanzata il 1836, avea fatto in gioventù lunghi viaggi in Oriente; dei quali, nè delle altre vicende di sua vita non ho potuto avere ragguagli; ancorchè vi si fossero adoperati alcuni amici in Milano. Nelle opere sue ritrovo, ch'ei soggiornò in Siria e al Cairo nel 1784, al Cairo stesso nel 1785; e non so quando a Smirne:[15] pertanto è molto probabile ch'egli intendeva l'arabico volgare. Che abbia conosciuto profondamente la lingua, nol credo; mostrandosi ignaro talvolta delle più ovvie forme grammaticali, delle più trite etimologie; per esempio la voce sceikh ch'ei fa derivare dal persiano sciah (re). Di più si ritrae ch'egli attinse spesso alle versioni europee, anzichè agli originali; poichè trascrive i vocaboli arabici con ortografia or francese ora inglese e non mai italiana: come djeami (moschea cattedrale) in luogo di giami; Jannabi, Jaafar, nomi proprii, per Giannabi, Giafar, ec. Nè va preso sul serio l'infinito numero di citazioni ch'egli infilza, di nomi d'autori arabi e persiani, quand'ei non distingue quelli veduti da lui stesso dagli altri allegati su le citazioni altrui. Pei fatti di Sicilia sparsi negli Annali, il Rampoldi non sempre cita; talvolta nomina il Nowairi, dicendo tutto il contrario di lui; o segue la Cronica di Cambridge senza punto farne menzione; e in un sol caso, certe avvisaglie cioè tra Cristiani e Musulmani nell'887, si riferisce al Nighiaristan, o meglio avrebbe scritto Nigâristân. Compilazione questa è di aneddoti, scritta in persiano nel decimosesto secolo, della quale v'ha a Parigi parecchi MSS., e una edizione di Calcutta in litografia: ma nulla vi si trova intorno la Sicilia; come mi afferma il dotto orientalista M. De Frémery, ch'io pregai di percorrerla, poichè ignoro il persiano. Gli avvenimenti delle altre province musulmane, per quanto io ne abbia potuto vedere, non son trattati con maggiore diligenza. Pertanto questo gran lavoro in dodici volumi, che offre del resto giudiziose osservazioni locali, molta erudizione, idee vaste e filosofiche e fors'anco fatti genuini che invano si cercherebbero altrove, questo lavoro, io dico, rimarrà come inutile; non sapendosi il più delle volte se i racconti sian tolti da buone sorgenti, se l'autore citi con esattezza, o se aggiunga del suo altre circostanze ch'ei confusamente si ricordava o che gli pareano necessarie a compiere il cenno dei cronisti. Si potrà cavar partito dagli Annali del Rampoldi, se mai cadranno in man di qualche valoroso orientalista i MSS. arabi o persiani ch'ei lasciò, i quali non ho potuto sapere nè quanti, nè quali, nè dove fossero. Allora si potrà veder chiaro in tal miscuglio di elementi. In questo mezzo ho dovuto rigettare assolutamente l'autorità del Rampoldi.


Or ne vengo ai miei proprii lavori. Quand'io giunsi a Parigi, perseguitato per avere scritto il Vespro Siciliano, che già corre il duodecim'anno, mi parve come un obbligo di tentar la Storia dei Musulmani di Sicilia; pensando che tra tanti uomini più capaci di me, italiani e stranieri, niuno potea avere insieme lo zelo e le cognizioni locali d'un siciliano e i comodi grandissimi che a me dava il soggiorno di Parigi. Come il solo modo di riuscir nell'intento era la ricerca di novelli materiali, così io non esitai a giocar dieci anni di fatica in questa maniera di scavi d'antichità. Appresi l'arabico a Parigi; confrontai i testi del Di Gregorio coi MSS. originali; mi diedi a raccogliere frammenti storici, descrizioni geografiche, biografie, e le prose e poesie degli Arabi Siciliani, e i titoli di lor opere perdute, e quanto fosse stato scritto in arabico da Siciliani o da Arabi qualunque su la Sicilia e i suoi abitatori. Molti materiali ho trovato da me stesso nei MSS. arabici di Parigi, Oxford, Londra, Leyde: altri ne ho avuto per favor di amici da Leyde, Cambridge, Heidelberg, Madrid, Pietroburgo, Tunis, Costantina; altri son usciti alla luce dal 1842 a questa parte: e, se non ho potuto frugar tutte le biblioteche di Alemagna, Italia e Spagna, i cataloghi stampati mi assicurano che poco o nulla era da sperarne. Cotesti materiali, escluse le poesie che non abbiano importanza storica, faranno una Biblioteca Arabo-Sicula; nella quale mi è parso di dar luogo ad alcuni squarci di autori arabi relativi alla storia di Sicilia del XIII e XIV secolo, ancorchè non trattino dei Musulmani dell'isola. Alla stampa dei testi, che non era impresa da autore povero, nè da libraio d'Italia o fosse pur di Francia e Inghilterra, ha provveduto, per sommo zelo delle lettere, la Società Orientale di Alemagna, alla quale io ne feci domanda; e fu benignamente accolta, per la premura che s'era data il dottissimo professore Fleischer di Lipsia, pubblicando un prospetto di quella mia raccolta. A spese dunque di quella dotta Società si stamperanno i testi a Gottinga, in un volume. La versione italiana in due volumi con note nella parte geografica, cavate dai diplomi dell'undecimo secolo in giù, si pubblicherà, com'io spero, in Italia, nel sesto medesimo del volume arabico, in guisa da potersi vendere con quello o senza. Il duca di Luynes, benemerito dell'Italia per le edizioni di Matteo da Giovenazzo, dei Monumenti Normanni e Svevi del regno di Napoli, e dello splendido Codice diplomatico di Federigo Secondo imperatore, e per un gran lavoro, al quale attende, su le monete puniche di Sicilia, ha cortesemente assentito a fare una carta comparata della Sicilia, ordinata in questo modo: che si corregga a cura sua la carta in quattro fogli dell'ufficio topografico di Sicilia; ed egli indi vi noti i nomi antichi; io vi trasporti gli arabici ricavati da Edrisi e altre fonti; e la carta si stampi a due colori, in guisa da mostrare a colpo d'occhio il riscontro dei luoghi attuali, del XII secolo e dell'antichità. Con la solita munificenza, l'egregio archeologo francese ha profferto di far incidere questa carta a proprie spese.

Nella Biblioteca Arabo-Sicula mancheranno, come accennai, le poesie non relative a fatti storici e inoltre le notizie dei manoscritti arabi di Sicilia, i diplomi, le iscrizioni e le monete. Quanto alle prime, che prenderebbero uno o due volumi di testo, io le ho copiato; ma non sarà facile trovare i mezzi di stamparle, nè preme. Il resto son lavori male abbozzati fin qui, e da rifarsi tutti in Sicilia. Tale il catalogo dei MSS. della Lucchesiana di Girgenti, Biblioteca de' Gesuiti in Palermo, Monastero di San Martino presso Palermo, e Biblioteca Vientimilliana di Catania, i quali sommano ad una cinquantina, secondo la lista che ne mandò il signor Mortillaro al Cardinal Mai.[16] Va fatta di pianta la collezione dei diplomi arabici dei tempi normanni, la più parte inediti, pochi pubblicati, così così, da Di Gregorio, Morso, Giuseppe Caruso, Mortillaro; e un solo correttamente, il quale dobbiamo a M. Des Vergers.[17] I diplomi si dovrebbero ricercare nel Monastero di Morreale; Cattedrale, Cappella Palatina e Commenda della Magione in Palermo; vescovati di Catania, Girgenti, Patti, Cefalù, e in tutti altri archivii ecclesiastici e pubblici; e sarebbero da vedersi le copie che per avventura se ne trovassero nelle biblioteche: il quale lavoro richiederebbe e tempo e spesa e pazienza contro gli ostacoli e pratica a leggere i MSS. arabici e libertà di viaggiare in Sicilia. Similmente le iscrizioni lapidarie, o di vasi, gemme e drappi, date da Di Gregorio. Morso, Lanci e Mortillaro, e una anco da me e le molte altre inedite, voglionsi quasi tutte verificar sopra luogo da occhi esercitati, e rintracciarne delle altre sugli edifizii e nei musei e per le case. Per la numismatica, infine, è da eseguire in grande il lavoro principiato dal Mortillaro e da me sopra commendato. Cioè si debbono esaminare in Palermo le collezioni di monete e vetri dei Gesuiti, o della Università degli Studii, alla quale ne furono legate circa 300 dal Cavalier Poli; quella di Monsignor Airoldi, testè donata alla Biblioteca Comunale, e le altre di privati: si debbono estendere le ricerche a tutta l'isola; scevrare le monete false dalle vere; confrontarle coi cataloghi stampati dal Castiglioni a Milano, dallo Spinelli a Napoli; ed oltremonti, da Tychsen, Adler, Marsden, Moëller, Fraehn, Soret, ec.; ricercarne infine per tutte le grandi collezioni d'Europa, il che io ho fatto soltanto in quella di Parigi. Per necessità lascio dunque ad altre persone, o rimetto ad altro tempo, coteste ricerche, dalle quali la Storia non potrà cavar altro che qualche nome e qualche data svelati dalle monete e iscrizioni; qualche particolarità di diritto pubblico e qualche altro nome proprio e topografico forniti dai diplomi del duodecimo secolo; e qualche notizia artistica o filologica.

Da tal classe di materiali ho dovuto rigettare due notizie date dal Mortillaro. L'una risguarda Abi-Kanom (sic) ben Mohammed ben Osman segestano, autore del Kitabo-l-Nachli ossia Libro delle palme, MS. dell'anno 1004 dell'era cristiana, posseduto dal Monastero di San Martino presso Palermo.[18] Tal titolo e nome van corretti Kitâb-el-Nahl wal-'Asl, (Trattato delle api e del miele) di Abu-Hâtim-Sahl-ibn-Mohammed del Segestân;[19] chè di quella provincia di Persia si tratta e non di Segesta in Sicilia, distrutta molti secoli innanzi il conquisto musulmano. Perciò si tolga dal novero degli scrittori Arabi Siciliani questo Segestano postovi da alcun compilatore di Giornale di Scienze e Lettere, che un tempo si pubblicava in Palermo sotto gli auspicii della Polizia e la direzione del Mortillaro.[20] Va eliminato al pari un Hâmid-ibn-Ali, che il Mortillaro suppose siciliano, senza per altro affermarlo, nella illustrazione di un bell'astrolabio in ottone che v'ha in Palermo,[21] delineato il 343 dell'egira (954-955) dal detto Hâmid, e, com'io credo, copiato sul metallo qualche secolo appresso,[22] per uso d'un personaggio, il cui nome va letto Scerf-ed-dîn-Ahmed-ibn-Mongiâ-ibn-Nâgi-ibn-Mohammed, della tribù di Sa'd, nato o dimorante in Zenkelûn, terra in Egitto.[23] Il nome dell'autore va bene, e anco il tempo in cui visse; poichè l'astronomo Ibn-Iunis, che morì il 1008, cita appunto tra i più celebri costruttori di astrolabii questo Hâmid-ibn-Ali, da Wâset, aggiugne egli, e così toglie luogo ad ogni contesa su la patria.[24]

Raccolti e studiati i materiali, senza rimorso di lasciarne addietro che fossero di momento, ho scritto la Storia, scopo di quelle mie ricerche. E comincio a pubblicarla prima della Biblioteca Arabo-Sicula, sì che ne presento adesso il primo volume, e gli altri due intendo stamparli a un tempo con quella raccolta. Ho cavato i fatti, in primo luogo dai settanta scrittori arabi, inediti la più parte, che compongono la Biblioteca; i nomi dei quali, accompagnati di cenni biografici e bibliografici, si leggeranno nella seconda parte della Tavola Analitica in fin di questa Introduzione. Indi il lettore potrà giudicare delle autorità che si citano in tutto il corso dell'opera. Primeggian tra quelle il Riadh-en-Nofûs, la Cronica di Cambridge, Imâd-ed-dîn, Ibn-el-Athîr, il Baiân, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Tigiani, Ibn-Haukal, Edrisi, Ibn-Giobair. Dei settanta poi, qual mi ha fornito un centinaio di pagine, qual due o tre righi, qual fatti nuovi e importanti, e qual noiose ripetizioni o racconti che mal reggono alla critica. Pochi contengono tradizioni primitive; sendo perdute le migliori croniche musulmane della Sicilia, e non rimanendone che i nomi di dieci autori ch'ho noverato nella prima parte della Tavola. Pur l'uso degli annalisti arabi a copiare le croniche troncandole qua e là, anzi che rimpastare i fatti nel proprio stile, ci ha conservato in parte le prime scritture. In generale le croniche e annali arabi sono diligenti nelle date; accennano i fatti anzi che narrarli; difettan di critica; non raccontano nè cagioni nè conseguenze nè gli episodii, in cui si vegga l'indole, le fattezze e le passioni degli attori. Fa eccezione a questo qualche biografia. Lavorando su elementi di tal fatta, chi voglia scrivere la storia com'oggi la s'intende, è trattenuto ad ogni passo, costretto a indovinare, a far supposizioni, a mettere in forse, e sovente è strascinato ad imitare l'andatura monotona degli originali. Per buona sorte, la tendenza del secol nostro ai lavori storici ha fatto pubblicare, da una trentina d'anni a questa parte, molti testi, versioni e dotti comenti, mercè i quali si comprendono ormai pienamente gli ordini politici, le leggi civili, penali e di culto, l'indole delle sètte religiose, le vicende delle scienze e lettere, tutti in somma i fatti generali della Storia dei Musulmani: e ciò supplisce a molte lacune degli annali. Fra coteste opere sol ricorderò l'Ahkâm-Sultanîa di Mawerdi, trattato fondamentale di dritto pubblico, da me studiato sopra un MS. di Parigi, ed or meglio assai su la edizione che ne diè l'anno scorso il dottor Enger a Bonn. Altri lumi ho cavato dai MSS. parigini di Ibn-abd-Rabbih, Ibn-Kutîa, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ec.