Degli scrittori bizantini e latini sarebbe superfluo a presentare una tavola analitica. Tra i primi, ho preferito sempre gli originali ai copisti; e però la Continuazione di Teofane, che ci accompagna per gran tratto di queste istorie, al Cedreno, seguíto da alcuni moderni non so per quale predilezione. Quasi sempre ho adoperato, come più recenti, le edizioni di Bonn. Oltre gli autori ch'ebbero alle mani il Martorana e il Wenrich, è adesso di ragion pubblica il libro di Eustatio, arcivescovo di Tessalonica, su la espugnazione di quella città per le armi siciliane nel 1185; dove si ritrovano particolari prima ignoti, e alcuni toccano i Musulmani che rimaneano in Sicilia. Quanto agli scrittori latini usciti in luce dopo il Muratori, ho cavato partito dalle croniche: di Giovanni Diacono di Venezia, pubblicata da Zanetti e indi nel Pertz; del monaco Amato che tanto rischiara i fatti del conquisto normanno, data dallo Champollion; di Benedetto monaco di Sant'Andrea, nel Pertz; di Marangone, nell'Archivio Storico Italiano; e dalla poesia latina su la impresa de' Pisani e Genovesi a Mehdîa nel 1088, per la quale mi son servito della edizione di M. Du Méril. Ho rigettato, per esserne evidente la falsità, i Chronici Neapolitani Fragmenta; il Chronicon Arnulphi monachi; e le interpolazioni alla Cronica della Cava: tutte fatture di Francesco Pratilli, erudito napoletano del secol passato, appigliatosi a tal tristo espediente, per ticchio di gareggiar col Muratori. Alcune agiografie greche e latine, vagliate con giusta diffidenza, mi han pure fornito fatti degni di fede: tali, tra le greche, la Vita di San Giovanni Damasceno; quella di Sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli; quella di San Nilo il Giovane; e gli squarci di quella di San Niceforo vescovo di Mileto pubblicati da M. Hase nelle note a Giovanni Diacono Caloense; tali i testi o versioni in latino che si trovano nel Gaetani, delle quali la raccolta dei Bollandisti offre talvolta i testi greci, e sempre dà qualche correzione. I diplomi greci e latini di Sicilia mi hanno aiutato sopratutto allo studio dei nomi topografici, ch'era necessario per conoscere le città o villaggi dell'XI e XII secolo, i quali alla cacciata dei Musulmani rimasero in parte abbandonati, con immenso danno dell'agricoltura Siciliana, non riparato dopo sette secoli. Oltre le collezioni di Pirri, De Grossis, Lello, Mongitore, ec., ho cavato quei documenti dai tabularii stampati di alcune chiese, dal Giornale Ecclesiastico di Sicilia, e dalla Historia Diplomatica Friderici Secundi Romanorum imperatoris, della quale son già usciti cinque volumi, a cura di M. Huillard-Breholles e spesa del duca di Luynes. Infine ho tratto alcuni ragguagli di Storia letteraria dai MSS. latini della Biblioteca imperiale di Parigi Ni. 7310, 7281, 7406, e Fonds Saint-Germain 1450. Il primo dei quali, studiato un tempo dall'Humboldt,[25] è versione dell'Ottica di Tolomeo, fatta, sopra una versione arabica, da Eugenio ammiraglio del reame di Sicilia; il quale altresì tradusse dal greco le profezie dette della Sibilla Eritrea, di cui v'ha tre MSS. a Parigi. I citati MSS. 7281 e 7406 sono compilazione latina di un Giovanni di Sicilia su le notissime tavole astronomiche, dette Alfonsine, del giudeo Arzachele da Toledo. Allo stesso Giovanni di Sicilia, o altro di tal nome, appartiene il MS. 1450 Saint-Germain, ch'è trattato di rettorica.

Lo argomento e divisione cronologica del presente lavoro è esposto a capo del primo libro. Cotesto disegno non coincide con quello dell'Accademia delle Iscrizioni, seguíto dal Wenrich. Da una mano io ho voluto ristringere il campo alla Sicilia. Le guerre dei Musulmani in Italia dal VII al XII secolo fanno due ordini di avvenimenti, dei quali il primo dà argomento a Storia particolare, l'altro no; anzi questo non si potrebbe accoppiar con quello altrimenti che negli Annali generali d'Italia. L'uno è la guerra, prima d'infestagione poi di conquisto, che movea dall'Affrica propria; portava lo stabilimento delle colonie musulmane in Sicilia; tentava la Terraferma dallo stretto di Messina al Tevere; e vi lasciava, con orribili guasti, anco qualche elemento di civiltà. L'altro ordine si compone di scorrerie minori dei Musulmani or d'Affrica or di Spagna, le quali affliggeano la Sardegna, la Corsica e la riviera dalla foce del Tevere alle Alpi Marittime: calamità disparate e senza compenso. Perciò ho accennato queste di passaggio nella narrazione delle cose operate dai Musulmani in Sicilia; ma ben ho raccontato distesamente i casi dell'Italia Meridionale, poichè sono connessi a quei di Sicilia. Da un'altra mano, dovendo esporre le condizioni d'ogni maniera in cui si vivea nell'isola innanzi il conquisto musulmano, ho preso le mosse necessariamente dai tempi più antichi in cui ebbero origine: a che non pensarono i dotti stranieri lodati di sopra. Dopo la dominazione musulmana, ho toccato i fatti principali dei monarchi normanni di Sicilia e dei due primi di Casa Sveva; e l'ho scritto tanto più volentieri, quanto i testi arabi me ne davano ragguagli ignoti per l'addietro. Mi son fermato alla deportazione dei Musulmani di Sicilia in Puglia; parendomi opera insensata ad abbozzare le vicende della colonia di Lucera su i vaghi cenni dei cronisti, quando stan sepolte nei registri angioini di Napoli centinaia di documenti su quella colonia: chè moltissimi ne vidi io stesso il 1840 e n'usai parecchi nella Guerra del Vespro Siciliano. Se un giorno avverrà che l'Archivio di Napoli sia aperto liberamente agli eruditi, altri, con migliori auspicii che i miei, intraprenderà così fatto lavoro. Ho dato poi altr'ordine alle materie. I miei predecessori conduceano la cronica dal principio alla fine, e poi ripigliavano da capo a far la storia legislativa, religiosa, morale, letteraria, artistica ed economica. In luogo d'imitarli, meglio mi è parso di presentare i fatti, di qualunque classe, a misura che sviluppansi ed operano. Pertanto ho interrotto spesso la narrazione delle guerre e vicende politiche, per descrivere i fenomeni civili e intellettuali che n'erano a vicenda effetti e cagioni: in vece di percorrere l'una dopo l'altra tante linee di racconti, le ho troncato ad epoche, e disposto i tronchi parallelamente l'uno all'altro; amando a seguire, il più che potessi senza ingenerar confusione, l'ordine dei tempi, che mi par logico sopra ogni altro. In fin del terzo volume porrò un indice dei nomi proprii e di luoghi, e una tavola alfabetica degli autori citati in tutto il corso dell'opera, indicando le edizioni o MSS. di cui mi sia servito. I nomi o altre voci arabiche saranno trascritti, rendendo le lettere e segni dell'alfabeto arabico d'Oriente nel modo che segue:

1. Elif a italiana.
2. Ba b id.
3. Ta t id.
4. Tha th inglese.
5. Gim g italiana.
6. Ha h latina.
7. Kha kh italiana.
8. Dal d id.
9. Dsal ds id.
10. Ra r id.
11. Za z id.
12. Sin s id.
13. Scin sc avanti le vocali e, i, e sci o sce avanti le altre; sempre col suono della ch francese e sh inglese.
14. Sad s italiana.
15. Dhad dh id.
16. Ta t id.
17. Za z id.
18. Ain — suono particolare che si rende con un '.
19. Ghain gh italiana.
20. Fa f id.
21. Kaf k id.
22. Caf k id.
23. Lam l id.
24. Mim m id.
25. Nun n id.
26. Hè h, e quando è finale, si sopprime o si rende t.
27. Waw w inglese.
28. Ia i italiana.

La vocale fatha si rende e, e quando è seguíta dalla alef di prolungaz., â.

La vocale kesra si rende i ed î nel detto caso.

La vocale dhamma si rende o ed û nel detto caso.

Mi rimane adesso a rendere testimonianza degli aiuti altrui. Debbo ai signori Reinaud e Hase, professori, l'un d'arabico, l'altro di greco moderno, nella École des Langues Orientales vivantes a Parigi, quel che so di dette due lingue e della paleografia appartenente all'una o all'altra: debbo loro inoltre di avermi avviato allo studio della erudizione musulmana e bizantina, non meno che guidato nelle ricerche su manoscritti o libri stampati. Mi diè consigli di questa fatta, nel primo anno de' miei studii, il barone Mac-Guckin De Slane, dotto orientalista. E, in ogni tempo, i due professori lodati di sopra m'assisteano cortesemente, anzi amorevolmente, nella interpretazione di qualche passo di testo, o in altra grave difficoltà.

Dissi di sopra che altri mi procacciava copie di parecchi testi arabi. Riconosco tal favore, innanzi ogni altro, dal mio amico il dottor Dozy, or professore d'istoria nella Università di Leyde; il quale, studiando quella ricca collezione di manoscritti, ne prese quanto potea giovare al mio intento. Altri estratti di testi mi sono stati mandati cortesemente da M. Alphonse Rousseau, primo interprete della Legazione francese a Tunis; dal dottor Weil, bibliotecario a Heidelberg; dal professore Gayangos di Madrid; da M. Cherbonneau, professore d'arabo a Costantina; dal signor Wright; e dal conte Miniscalchi da Verona, benemeriti delle lettere arabiche. Tra i non orientalisti, il Conte di Siracusa mi fece ottenere nel 1846 copia di un MS. di Madrid; il duca di Serradifalco impetrò per me lo stesso anno il prestito di un manoscritto di Pietroburgo, il quale mi fu mandato a Parigi per mezzo della Legazione di Russia, con liberalità di cui debbo lodar quel governo, non ostanti le mie opinioni politiche le quali non ho bisogno di ripeter qui. L'ingegnere alemanno signor Honnegar, venendo alcuni anni fa da Tunis a Parigi, mi recò altri squarci di testo, fatti copiare per conto mio. Il lucido d'una iscrizione di Sicilia e alcune notizie bibliografiche ebbi nel 1846 per favore dell'erudito principe di Granatelli, al quale io era obbligato d'altronde per assai più efficaci prove di amistà. Altri lucidi di iscrizioni mi ha fatto copiare il duca di Serradifalco, chiaro per opere archeologiche, e ne tengo anche dal mio amico Saverio Cavallari, ingegnere e archeologo. Debbo far menzione ancora del mio fratel cognato Giuseppe di Fiore, per varie notizie raccoltemi in Sicilia; del dotto ellenista siciliano Pietro Matranga, per aver procacciato il confronto di un testo arabico alla Vaticana; e del signor Power bibliotecario a Cambridge, e del defunto Samuel Lee professore in quella Università, per altro simil favore.

Mentre io studiava in Parigi, risegnato lo impiego nel Ministero di Palermo e lo stipendio di quello che m'era unico mezzo di sussistenza, parecchi amici dal 1844 al 1846 mi soccorsero di danaro, da rimborsarsi col prezzo dell'intrapreso lavoro. Il fecero per benevolenza verso di me, e zelo per un'opera che speravano illustrasse la storia del paese: tra i quali se alcuno partecipava delle mie opinioni politiche e altri allora vi si avvicinava, altri non era meco legato che di privata amistà; nè questa associazione ebbe mai indole nè scopo politico, foss'anco di mera dimostrazione. L'associazione fu promossa dal barone di Friddani e da Cesare Airoldi, nominato di sopra; la secondarono in Sicilia Mariano Stabile, amico mio dalla fanciullezza, il principe di Granatelli e altri amici; e lo Stabile si incaricò di riscuotere il danaro in Sicilia, e, riscosso o no, me ne somministrava. Io accettai la profferta. Soscrissero Cesare Airoldi, Massimo d'Azeglio, la signora Carpi, il barone di Friddani, la famiglia Gargallo, Giovanni Merlo, Domenico Peranni, il marchese Ruffo, il duca di Sammartino, il principe di Scordia, il conte di Siracusa, Mariano Stabile, il signor Troysi, e quegli che primo mi avea confortato agli studii storici tanti anni innanzi, il carissimo mio Salvatore Vigo; i nomi dei quali ho messo per ordine alfabetico. Non tutti fornirono la stessa somma di danaro: poichè chi pagò in una volta tutte le cinque quote di ogni messa, le quali si doveano fornire successivamente; e chi fu richiesto d'una o due quote, e non fu sollecitato per le altre: i particolari del qual conto van trattati tra me e i soscrittori, e al pubblico non ne debbo dir altro che il beneficio e la gratitudine mia. Mutato alla fin del 1846 il disegno della pubblicazione, e intrapresa questa dall'editore signor Le Monnier, io non ho altrimenti usato, d'allora a questa parte, il comodo che mi aveano offerto sì liberalmente i soscrittori.

Parigi, luglio 1854.