Sparso intanto il nunzio tra le popolazioni cristiane dell'isola, soggette o no ai Musulmani, le quali per trent'anni avean guardato alla rôcca di Castrogiovanni come a pegno di liberazione, alla prima n'ebber tale uno spavento che gli Arabi si affrettavano a scrivere avvilito e conculcato in quella stagione il politeismo di Sicilia. Ma succedendo allo sbigottimento sensi più generosi, venne fatto ai Siciliani di tirare a uno sforzo di guerra lo imperatore Michele terzo; involto com'egli era tra crapule, libidini, scempie buffonerie, raggiri di corte e gare di prelati. Della quale impresa tacciono i cronisti bizantini, preoccupati al tutto di quelle brutture; e se ne troviam ricordo, è dato dagli Arabi: però, breve ed incerto. I preparamenti sembran degni di Michele l'Ubbriaco. Fatte venire le soldatesche di Cappadocia, com'io leggerei; gittate su trecento salandre; date a capitanare a un patrizio: che altro mancava a ripigliar la Sicilia? Posero a terra a Siracusa, nell'autunno del medesimo anno ottocentocinquantanove, o nella state del sessanta: e par che tosto movessero accompagnate dall'armata, verso la costiera settentrionale. Perchè Abbâs, al dire d'Ibn-el-Athîr, uscì di Palermo ad incontrare il nemico; lo combattè, lo ruppe, lo inseguì fino alle navi, gliene prese cento, fe' orribile macello degli uomini; e de' suoi perdè tre soli, uccisi di saette, aggiugne l'annalista,[565] ricantando la stessa fola della vittoria sopra i Kharsianiti. Pur è notevole che tal vanto dei vincitori, certo argomento dell'altrui viltà, si dica in quelle due sole sconfitte di eserciti venuti d'oltremare; non mai nei combattimenti contro i Cristiani di Sicilia.
Ai quali non mancò il cuore in questo incontro. Perchè veggiamo sollevarsi al primo comparire dei rinforzi bizantini, e non piegare facilmente il collo dopo la sconfitta loro, molte castella dell'isola: Platani, Caltabellotta, Caltavuturo, ricordate di sopra, e inoltre Sutera,[566] una terra che non so se vada letta Ibla, Avola o Entella,[567] Kalat-Abd-el-Mumîn,[568] e altre di cui non si dicono i nomi; che tutte avean già promesso obbedienza e tributo ai Musulmani. Abbâs sopraccorreva immantinente a gastigarle dell'anno dugentoquarantasei (27 marzo 860 a 15 marzo 861). Fattoglisi incontro lo esercito cristiano, accozzato forse da quei municipii, lo sbaragliò Abbâs con molta strage; e passando oltre, pose l'assedio a Kalat-Abd-el-Mumîn, ed a Platani. E indarno vi si affaticava, quando seppe esser giunto, dice Ibn-el-Athîr, un altro esercito bizantino: gli avanzi forse dei Cappadoci, ingrossati dalle milizie dell'isola; i quali pare che marciassero lungo la costiera settentrionale sopra Palermo. Contro costoro si volse Abbâs, lasciando lo assedio; valicò i monti; trovò il nemico presso Cefalù; e dopo una zuffa ostinata, superatolo con l'usato valore, malconcio lo rimandò a Siracusa. Egli, tornato in Palermo, fece subito ristorare le fortificazioni di Castrogiovanni, racconciare le case, e posevi un grosso presidio musulmano. Ciò mostra che universale e di momento era stato lo sforzo de' Siciliani. Ma pare che la seconda sconfitta dello esercito imperiale li abbia consigliato a posare le armi: poichè non si intende più nulla di loro; e l'anno seguente dell'egira (16 marzo 861 a 5 marzo 862) si vede Abbâs andare spensierato a saccheggiar il contado di Siracusa, come solea prima della presa di Castrogiovanni.
Al ritorno da questa scorreria, era giunto alle Grotte di Karkana[569] quando si ammalò, e trapassò al terzo giorno, il tre giumadi secondo (13 agosto 861), dopo undici anni di continua guerra; chè non passò anno, ripetono i cronisti, che la state o il verno, o in ambe le stagioni, non corresse i paesi cristiani della Sicilia, e talvolta anco di Calabria e di Puglia, ove pose colonie de' suoi. Seppellivanlo i Musulmani là dove ei morì; ma non prima furono partiti, che i Cristiani, con vana vendetta, esumarono e arsero il cadavere del crudel capitano, al cui nome tremavano ancora.[570]
CAPITOLO VII.
Fin qui gli annali arabi ci hanno mostrato della storia uno scheletro sì, ma non mutilo. Abbiam veduto la colonia di Palermo occupare alcuni luoghi importanti nel centro e su la costiera settentrionale infino a Messina; sforzare a tributo i paesi di mezzodì e levante, eccetto le grosse città murate e qualche regione montuosa; e non parlandosi di guasti nella maggior parte delle provincie odierne di Palermo e Trapani, è da credere che i vincitori tenessero quei terreni. Senza dubbio vi soggiornavano già in cittadi e castella: poco men che una trentina, come si ritrae dal Beladori che vivea di quel tempo a corte di Bagdad.[571]
Rivolgendoci alle condizioni delle due società che si contendeano la Sicilia, scorgiamo nell'una, oltre la virtù delle armi e la operosità, anco l'accordo degli animi, che ben si mantenea quando il bottino e i tributi, scompartiti con equità patriarcale, potean soddisfare alle cupidigie. Dall'altro canto i Siciliani, avviliti dalle ubbíe monastiche e dal dispotismo, non ripugnaron troppo al nuovo giogo, assicurato che lor fu lo esercizio del culto, e, come credeano, il possedimento dei beni; nè si vollero mettere a sbaraglio per diletto di pagare il tributo all'imperatore di Costantinopoli, più tosto che ai Musulmani di Palermo. Dei principati, poi, nel cui nome si combattea, quel d'Affrica aiutò la colonia con lasciar fare: chè mite animo ebbero i primi successori di Ziadet-Allah, e lieti vedeano passare in Sicilia e in Italia gli uomini più turbolenti. Il Basso Impero al contrario facea troppo e troppo poco in Sicilia! e intanto mostrava al mondo infino a che assurdità, confusione e vergogna possa giugnere il despotismo. La devota imperatrice Teodora (842-854) lasciò all'Impero tre nuovi flagelli: la proscrizione degli eretici Pauliciani, che si tirò dietro guerre atrocissime; la ambizione di Barda fratello, e la mala educazione di Michele terzo, figliuolo di lei, soprannominato l'Ubbriaco. Il quale, cacciata di corte la madre (854), ruppe ogni freno di pudore; dièssi a vita brutale; buffoni e ribaldi in favore; scialacquato il danaro pubblico; trasandata o stoltamente e vilmente condotta la guerra contro i nemici che accerchiavano l'Impero; a vicenda insultato il culto cristiano, e sontuosamente edificate chiese; infine accesa con leggerezza la gran briga del patriarcato di Costantinopoli, che fu conteso tra Ignazio e Fozio, ossia tra le fazioni del papa e della corte (857). Donde se d'alcuna cosa è da maravigliare negli avvenimenti di Sicilia, non fia la impotenza, ma sì la pertinacia delle armi bizantine. Del rimanente appaiono semplici e chiare le cagioni di quel continuo progredimento della colonia musulmana, nei trent'anni che corsero dalla presa di Palermo, alla morte di Abbâs-ibn-Fadhl.
Verso quel tempo la fortuna cominciò a variare, come ce l'attestano gli annali arabi, or confessando, e più spesso tacendo. Ma poich'essi dicon poco, e i Bizantini nulla, gli avvenimenti ci capitano sotto gli occhi sì interrotti, sì confusi, che sarebbe da metterli in forse a ogni passo, se non si conoscessero le nuove condizioni dei vincitori e dei vinti. Però è mestieri invertir l'ordine naturale del racconto; divisar prima i fatti generali che noi possiamo dedurre; e poi venirne con quella scorta ai fatti esteriori, alla scorza della storia, che ritraggono i cronisti.
Incominciando dalla colonia musulmana, ei si vede che la concordia v'era durata troppo più che non potesse. Perocchè la prospera fortuna attirò nuovi coloni; la sottomissione dei Cristiani al tributo menomò il bottino; le masnade, ingrossate e prive degli acquisti che concedea la legge, si diedero a rubare non ostante gli accordi; i Cristiani, provocati per tal modo, vennero ad atti di disperazione; e da ciò le nuove sconfitte loro, le uccisioni, le schiavitù; e occupati infine moltissimi poderi dai Musulmani, per cupidigia e necessità. Dei modi della occupazione discorreremo nel libro terzo, e basti qui notare che principalmente furon due, cioè: ispogliare a dirittura gli antichi possessori, cacciandoli o facendoli schiavi; ovvero ridurli a vassallaggio, e prender da loro una parte di ciò che fruttava il terreno. Ma le entrate che ne tornavano ai Musulmani si scompartivano in varie guise; e sempre con inevitabile disuguaglianza; avvenendo che le terre prese or si dividessero, or si tenessero in demanio; e che il ritratto dei poderi demaniali e le contribuzioni su le terre lasciate ai Cristiani si assegnassero ai corpi del giund, in una maniera che variava dal mero pagamento di stipendio infino al beneficio militare. Or i corpi del giund, consorterie autonome, civili insieme e militari, spiccandosi dalla capitale per andare ad abitar città o castella vicine ai poderi, diventano al tutto stati nello stato, portavan seco tutti i vizii della feudalità; opprimeano la popolazione rurale; molestavano i vicini musulmani o cristiani; erano per ogni verso fomiti di turbolenze. Da un'altra mano, lo assegnamento degli stipendii o beneficii e la divisione delle terre, per legge musulmana e natura stessa della cosa, davan luogo ad arbitrio e ingiustizia: onde si raccendeano le antiche ire delle schiatte, delle tribù, delle famiglie; i Berberi si sentiano lesi dagli Arabi, gli Arabi Iemeniti dai Modhariti, questa parentela da quella; e scorreva il sangue; si perpetuavano le nimistà; il governo della colonia diveniva difficil opra ogni dì più che l'altro. Tanto era avvenuto in Affrica, in Ispagna, per ogni provincia musulmana. Io lo scrivo sì francamente anco della Sicilia, perchè quegli elementi sociali portavano a quegli effetti, e ne veggiamo spuntare i segni qua e là negli annali siciliani dei tempi susseguenti.
Il principato aghlabita volle riparare a tal discordia, o trarne partito per dominare su i coloni altrimenti che di nome. La quale usurpazione, o ripetimento di dritti che dir si voglia; incominciò da uno di que' monarchi, di facil natura, Mohammed-ibn-Aghlab, che regnò, senza mai governare (841-856). Costui volendo liberarsi dalla insolenza d'un fratello che lo tenea come prigione, cospirò con Ahmed e Khafâgia, figliuoli di Sofiân-ibn-Sewâda, suoi lontani parenti;[572] i quali, come uomini di gran vaglia, fattogli conseguire l'intento, rimasero potentissimi appo di lui. Par che costoro non perdesser grado, quando, morto Mohammed, succedeagli Ahmed suo figliuolo (856 a 863). Da lui fu eletto al governo di Sicilia, a dispetto della colonia, o almeno di una grossa fazione, Khafâgia-ibn-Sofiân, detto di sopra; prode uom di guerra, ucciso a tradimento dai suoi stessi, e padre d'un altro valoroso che governò dopo lui la Sicilia, e incontrovvi lo stesso fato.
Seguì anco in questo tempo la esaltazione di Basilio Macedone (867), il riformatore del Basso Impero. Basilio, salito men che onestamente da povertà ed oscurità al favor della corte; guadagnato l'animo di Michele terzo con la vergogna di sposare una concubina ch'era venuta a noia all'imperatore e dargli in cambio la propria sorella; associato indi allo impero in merito d'un assassinio; e rimasto solo sul trono, per la grazia di Dio e perchè fe' scannare sotto gli occhi suoi Michele che dormiva ubbriaco; Basilio, dico, dopo tante brutture e misfatti, regnò con vera gloria. Riforniva lo erario senza aggravare i sudditi; cessava gli scandali ecclesiastici; raffrenava gli abusi dell'azienda; facea compilare un codice di leggi che porta il suo nome; sopra tutto ristorava la milizia, riformandovi ogni ordine, a cominciar dalle paghe, dalla leva dei soldati, dagli esercizii di mosse e d'armeggiare, fino alla virtù della disciplina e alla scienza strategica.[573] Pertanto la vittoria sotto gli auspicii suoi tornò ai vessilli bizantini; la dinastia macedone regnò più lungamente e quetamente che molte altre; parve rinfuso un po' di vita nell'impero. Basilio ripigliò anco un tratto dell'Italia meridionale, e aspramente contese la Sicilia ai Musulmani.