I Veneziani intanto si mossero, come e' seppero il nemico sgomberato di Dalmazia, e forse diviso, e i Cretesi inseguiti da Niceta Orifa. Però il doge Orso, sopraccorso con l'armata a Taranto, cancellava (867) con una vittoria la sconfitta di sua gente del quarantadue. Due o tre anni appresso, l'armata bizantina, rinforzata di Schiavoni, Croati, e navi ragusee, pose a terra a Bari; diè qualche assalto; e presto si ritrasse per discordia surta coi Franchi e Longobardi: accusando questi i Bizantini di combattere per gioco; ed essi loro di star lì, un pugno di uomini, sempre in sollazzi e conviti, e che così mai non avrebbero espugnato la città. Niceta se ne bisticciò con lo imperatore; poi, tornatosene a Costantinopoli, fe' attaccare un pettegolezzo diplomatico tra Basilio e Lodovico: recriminazioni su la condotta della guerra; cavilli su i titoli, se l'un dovesse chiamarsi imperatore dei Franchi o imperator dei Romani, se all'altro fosse serbata la greca appellazione di basileo; le quali futilità provan solo che l'accordo tra i due potentati si dileguava nella certezza della vittoria. Lodovico tuttavia con quel pugno di allegri combattenti entrò in Bari, per forza d'armi, il due febbraio ottocento settantuno. Fecevi grande strage; dalla quale il Soldano campò, perchè afforzatosi entro una torre, si arrese al principe di Benevento, obbligato a lui, dicesi, per cagion della figliuola, ch'era stata già in man del Soldano, come ostaggio o prigione, e quegli l'avea guardato come figlia sua propria. Lodovico lasciò genti che stringessero Taranto e le altre castella dei Musulmani in Calabria; mandò a infestare il territorio di Napoli, dando voce di volere spezzata quella sacrilega amistà con gli Infedeli; e parlava di scendere tra non guari nelle Calabrie, di passare in Sicilia: il che vuol dire ch'ei si proponea di cogliere i frutti della vittoria, regnar di nome e di fatto nell'Italia meridionale.[643]
Lo zelo contro i Saraceni male occultava cotesti intendimenti di Lodovico, compresi dai savii, evidenti anco al volgo, per la tracotanza dei baroni oltramontani; gli aggravii; il dispregiare i Longobardi testè loro compagni nella vittoria; la insolenza della stessa imperatrice, della quale si racconta, rinfacciasse alle nobili donne di Benevento che lor gente non sapea pur imbracciare lo scudo. Pertanto Lodovico, abbandonato dagli Italiani, non potè stringere altrimenti i Musulmani delle Calabrie. Dalle mormorazioni poi si passò alle trame. I principi di Benevento e di Salerno s'inteser tra loro e con Napoli; incoraggiandoli forse i capitani delle armatette bizantine; ed aizzandoli, come la voce pubblica portò, il Sultano prigione.
Costui, per le qualità dello ingegno proprio, e per lo incivilimento superiore di sua gente, abbagliava que' rozzi principi cristiani. Scrive Costantino Porfirogenito,[644] che lo ascoltassero come oracolo in fatto di medicina e veterinaria; ed uno scrittore italiano, che Adelchi, gittatosi a cospirare contro l'imperatore, domandando consigli al Musulmano, questi dapprima l'avvertisse: “Bada bene a quel che fai, poichè i Musulmani san ch'io vivo ancora:” ma replicando il principe aver parecchi complici, il Sultano conchiudea: “Quand'è così, compi il disegno, e tosto: se no, sarai scoperto.” Narransi altri aneddoti: che tutto il tempo ch'ei fu prigione, stavasene accigliato e tetro; ma un dì, in presenza di Lodovico, diè in uno scoppio di risa, vedendo un carro andare per la strada; e domandato della cagione, rispose: “Penso alla fortuna degli uomini che gira come quelle ruote.” Aggiungono che con suoi lacciuoli facesse credere a Lodovico cospirazioni dei Longobardi, e a costoro colpi di stato dell'imperatore, sì che li messe alle prese.[645] Tra cotesto v'ha al certo verità e bugie: nè la dimestichezza di quei grandi col Sultano sembra inverosimile, quando trent'anni di guerra, accordi, leghe, traffichi, avean dissipato molti pregiudizii tra Musulmani e Cristiani in Italia. Il che ci torna anco da altre parti. Un Musulmano d'Affrica, il quale parecchi anni innanzi era stato per suoi negozii a Salerno, trovandosi in patria verso questo tempo, abbordò un mercatante amalfitano, e domandatogli se conoscesse Guaiferio principe di Salerno, e saputo di sì, lo trasse in disparte. “Qui s'arma,” gli disse, “contro Salerno, tel giuro per lo figliuol di Maria che voi adorate com'Iddio. Va tosto a ragguagliarne Guaiferio; e, s'ei ti domanda da chi vien lo avviso, ricordagli che tal dì un Musulmano sedea su la piazza di Salerno mentre il principe tornava dal bagno; e il Musulmano gli chiese in cortesia il fazzoletto[646] ond'ei s'avvolgea la testa; e il principe gliel donò incontanente, rispondendogli così e così, e tornossene al palagio a capo scoperto. Quel Musulmano son io.” Leggiam questo nella cronica dell'Anonimo Salernitano, che suol affastellare episodii presi nella tradizione popolare. Ma il caso ha apparenza di vero; tanto più che l'Anonimo dà il nome dell'Amalfitano e del Musulmano: Fluro l'uno; l'altro Arrane, ch'è evidentemente il nome etnico Harrani.[647]
La cospirazione si affrettò seconda il consiglio attribuito al Sultano. Del mese di agosto ottocento settantuno, mentre i pochi baroni di Lodovico erano sparsi qua e là per le castella dello Stato, e l'imperatore a Benevento con un pugno di cortigiani, la gente di Adelchi assalì il palagio: lo imperatore afforzatosi in una torre si difese valorosamente per tre dì; alfine s'arrese prigione al proprio vassallo, che sei mesi innanzi egli avea liberato dai Musulmani. Indi per tutta Italia dimenticandosi, com'avviene, i torti di Lodovico, si risguardò ai soli meriti; si lacerò la ingratitudine e perfidia del Beneventano, anche in tristi versi latini di cui serbasi il testo.[648] E si apparecchiava oltremonti la umana vendetta, quando la divina scoppiò, dice Erchemperto, entro quaranta dì, per man dei Saraceni, che piombaron di nuovo in Italia. Adelchi allora pensò sciorsi d'un grave impaccio liberando lo imperatore; fattogli far sacramento di perdonare l'offesa. Traditore quando il prese; sciocco quando il lasciò andare; e s'ei n'uscì salvo, fu colpo di sorte.[649]
La colonia musulmana delle Calabrie, che mai non si spiccò dalla madre patria, credendosi condotta agli estremi dopo la espugnazione di Bari, par che abbia chiesto aiuti in Sicilia e in Affrica; dove, tra il sentimento nazionale e religioso e la potenza delle famiglie interessate, si apparecchiò la espedizione, della quale fu avvisato il principe di Salerno. Lo scempio Signor delle Grù, come chiamavano il principe aghlabita Mohammed-ibn-Ahmed, erudito, vivace ingegno, buon poeta, cacciatore, beone, dissipatore, in mezzo a' suoi sollazzi assentì un gran disegno, ordinato al certo dagli ottimati del Kairewân; per lo quale si componeva un esercito d'Italia di venti o trentamila uomini, e si preveniva la discordia tra quello e il siciliano, affidandoli a due fratelli, Abd-Allah e Ribâh, figliuoli di Ia'kûb-ibn-Fezâra, congiunti di quell'Abbâs-ibn-Fadhl di cui abbiamo ricordato le fiere gesta in Sicilia. Però a un medesimo tempo Abd-Allah e Ribâh erano nominati wâli l'uno della Gran Terra, l'altro dell'isola.[650] Abd-Allah sbarcava, com'e' pare, a Taranto: di là con tutto lo esercito entrava nel territorio salernitano, del mese di settembre ottocento settantuno.[651]
Diè il guasto; s'approcciò a Salerno: i principi di questa e di Benevento, che aveano accozzato le genti loro, vedendo non bastare a fronteggiarlo alla campagna, si chiusero nelle metropoli; e così il nemico anch'ei si spartì. Abd-Allah, attendatosi sotto Salerno, diessi a stringere la città: qualche gualdana corse infino a Napoli; più forti schiere marciarono, l'una sopra Benevento, l'altra sopra Capua: delle quali la prima fu rotta da Adelchi, e uccisile tremila uomini; la seconda sbaragliata dai Capuani, ne perdè mille. E in Salerno Guaiferio valorosamente si difendea; respingeva gli assalti; opponea macchine alle macchine; facea sortite; e guerrieri si appresentavano dalle porte sfidando i Musulmani a duello: gagliarde prove, vere al certo, ancorchè l'Anonimo ce le mostri con troppi ornamenti d'epopea. Tra le altre, che par l'episodio della Gerusalemme Liberata, ei ricorda un Landemaro calatosi dal muro con un'azza, fattosi, tutto solo, a guastare un immane mangano.[652] La città nondimeno cominciava a patir la fame, quando la ristorò di vettovaglie, con bell'ardire, Marino duca d'Amalfi, spezzata la lega ch'avea prima coi Musulmani. Nelle campagne orribil era il macello dei contadini, lo sperpero delle sostanze, lo scempio delle chiese. Abd-Allah, al dire dell'Anonimo, avea preso a soggiornare in quella di San Fortunato, e profanavala di scandali e di brutture. Fe' stendersi il letto su l'altare,[653] e sovente strascinovvi fanciulle cristiane; finchè alcuna trave caduta dal tetto liberò una bella vergine, uccidendo il tiranno senza lei toccare: che mostravasi ancora ai tempi del cronista il luogo onde si spiccò la trave, e tutti si capacitavano del miracolo. La leggenda qui, tra le fole che ognun vede, porta un fatto vero; poichè secondo gli annali musulmani Abd-Allah, capitano della Gran Terra, morì in questo tempo, e appunto del mese di sefer dugento cinquantotto, tra dicembre cioè dell'ottocento settantuno e gennaio del settantadue.[654] I Musulmani continuavano l'assedio di Salerno, rifatto capitano un Abd-el-Melik:[655] e, stretta ormai da un anno e affamata, la città stava per aprir le porte.
Lodovico, in questo mentre, non era uscito d'Italia. Pregato fervidamente da' nunzii di Guaiferio e dal vescovo di Capua, credendo il Salernitano complice del misfatto d'Adelchi, ricusò; poi l'indole generosa, o la speranza di recare a fine l'antico disegno, il mossero a dare aiuto. Mandò le milizie condotte dal giovinetto Guntar suo congiunto; il quale venuto a Capua, accozzatosi coi cittadini, chè anco preti vi s'armarono per andare a combattere, trovò da diecimila Musulmani non lungi dalla città, in un luogo che s'addimandava San Martino. Guntar, non ostante una fitta nebbia, diè dentro; sbaragliò i Musulmani, e restò morto gloriosamente sul campo. Quelli furono tutti sterminati con la spada o annegarono nel Volturno. Un'altra schiera, inseguita dall'esercito vincitore presso a Benevento, fu distrutta alsì; campandone pochi i quali andarono a spargere lo spavento nell'oste attendata sotto Salerno: e diceano venire a grandi giornate l'imperatore in persona con tutto l'esercito cristiano. Indarno Abd-el-Melik comandò, pregò, ricordava ai suoi che la città già trattasse d'arrendersi. Fu preso dagli ammutinati, messo per forza in nave; e salparono; e venne la solita meteora ignea a suscitare una tempesta che li inghiottì. Così i Cristiani, esagerando e contraddicendosi; poichè alcuni aggiungono che gli avanzi dell'esercito musulmano precipitosamente si ritraessero in Calabria.[656] Gli annali musulmani accennano le vittorie di Abd-Allah sopra i nemici, e poi silenzio.[657] La Cronaca di Cambridge al contrario, scritta in arabico da un cristiano di Sicilia, ricorda lo sterminio dell'esercito musulmano a Salerno.[658] E però sono alquanto dubbii i particolari, certissima la misera fine della impresa, verso il mese d'agosto ottocento settantadue.
Tanto egli è vero che questa ultima guerra era stata combattuta da milizie italiane, e la più parte meridionali, di Spoleto, Capua, Salerno, Benevento, che Lodovico, dopo le fresche vittorie de' suoi, non potè nè anco pigliar vendetta sopra Adelchi, come che ne avesse gran voglia, e fosse ito ad assediare Benevento. Tornato addietro, dondolatosi in opere di pietà, moriva presso Brescia, di agosto ottocento settantacinque. Per lui non stette di cacciar d'Italia i Musulmani, e unire sotto lo scettro imperiale la penisola dalle Alpi allo Stretto; di che non si offerì occasione più destra ad altro imperatore da Carlomagno a Federigo di Svevia. E veramente, al tempo di Lodovico, deboli appariscono più che mai gli elementi politici dell'Italia: repubbliche di qualche momento sol due, Venezia e Napoli; i grandi feudatarii, in su dal Tevere, obbedienti; quei d'in giù, divisi; il papato, come stanco dello sforzo che avea fatto per arrivare alla dominazione temporale: e d'altronde il caso volle che nol reggesse in quel tempo nè un Adriano primo, nè un Ildebrando; e Leone IV, uom forte senza tracotanza, poco visse. Nè distoglieano Lodovico, come avvenne ad altri, le cose d'oltremonti: ei fu prode e costante in guerra; giusto anzi che no; uomo senza grandi vizii nè straordinarie virtù; capacità mezzana in tutto. Perciò bastarono ad attraversargli quel disegno i principi dell'Italia meridionale, con le mene che ho ricordato, e i papi, ancorchè uomini mediocri anch'essi, con la forza dell'inerzia; ritraendosi che tra tanto pericolo dell'Italia e di Roma non profferissero mai sillaba per favorire la crociata di Lodovico.
CAPITOLO IX.
Nel detto cenno biografico sopra il principe aghlabita Mohammed-ibn-Ahmed scrive Ibn-el-Athîr, alla sfuggita, che regnando costui (dicembre 864 a febbraio 875) “i Greci occuparono parecchi luoghi della Sicilia; e che Mohammed fe' costruire fortezze e corpi di guardia su la costiera d'Affrica;” e passa oltre l'annalista ai casi de' Musulmani a Bari.[659] L'autore del Baiân, come anche notammo, accenna che i due fratelli, capitani l'un di Sicilia, l'altro della Gran Terra, fiaccarono gli Infedeli in aspri scontri, l'anno dugento cinquantasette (870-71), e altro non ne dice.[660] Intanto veggiamo i governatori di Sicilia avvicendarsi in fretta. Mohammed-ibn-Hosein, scelto dalla colonia alla morte di Mohammed-ibn-Khafâgia, avea tenuto l'oficio per brevissimo tempo, come dicemmo. A Ribâh-ibn-Ia'kûb-ibn-Fezâra, nominato dal principe d'Affrica e trapassato verso la fine dell'ottocento settantuno, era sostituito, per elezione della colonia, Abu-Abbâs-ibn-Ia'kûb-ibn-Abd-Allah, che moriva a capo di un mese.[661] A costui par tenesse dietro un Ahmed-ibn-Ia'kûb, fratel suo, o d'altra famiglia: chè variano in ciò i cronisti.[662] Mancato di vita Ahmed nel medesimo anno dugento cinquantotto dell'egira (17 nov. 871 a 5 nov. 872), era rifatto il figliuolo, per nome Hosein, ovvero, secondo il Nowairi, un Hosein-ibn-Ribâh, cui il principe d'Affrica confermò,[663] e tantosto il rimosse. Allora, che correva il mese di scewâl dugento cinquantanove (agosto 873), venne a reggere la Sicilia Abu-Abbâs-Abd-Allah-ibn-Mohammed-ibn-Abd-Allah, di casa aghlabita, figliuolo del primo governatore ch'ebbe la colonia di Palermo, uom litterato, tradizionista, poeta, poc'anzi prefetto di Tripoli, e tornatovi non guari dopo, e poscia promosso a ragguardevole uficio in Kairewân; donde par abbia lasciato la Sicilia, non per disgrazia a corte, ma a chiesta sua; tardandogli forse di uscire di quel vespaio e tornare in Affrica dond'era partito a malincuore.[664] Gli fu sostituito, se è da credere al Nowairi, il medesimo anno dugento cinquantanove, un altro congiunto della dinastia, Abu-Malek-Ahmed-ibn-Ia'kûb-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahîm-ibn-Aghlab, soprannominato l'Abbissinio,[665] il quale a capo di quattro anni si vede anch'egli ito via.[666] De' quali sei o sette capitani ch'ebbe l'isola dall'ottocento settantuno al settantatrè, si sa in particolare una sola fazione, e mal direbbesi di guerra: che del dugento cinquantanove (6 nov. 872 a 25 ott. 873) una gualdana, andata infino a Siracusa, ridomandò trecento sessanta prigioni musulmani; avuti i quali, fe' la tregua, e incontanente si tornò in Palermo.[667]