Superate agevolmente le fortificazioni che pochi anni innanzi Gregorio IV avea fatto costruire ad Ostia, del mese di agosto gli Affricani giugneano alla città eterna. Non osando assalirla, dettersi a saccheggiare le basiliche di San Pietro e di San Paolo, poste in quei dì fuor le mura: ma lo stuolo che spogliava la chiesa di San Paolo, affrontato dai contadini, fu scemato orribilmente, e tutto l'esercito s'ebbe indi a ritrarre. Marciò verso lo Stato di Benevento, ove potea trovare i suoi fratelli d'Affrica e di Sicilia; depredò per via Fondi; del mese di settembre, si pose all'assedio di Gaeta: e qui fu visto valorosamente combattere contro gli Infedeli Bertario, poi fatto abate di Monte Cassino. A Gaeta sopraggiunsero da un lato le genti di Lodovico, chiamate in fretta dopo l'assalto di Roma; dall'altro, Cesario figliuolo del console di Napoli, con l'armata napoletana e amalfitana. E i Musulmani, andati incontro ai Franchi, rupperli in uno agguato il dieci novembre; e ne faceano sterminio, se non era per Cesario che sbarcò co' suoi. Intanto un'altra schiera che era giunta a un dipresso a cinque miglia dalla badia di Monte Cassino, ardendo chiese e monasteri, fu rattenuta, dicesi, dalle acque del Carnello, ingrossate per subito rovescio di pioggia: miracolo di San Benedetto, come rivelò in sogno all'abate un altro santo dell'ordine. E il santo nulla disse del pro' Cesario, quel desso che avea fatto tornare addietro i Musulmani; e postosi indi con l'armata nel porto di Gaeta, salvò anco questa città senza combattere, come nota Giovanni Diacono. Perchè, innoltrandosi il verno, e non potendo le barche affricane reggere all'aperto; i capitani pattuirono con Cesario che li raccettasse nel porto, giurando di non far male, e, abbonacciato il mare, tornarsene in Affrica. Cesario se ne fidò; quelli mantenner la fede: ma poi perirono la più parte nel viaggio, non senza sospetto di un altro miracolo.[623]

Rifulse di nuovo a capo a tre anni (849) la virtù di Cesario, insieme con quella di Leone Quarto papa. Assai più forte stuolo di Affricani s'era adunato in Sardegna per ritentare l'assalto di Roma; mentre Leone dava opera a chiuder di mura le basiliche degli Apostoli e i sobborghi di quella parte: e con liberalità, con indefessa vigilanza, con processioni, benedizioni, esorcismi, riscaldava le immaginazioni dei cittadini. Nè eran finiti per anco i lavori, quando, saputa la mossa dei nemici, la confederazione napoletana, non volendoli a niun patto padroni di quel mare, mandava l'armata a Ostia; il papa vi sopraccorreva con soldati di Roma; ed accettava l'aiuto, non prima d'avere interrogato Cesario se venisse amico o nemico: tanto eran sospetti nelle altre parti d'Italia que' legami della repubblica di Napoli coi Musulmani! Sincerato dell'intento, il pontefice passava a rassegna gli Italiani di quelle varie città che non sapeano d'avere una medesima patria: e lor venia ricordando, invece di questo, la fratellanza del cristianesimo, i miracoli degli Apostoli, la comune speranza in Dio. Poi celebrò la messa; comunicò i guerrieri con le proprie mani; e, preparandosi ad ogni evento, se ne tornò a Roma. Avvistatesi intanto a Ostia le barche affricane, i nostri corsero alle navi con doppio ardire; appiccarono la zuffa; e poteron credere in vero ad aiuto soprannaturale, quando, non decisa per anco la sorte della battaglia, levossi una tempesta che sbaragliò gli Infedeli, non usi la più parte al mare, montati su triste barche; mentre gli induriti navigatori di Napoli, d'Amalfi, di Sorrento, di Gaeta, su lor provati legni non se ne moveano. Indi orribile la strage dei Musulmani, annegati, trafitti, sbalzati a terra, ove i baroni romani li pigliavano e li impiccavano; anche i preti osavano metter loro le mani addosso per incatenarli. Leone ornò di loro spoglie le chiese di Roma; fe' lavorare i prigioni alla fabbrica delle mura; e riportonne una gloria che pochi altri papi han saputo meritare.[624]

Non andò guari che Lodovico Secondo, figliuol di Lotario, presa la corona imperiate (850) vivente il padre, cominciava in persona a combattere i Musulmani dell'Italia meridionale, contro i quali poi si travagliò circa venticinque anni. Tra lo assalto di Roma e la sconfitta d'Ostia, gli ausiliari di Benevento non avean dato respitto al vicin paese. Capitanavali un Massar, come lo chiamano gli scrittori cristiani, l'indole generosa del quale par che ripugnasse al suo reo mestiere. Narrasi che in una scorreria di otto dì, l'autunno dell'ottocento quarantasei, uscito di Benevento, ei desse il guasto al monastero di Santa Maria in Cingla e a quel di San Vito presso Isernia; abbattesse il castel di Telese; e si spingesse fino a Monte Cassino, Aquino ed Arce, depredando e struggendo ogni cosa, fuorchè il Monastero Cassinese: ove, non che far offesa, non lasciò afferrare al proprio cane un'oca dei frati, gli corse dietro con lo scudiscio, gliela trasse di bocca, e piantossi alla porta del monastero, perchè non vi entrassero gli altri seguaci suoi, men docili del cane. Questa forse fu lealtà verso Radelchi che non amava a nimicarsi l'abate di Monte Cassino. Ma di giugno del quarantasette, squassata da' tremuoti tutta la provincia e fatta Isernia un mucchio di rovine, consigliando altri a Massar che usasse la occasione di saccheggiare quella città, rispose: “Il Signor del creato fa sentir quivi sua collera; e dovrò io aggravarla? No; non andrò!”[625] Egli o altro condottiero, questo medesimo anno, scorrea predando infino a Roma con Saraceni e Mori, come una cronica tedesca denota gli Arabi e i Berberi.[626] Ma quelle triste masnade, quali che si fossero i capi, non distingueano amici e nemici, maltrattavano a Benevento anco i nobili; flagellavanli con le strisce di cuoio, dice Erchemperto, come vili schiavi.[627]

Pertanto Radelchi avea a temere che i suoi un dì non lo abbandonassero: i popoli gridavano da ogni parte; i frati incalzavano; e i piccioli intenti politici di que' piccioli Stati mezzo independenti, che aveano mantenuto la guerra, ora portavano a cessarla perchè si uscisse di tanto strazio. Di più tornava comoda a tutti la divisione dell'antico Stato di Benevento; unico modo oramai di concordia: piaceva ai principi di Capua che si voleano spiccare da Salerno, e poco appresso il fecero; piaceva ai Napoletani che più non temeano dei Longobardi sì divisi, e pensavano a guardarsi dei Musulmani. La pratica della divisione fu condotta da Guido duca di Spoleto, francese, congiunto di Siconolfo; barattiere, dicono i cronisti, che trasse danaro a Radelchi e al cognato, ed entrambi li giuntò: ma certo trattava utilissim'opera. Sendo impossibile di compierla senza l'autorità e la forza dell'imperatore, a lui si volsero gli uomini più gravi del paese: l'abate di Monte Cassino andò a posta in Francia e agevolmente persuase Lodovico a venire. Calò senza grosso esercito. Ito con le genti sue e del duca di Spoleto sotto Benevento e minacciando l'assedio, Radelchi patteggiò sottomano. E una notte, fatti pigliare proditoriamente Massar e i suoi Musulmani, li mandò incatenati al campo di Lodovico; ove la vigilia della Pentecoste li uccisero di sangue freddo a colpi di lancia, tutti, senza eccettuarne il generoso Massar. Dopo il tradimento e la carnificina, che la necessità fe' parere gesta sante, si fermò la pace tra Siconolfo e Radelchi; si fe' il partaggio dello Stato in due principati, Benevento e Salerno; e tra gli altri patti si stipolò che nè l'uno nè l'altro si collegassero con Saraceni, nè raccettasserne, fuorchè quelli venuti prima della guerra, se fatti e rimasi cristiani.[628]

Abbâs-ibn-Fadhl che combatteva in questo tempo i Cristiani di Sicilia, non potendo ignorare l'atroce caso, andò l'anno appresso con l'armata; sbarcato in terraferma, ruppe in sanguinosi scontri i Cristiani; mandò le teste degli uccisi in Palermo, per mostrar ch'ei sapea vendicare il sangue musulmano: e continuò il terribil duce a guastare i colti, correr vittorioso le campagne, far prigioni per ogni luogo; coi quali tornossi in Sicilia.[629] Taranto, sottrattasi già ai Musulmani, fu assediata da loro e presa per fame, s'ignora se sotto altro condottiero innanzi il fatto di Benevento, ovvero da Abbâs-ibn-Fadhl.[630] Costui partendo par abbia lasciato possenti rinforzi in Puglia e in Calabria;[631] talchè, rinforzati di questi o d'altri venturieri, i coloni di Bari continuavan soli l'infestagione per moltissimi anni.

Il condottier di Bari, per nome Mofareg-ibn-Sâlem, usurpò autorità di principe; prese, al dir degli annali musulmani, ventiquattro castella; fabbricò in Bari una moschea cattedrale, e salì a tanto orgoglio che volea tener lo stato a dirittura dal califo di Bagdad: ossia non ubbidire a niuno. A questo effetto scrivea al governatore dell'Egitto per gli Abbassidi uno squarcio d'ipocrisia musulmana: non sentirsi in grazia di Dio egli, nè i suoi compagni, tenendo quella provincia senza investitura legittima; scongiurare pertanto il pontefice che gliene conferisse il governo, e facesselo uscire dal novero degli usurpatori. Ibn-el-Athîr, che al certo trascrisse coteste parole da antiche memorie, aggiugne che poi la gente di Mofareg sollevossi contro di lui; poi l'uccise; poi morì il principe aghlabita Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Aghlab, nel cui cenno biografico è inserito tutto quest'episodio di Bari; ed altro ei non ne dice.[632] Mohammed salì sul trono in fin dell'ottocento sessantaquattro, mancò di vita nei principii del settantacinque; nel qual tempo appunto sappiamo liberato il Soldano dalle carceri di Radelchi e tornato ai suoi, capitanati allora da un suo nemico ch'egli avea bandito dalla colonia. Mofareg-ibn-Sâlem è ben dunque l'astuto demonio di cui gli annali cristiani narran tante maraviglie, e di cui i Musulmani tacquero la sconfitta e la prigionia. Il titolo di Sultano ch'ei prese, o che gli davano i suoi seguaci in Italia, andava a capello a quella dubbia sua potestà.[633] L'usurpazione spiega perchè i Musulmani di Sicilia e d'Affrica l'abbandonassero quand'ei fu condotto allo stremo dai Cristiani.

Il Sultan di Bari non tardava a correr la Puglia e la Calabria; far ladronecci per ogni luogo; occupare qua e là castella; e osò spinger sue gualdane infino a Napoli ed a Salerno. Allor l'abate di Monte Cassino chiamò di nuovo l'imperatore Lodovico, che venne in Puglia; volle ragunare le forze dei principati longobardi; fu lasciato pressochè solo, per sospetto ch'ei non prendesse lo stato ai Cristiani al par che ai Musulmani: donde fatto un vano tentativo sopra Bari, borbottando se ne tornò di là dalle Alpi (853); ed ebbe a vedere anco un feudatario contumace rifuggirsi appo il Sultano.[634] Il quale indi a ripigliare l'infestagione dello Stato di Benevento; e questo non trovò altro riparo che di venire ai patti coi Musulmani; pagar tributo; dare ostaggi. Voltosi il Sultano alle altre provincie, diè il guasto a' contadi di Capua e Conza e alla regione intorno Cuma, Pozzuoli e il Lago di Patria, detta a quel tempo Leboria o Liburia, il qual nome si estese a poco a poco a una provincia, e mutossi in Terra di Lavoro.[635] Infine i Musulmani si vennero a porre in Campo di Napoli, come si addimandavano gli orti tra porta Capuana e il Sebeto;[636] dove furon fatte orribili stragi (a. 860?): il Soldano, dice un contemporaneo, sedea su mucchi di cadaveri, e come uno schifoso cane tra quelli mangiava. Riducendosi a casa da questa correria, fu per cadere in uno agguato. Tra tanti paesi che avea desolato dall'uno all'altro mare, si trovarono due valorosi feudatarii, i gastaldi di Telese e di Boiano, che osarono ritentar la fortuna delle armi; trassero secoloro il duca di Spoleto a forza di preghiere e di danari; e con gran possa di gente appostarono lo stuolo nemico, verso il tramonto del sole, presso Bari. Salutar consiglio pessimamente eseguito, sclama il cronista Cassinese. Il Soldano, addandosi di loro, soprastette e si ordinò prontamente alla zuffa. I Longobardi e i Franchi, morti di sete, stracchi del cammino, sparpagliati e impazienti assalivano. I Musulmani, raccolti in una sola schiera, li ruppero, li tagliarono a pezzi ed entrarono in Bari. Dopo questa vittoria il Sultano, incolpando di rotta fede i Beneventani, battè di nuovo lor contadi; non lasciò terra illesa fuorchè le grosse città; occupò Telese, Alife, Sepino, Boiano, Isernia, Canosa, Castel di Venafro; saccheggiò San Vincenzo in Volturno, donde rifuggitisi i frati in luogo sicuro, lor prese tremila monete d'oro, minacciando d'ardere il monistero; e passò a Capua, traendosi dietro le carra piene di preda, e le torme di bestiame e prigioni. Mutò indi il campo a Teano. Quivi, mandatogli da Monte Cassino un Reginaldo diacono, fermò il riscatto di quella badia per altre tremila monete di oro; e si volse contro il castel di Conza che dicono abbia assediato per quaranta giorni. Queste ultime incursioni seguiano tra l'autunno dell'ottocento sessantacinque e la fine dell'inverno del sessantasei. Delle precedenti invano si cercherebbe a determinare le date, poichè i cronisti nè segnano gli anni, nè osservano l'ordine degli avvenimenti.[637] Certo egli è che per quattordici anni quella bella parte d'Italia fu preda di qualche migliaio di ladroni musulmani. L'amistà della colonia siciliana non liberò Napoli dal Sultano di Bari, che avea spezzato ogni legame con gli Aghlabiti, come sopra si disse. Il principe di Salerno si schermì quanto potea, praticando col Sultano, onorando gli ambasciatori suoi; che fino ne alloggiò nelle case del vescovo, e attaccò indi una briga con questi e col papa.[638]

Ogni pagina della nostra storia, dalla caduta dell'impero romano in qua, ripete lo stesso insegnamento: pur non fu mai sì flagrante la vergogna di questa miseranda divisione in cento sminuzzoli di Stati, che allor quando l'Italia si confessò impotente a scacciare il Sultano di Bari. Impotente perchè le armi servivano a uccidere nemici più odiati che i Saraceni, e tagliavan, sì, quando v'era sangue italiano da versare: poc'anzi Benevento contro Salerno; ed or Napoli contro Capua, Capua contro Salerno, e Capuani tra sè medesimi, e il vescovo principe di Capua contro i figli del proprio fratello. Non potendo dunque gli sciagurati fidarsi l'un dell'altro, ebbero ricorso per la terza fiata allo imperatore Lodovico; del quale sapeano che li volesse mettere sotto il giogo; ma sembrò pericolo più lontano. Riportata ch'ebbero la vittoria sotto le insegne imperiali, scacciarono Lodovico; poi riassaltati dai Musulmani lo richiamarono; ed egli sempre acconsentiva, sperando che nell'altalena un dì gli verrebbe fatto di coglierli: se non che la vita non gli bastò; e d'altronde i Bizantini a tempo rimessero il piè in Italia per dar nuovo alimento alla discordia. Questi fatti generali, mutati i nomi, durarono in Italia per molti secoli, forse durano ancora: e però è debito di cittadino, quantunque volte il possa, di squadernarli innanzi gli occhi di tutti, perchè sempre più se ne vegga la laidezza. Ripiglio adesso i particolari della guerra.

Per un editto assai rigoroso, di che abbiamo il testo, Lodovico appellava al servizio militare tutti i vassalli d'Italia (866); veniva a Monte Cassino (867); sforzava Capua, che già tentennando avea ritratto le genti dall'esercito imperiale; mostravasi nelle altre città primarie, Salerno, Amalfi, Benevento; a Napoli no, poichè il vescovo lo pregò, dice un cronista, che non amareggiasse i cittadini con l'autorità imperiale; ed egli acquetovvisi e dissimulò, non potendo sforzare. Ragunate e ordinate così le milizie del paese, fatti venir anco rinforzi di Lorena, marciò contro il Sultano di Bari; e fu sconfitto. Scrive Reginone, monaco tedesco, che dopo segnalate vittorie i guerrieri di Lorena se ne tornassero alle case loro, menomati da epidemia e dai morsi delle tarantole: caso probabile il primo; l'altra, fola che gli oltramontani ripeterono nell'undecimo secolo per palliar diffalte somiglianti. Questa di Lodovico è da apporsi alla tattica dei Musulmani, che meglio di lui sapeano la guerra spicciolata. Ma presto ei l'apparò. Ritrattosi a Benevento il dicembre del sessantasette, uscì alla nuova stagione; arse e guastò i contadi che ubbidivano ai Musulmani; snidolli da Matera per tagliare gli aiuti di Taranto a Bari; occupò dal lato opposto Canosa; ei si pose tra i monti a Venosa col grosso de' suoi; e guadagnato a poco a poco il territorio in due anni di travagli, prese ad assediare la città e batter le mura con macchine. L'assedio fu interrotto varie fiate; e occorse del sessantanove che, ritraendosi Lodovico a Benevento, il Sultano uscì addosso alle ultime schiere de' suoi; lor prese gran numero di cavalli, e andò a saccheggiare il santuario di San Michele al Monte Gargano. Poscia lo imperatore, chiestogli aiuti da' Cristiani di Calabria e proffertogli giuramento di fedeltà e tributo, egregiamente usava la occasione: vi mandava poche forze che ne raccogliean molte nel paese. Così in Calabria furono sconfitti tre emiri; tra i quali un Cincimo, che teneva Amantea, volendo vendicare i suoi, assaltò i Cristiani; fu ricacciato in città; e uscitone di nuovo per tentare un colpo di mano sopra il campo di Lodovico, questi prevenne e ruppe gli assalitori.[639] Nondimeno, vedendo che era niente ad assediare Bari se non si impedissero le vittovaglie e gli aiuti dalla parte del mare, si collegò con Basilio Macedone.

Il quale non prima salito al trono (867), sapendo che i Musulmani, di Taranto forse e di Creta, avessero preso alcune città in Dalmazia e strettovi Ragusa, mandovvi il patrizio Niceta Orifa con cento salandre; il cui arrivo i Musulmani non aspettarono.[640] Volendo cacciarli di lor nidi su le costiere d'Italia, il Macedone richiese o accettò la lega con Lodovico, che tenea la terra ed egli il mare. Cooperò egli dunque con forze navali, sì sull'Adriatico e sì sul Tirreno, ove non n'era minor uopo. Perchè Mohammed, figliuolo dello emiro di Sicilia Khafâgia, di luglio dell'ottocento sessantotto, uscendo di Palermo con l'armata, era ito ad assediare Gaeta; ove, sparse le gualdane nel territorio, e fattovi grandissima preda, se ne tornò del mese d'ottobre.[641] In tal modo la colonia di Sicilia par che gastigasse quella città dell'avere ubbidito allo imperatore e aiutatolo forse con navi. Napoli, allo incontro, sembrava in quel tempo Palermo o Affrica,[642] come leggesi in una epistola attribuita allo imperatore Lodovico. I corsali di Palermo che infestavan tutta la costiera, e specialmente gli Stati del papa, trovavano a Napoli piloti pratici che li conducessero; vi comperavano armi e vittovaglie per rivenderle a Bari ed a Taranto; inseguiti, si rifuggiano nel porto di Napoli e uscian di nuovo a predare. Indarno l'imperatore ammonì, il vescovo gridò e dolsonsi parecchi nobili cittadini: chè il console di Napoli a Lodovico non badò; incarcerò il vescovo e poi rilasciatolo lo costrinse a fuggire; e quanto ai suoi nobili scrupolosi, li messe in prigione coi ferri ai piè. Lo stratego Giorgio, inviato da Basilio con un'armatetta di salandre per assicurar quelle spiagge facea quel che potea, ma era assai poco.