CAPITOLO VIII.
Innanzi l'impresa di Ased-ibn-Forât i Musulmani aveano piratescamente assalito le costiere occidentali della Penisola, come si narrò nel primo libro. Le varie fortune degli eserciti in Sicilia a volta a volta poi rigettavano in terraferma qualche mano di avventurieri, o troppo audaci in lor correrie, o disperati dopo alcuna sconfitta, o costretti a fuggire per furor di parti; i quali, battezzatisi per necessità, stanziarono, com'è probabile, presso Amalfi e Salerno: e rimaneanvi, nè cristiani nè musulmani, fino all'ottocento cinquanta.[602] Forse vissero ai soldi di quei piccoli Stati che si rubacchiavano a vicenda; forse furon mezzani alla repubblica napoletana, quando si volse a chiedere aiuto in Sicilia l'ottocentotrentasei.
In questo tempo la colonia di Palermo, assestata dal savio e forte Ibrahim-ibn-Abd-Allah, avvezza ormai a fazioni navali e fatta amica dei Napoletani, incominciò in ben altra guisa a infestare la terraferma. Consigliata, o no, da' Napoletani, assaltò la costiera dell'Adriatico, l'ottocento trentotto, credo io, ma non trovasi data nella cronica. Ciò che ne sappiamo è, che i Musulmani improvvisamente occupavano Brindisi; che Sicardo principe di Benevento vi sopraccorrea con grosse torme di cavalli; e che pugnossi fuor la città. I Musulmani si affidarono a uno stratagemma adoperato già nelle guerre di Sicilia. Scelto il luogo che parve opportuno, vi scavaron fosse, le coprirono di sarmenti e di terra, e appressandosi l'esercito nemico, si chiusero nelle mura. Un dì, appresso il pranzo, irrompon fuori con grande schiamazzo e fragor di stromenti; attirano il nemico nelle insidie; e quivi, dando la carica i cavalli di Sicardo e traboccando nei fossati, grande numero di Beneventani, Salernitani, e altre genti rimasero morti sul campo. Poi, come i Longobardi s'armavano a furia per ogni luogo apprestandosi a vendicare questa strage, i Musulmani, fitto fuoco a Brindisi, tornarono con l'armata in Sicilia. Tanto narra l'Anonimo Salernitano che visse alla fine del secolo seguente, e pur merita fede in questo caso, avendo avuto alle mani tanti ricordi municipali, ignoti a cronisti più antichi di lui. Il fatto non mi sembra identico con quel che riferisce Giovanni Diacono, l'aiuto cioè dei Musulmani alla città di Napoli assediata da Sicardo. E veramente le circostanze di coteste due fazioni non possono stare insieme; e disconvengono anco i tempi, dovendo porsi l'aiuto di Napoli l'ottocento trentasei, e il combattimento di Brindisi poco innanzi la morte di Sicardo.[603]
Tra questa sconfitta e la morte, il tiranno beneventano ottenne singolar favore dal cielo, dicono i cronisti narrandoci tuttavia le orribilità sue: assassinii, stupri, tradimenti, ruberie, carnificine. Avendo appreso che la superstizione potesse far ammenda dei delitti, Sicardo mandava a cercare per ogni luogo ossami di santi; spesso a rubarne: e n'avea raccolto un tesoro, quando gli capitò alle mani una reliquia miracolosissima, s'altra mai ne fu. Le navi longobarde che giravan le isole dando la caccia ai Saraceni, l'ottocento trentotto, approdate a Lipari, trovaron bello ed intero il corpo di San Bartolommeo, che chiuso in uno avel di marmo era venuto a galla dalle foci del Gange alle isole Eolie; dove riconosciuto, e come no? ebbe culto e altari, finchè i Musulmani non guastarono ogni cosa. In più lieve barca viaggiarono le reliquie da Lipari a Salerno, onde poi furono tramutate a Benevento.[604] Barca, credo io, non del navilio di Sicardo, che o non n'ebbe mai, o non avrebbe osato mandarlo sì presso alla Sicilia; ma piuttosto dei mercatanti della costiera i quali venissero a trafficare coi Musulmani, prendere a baratto il bottino delle chiese, e vendere schiavi italiani.[605] Perciò mi sembra notevole il fatto, e perciò l'ho ricordato.
Stanchi alfine di quella insolente tirannide, i cittadini di Benevento uccisero Sicardo (839); e, lasciato Siconolfo fratel suo nella prigione ove egli l'avea messo, esaltarono un Radelchi, ch'era dei primarii oficiali dello stato. All'incontro, Salerno, Capua e altre città, per procaccio, com'e' parmi, de' grossi feudatarii longobardi che mal soffrivano la dominazione di Benevento, gridarono principe Siconolfo, testè liberato dai suoi partigiani. La successione disputata portò a guerra civile, che forte incrudelì mescolandovisi i Musulmani. I quali, al saper quelle discordie, fatto un general movimento, dice l'Anonimo Salernitano, piombarono su la Calabria.[606] E prima que' di Sicilia, non aspettata pur la primavera, occuparono Taranto; e si trovarono a un tratto signori dell'Adriatico. Perocchè Venezia, sollecitata l'anno innanzi da Teofilo ch'era ormai costretto a mendicare cotesti aiuti, s'era mossa a gagliardo sforzo, tra le lusinghe dello imperatore, i danari che vi recò il patrizio Teodosio, e il sentire già in pericolo la navigazione sua: avea armato sessanta legni da guerra. Veleggiando, com'e' pare, alla volta di Sicilia, s'imbatteano a Taranto nell'armata musulmana; la quale uscita a combattere, li ruppe con orribile strage: dicono gli annali de' Veneziani che tutta lor gente vi restasse morta o presa. Nell'inseguire i fuggenti, spinsersi i Musulmani infino all'Istria; addì trenta marzo ottocento quaranta saccheggiarono e arsero Osero nell'isola di Cherso; saltarono su la riva opposta, sbarcarono alle foci del Po presso Adria, ma senza frutto; ad Ancona fecero prigioni e poser fuoco alle case; e poi, incrociando alle bocche dell'Adriatico, presero molte navi mercantili di Venezia reduci di Sicilia e d'altre regioni.[607] Intanto su la punta della penisola avean espugnato parecchi luoghi e lasciatovi presidio, come va interpretata la frase degli annali arabici, che quest'anno dugento venticinque dell'egira (11 novembre 839 a 29 ottobre 840) i Musulmani conquistavano la Calabria.[608] Nel medesimo tempo osteggiarono la Puglia, ritraendosi che Haiâ liberto di Aghlab, principe d'Affrica, assalisse Bari, ma ne fosse respinto.[609] L'armata musulmana, l'anno appresso, mostrossi di nuovo nel golfo del Quarnero, e di nuovo diè una sanguinosa rotta ai Veneziani, presso l'isoletta di Sansego.[610] In coteste fazioni non combatteron soli i coloni di Palermo. Per certo li rinforzava la gente venuta d'Affrica in Sicilia l'ottocento trentanove;[611] e v'eran anco quegli audacissimi corsari della colonia di Creta, che due anni appresso si veggono stanziare a Taranto. Affricani, Siciliani, Cretesi erano la più parte compagnie di ventura, come quelle accorse l'ottocento trenta in Sicilia; disposti ad operare insieme in alcuna impresa di momento, e far le minori ciascuno per sè. E però fondarono in terraferma le picciole colonie independenti, di cui si farà ricordo. I condottieri usurparon titolo di principi, che gli scrittori cristiani danno talvolta per nome proprio: così senza dubbio Sultano; così Saba, che parmi corruzione di Sâheb. Ed è il nome attribuito all'ammiraglio che trionfò a Taranto.[612]
Ma Radelchi, condotto alla stremo da Siconolfo, che gli avea tolto la Calabria e non poca parte di Puglia,[613] si gittò agli aiuti dei Musulmani. Per Pandone gastaldo di Bari, fe' chiamare un di que' condottieri per nome Khalfûn, uom berbero, liberto della tribù araba di Rebi'a;[614] le cui genti Pandone fe' accampar lungo la marina e sotto le mura. E una notte i Baresi, che abbastanza non se ne guardavano, videro saltare in città quelle frotte scalze, mezzo ignude, male armate, e i più di sole canne, scrissero i Cristiani,[615] maravigliati di quelle lor lance, di canne indiane, sottili e salde come d'acciaro. Saccheggiarono; uccisero chi resistea: Pandone tra gli altri fu gittate in mare, perchè volea parlare sopra il diritto delle genti. Radelchi, non potendo far altro, li lasciò padroni di Bari; se li tirò dietro; ed espilò i tesori delle chiese per pagar loro gli stipendii. Mandolli una volta con Orso suo figliuolo sopra il castel di Canne o di Canosa, chè dubbio è il nome;[616] dove sopraggiuntili Siconolfo, li ruppe sì fieramente che pochi ne camparono. Khalfûn, crepatogli il cavallo nella fuga, salvossi a piè, a mala pena, entro Bari. Nondimeno, i Musulmani agevolmente riforniti di gente, prendean aspra vendetta; scorrean predando e guastando infino a Capua; e ardean la città, che fu rifabbricata di lì a pochi anni al ponte del Casilino, non lungi dall'antico sito.[617]
Donde Siconolfo avvisandosi, dice Erchemperto, di spezzare con un mal conio il mal nodo dell'albero, chiamò contro gli Agareni libici di Radelchi gli Ismaeliti spagnuoli di Creta, capitanati da un Apolofar[618] che avea fermo le stanze a Taranto. Siconolfo li assoldò con espilar le chiese peggio che non avesse fatto Radelchi: le due generazioni di Musulmani a gara si godeano il denaro de' Cristiani amici e la roba dei nemici; e mandavano a vendere in lor paesi i prigioni d'ambo le parti. Tra loro non si sa che mai combattessero, o il fecero come i nostri condottieri del decimo quinto secolo. Nè anco si parla di loro alla giornata delle Forche Caudine, ove scontratisi l'ottocento quarantatrè i due rivali longobardi, Siconolfo sbaragliò i Beneventani con grandissima strage. L'aiutavano bensì i Cretesi nelle scorrerie ch'ei più vaste assai fece dopo questa vittoria; onde ridusse Radelchi alle due sole città di Siponto e Benevento.[619]
Narrasi che tornando a Salerno Siconolfo ed Apolofar, dopo alcuna di queste fazioni, messisi per diletto a spronare a gara i cavalli, il principe volle mostrar nuova prodezza della gente germanica all'altro che piccino era della persona, ma destro, animoso e baldanzoso. Smontati al palagio, mentre salivano per le scale, Siconolfo lo levò di peso per un braccio, e ripostolo tre gradini più su, lo abbracciò e baciò, per addolcire o aggravare tal insolenza. E il Musulmano, quando la rabbia gli permesse di parlare, proruppe esser finita da quel dì ogni amistade tra lui e Siconolfo: lo giurò per Allah; nè scuse valsero a ritenerlo che con tutti i suoi non se ne tornasse a Taranto. Di lì manda ad offerirsi a Radelchi; corre a Benevento; fa cavalcar sue gualdane alla volta di Salerno: le quali giunsero al fiume Tusciano, come s'addimandava, ad otto miglia verso mezzodì; e lasciarono in quelle parti terribile memoria del nome di Apolofar. Del quale aneddoto io non veggo perchè si debba dubitare; stando bene quel villano scherzo a un principe longobardo che si tediava già dei Cretesi, non avendone più bisogno. Il Cronista poi racconta la fine di Apolofar: segnalatosi per gran valore nella difesa di Benevento; preso a tradigione da Radelchi; impavido e altero, sì che sputò in faccia al traditore pria di andare alla morte.[620]
La tradizione popolare che troviamo in questa cronica, se pur aggiunse qualche bel colpo di lancia, qualche arguto detto, qualche drammatica commozione, non alterò la importanza degli avvenimenti. Taranto fu abbandonata di certo dai Cretesi; leggendosi negli annali arabi di Sicilia che i Musulmani la rifornissero di presidio l'anno ottocento quarantasei: il che ben s'attaglia con l'episodio di Apolofar, assediato in quel tempo entro Benevento. L'altra compagnia di Berberi e Arabi d'Affrica che tenea Bari e aiutava Radelchi, si mantenne, ma non si segnalò, dal quarantatrè al quarantasei, tacendone in questo tempo gli scrittori cristiani; e allora appunto veggiamo la colonia di Sicilia travagliarsi nell'assedio di Messina e nell'aspra guerra di Val di Noto; onde non potea mandare rinforzi in terraferma. Mancandovi dunque quelle armi che l'ottocento quaranta e il quarantadue erano parute sì terribili, i due principi longobardi continuarono rabidamente a straziarsi, ma senza frutto; che nè Siconolfo avea possa di espugnare Benevento, nè Radelchi di ripigliare la provincia.
Con novello furore i Musulmani assalivano l'Italia meridionale l'ottocento quarantasei. Insuperbiti per aver tagliato a pezzi l'esercito bizantino (a. 845) in Sicilia, spinsero agli assalti, con evidente unità di disegno, le forze della colonia siciliana e dell'Affrica. Le prime si mostrarono a un tempo sul mare Ionio e sul Tirreno: da una parte poneano grosso presidio a Taranto,[621] dall'altra si afforzavano al capo della Licosa che termina a mezzodì il golfo di Salerno; e occupavano Ponza, nè curavansi ormai se spiacesse ai Napoletani. Perchè, non temendosi più nel Tirreno i Bizantini, e non contandovi per anco le bandiere di Pisa e di Genova, signoreggiavano quel mare la confederazione di Napoli e la colonia di Palermo, con forze non disuguali, con interessi comuni e interessi contrarii: fieri amici che avean riguardo, non paura l'un dell'altro; tenean la mano all'elsa della spada, e talvolta la sguainavano, ma presto tornavano in pace. Dopo la presa di Ponza, Sergio console di Napoli vi approdò con le sue navi e quelle di Gaeta, Amalfi e Sorrento; scacciò i Musulmani da quell'isola e dalla Licosa. Rifuggitisi in Palermo, i Musulmani tornarono con più forte armata, occuparono il castel di Miseno sì presso a Napoli,[622] e pur non furono sturbati. Probabil è che l'armata andasse ad accompagnare gli stormi di barche usciti in questo tempo dall'Affrica per venire sopra Roma.