Prima di sgombrar la città, i Musulmani avviavano a Palermo il bottino e i prigioni:[702] gittati su le medesime bestie da soma; scortati da brutali negri, ch'erano addetti ai servigii più bassi nello esercito; viaggiando sei dì e sei notti, al caldo e al freddo, senza riposo. All'alba del settimo dì, i prigioni siracusani gustavano amarezza novella a vedere la fiorente città, di cui la fama tanto parlava, uscita dall'antico giro delle sue mura, coronata di sobborghi, o meglio, sclama Teodosio, forti e superbe città, “l'iniqua Palermo, che tenendo a vile d'essere governata da un contarco, si impadronisce già d'ogni cosa, ha messo noi sotto il giogo, e minaccia d'assoggettare le genti più lontane, fin gli abitatori della imperiale Costantinopoli.” Così il prigione, struggendosi d'invidia municipale, inveiva contro un nome; confondea Palermo capoluogo di provincia sotto i Bizantini, con Palermo capitale musulmana, “ridondante di cittadini e di stranieri, che pareavi adunata tutta la genía saracenica da levante a ponente et da settentrione al mare.” Un folto popolo andò a incontrare il convoglio, tripudiando alla vista di quel bottino, intonando versetti del Corano, che Teodosio chiama canti trionfali e peani.

Dopo cinque dì, l'arcivescovo e i preti suoi erano addotti allo emiro supremo, dice Teodosio, senza dubbio il wâli di Sicilia, “sedente in trono, sotto un portico,[703] ascosto dietro una cortina per tirannesca superbia.” L'emiro e l'arcivescovo fecero per interpreti una breve disputa religiosa, nel cui tenore, dato da Teodosio, ben si ravvisa il gergo musulmano; e vedesi che il tiranno parlava senza orgoglio nè intolleranza; il pastore con dignità e circospezione. Accomiatati per tornare alla prigione, attraversavano la piazza di mezzo della città, probabilissimamente quella ch'or si chiama del Palagio Reale, seguendoli “moltissimi Cristiani che senza dissimulazione li compiangeano, e molti Musulmani tratti da curiosità di vedere il rinomato arcivescovo;” dei quali Teodosio non dice che desser su la voce a que' primi, nè profferissero ingiurie. Furon chiusi poi nelle pubbliche carceri,[704] che vi si scendea per quattordici gradini e non aveano altra finestra che la porta; dove, tra il caldo, la oscurità, il puzzo, gli schifi insetti, erano accalcati Negri, Arabi, Ebrei, Cristiani di Tarso, di Longobardia e Siciliani. Il vescovo di Malta, ch'avea i ferri ai piè, levossi per abbracciare Sofronio: si contarono a vicenda lor casi; piansero insieme; e ringraziarono Iddio. Ma venuta la festa dei Sagrifizii, com'esattamente la chiama Teodosio,[705] un fanatico dottore[706] si messe a stigare il popolazzo che per maggiore allegria facesse un falò di quel sacerdote politeista; se non che gli uomini più autorevoli e i magistrati calmarono il furore, mostrando vietato da legge musulmana l'abbominevole sagrifizio[707] e doversi in altra guisa render lode a Dio della vittoria. “Così campammo, conchiude Teodosio, scrivendo dal carcere, e pur ci minacciano la morte ogni dì.[708]” Si addoppiarono forse i timori suoi ne' tumulti della capitale, nella guerra che si raccese con avvantaggio delle armi greche; finchè, l'ottocento ottantacinque, erano riscattati i prigioni siracusani;[709] onde l'arcivescovo e Teodosio, par che tornassero in libertà.[710]

CAPITOLO X.

Lo stesso anno, se prima o appresso la espugnazione di Siracusa non si ritrae, Gia'far-ibn-Mohammed fu ucciso in Palermo dai suoi proprii famigliari, per trama di due principi del sangue aghlabita, ch'eran ritenuti prigioni nel palagio dell'emiro, mandativi al certo da Ibrahîm; l'uno, fratel di costui per nome Abu-I'kal-Aghlab-ibn-Ahmed; l'altro, fratello del padre di Ibrahîm, e addimandavasi anco Aghlab-ibn-Mohammed-ibn-Aghlab, soprannominato Khereg-er-ro'ûna, come noi diremmo “La pazzia se n'andò.” Aghlab, matto o no, volle raccogliere il frutto dell'omicidio; prese lo Stato, affidandosi in una mano di partigiani; ma non andò guari che il popolo, sollevatosi, lo scacciò con tutti i compiici suoi, e mandolli in Affrica.[711] Succedea nel governo, per elezione, com'e' pare, d'Ibrahîm, un Hosein-ibn-Ribâh,[712] che pochi anni addietro avea retto per breve tempo la colonia.

Il quale immantinenti ebbe a combattere aspra guerra coi Cristiani. Uscito la state dell'ottocento settantanove contro Taormina, fu sconfitto più fiate. All'ultimo trionfò in sanguinosa battaglia, e uccisevi il capitano nemico che il Baiân chiama patrizio;[713] forse quel Crisafi, la cui morte ricorda in quest'anno medesimo la Cronica di Cambridge:[714] il qual nome gentilizio ricomparisce in un diploma del duodecimo secolo, non che nei ricordi de' tempi successivi, e rimane tuttavia in Sicilia. Da ciò si vede che i Politeisti dell'isola, come il Baiân chiama i cittadini delle terre non sottomesse ai Musulmani, avendo dinanzi agli occhi quello spaventevole esempio di Siracusa, vollero piuttosto affrontar la morte uniti in campo, che perire divisi, ciascuno entro il suo muro. Notevol è che la medesima disperata reazione avvenne già dopo la presa di Castrogiovanni. Or davano animo al resistere anco le discordie dei Musulmani e gli appresti che facea Basilio per cancellare l'onta delle armi sue.

Incalzavan la briga i frati, solito stromento di governo nell'impero bizantino; i quali si fecero agitatori, portatori d'avvisi, anco esploratori; affidandosi nella umiltà di loro stato, nei pretesti che forniva e nella riverenza del popolo musulmano, ch'era sì caritatevole verso i poveri di qualunque religione, proclive a tutte superstizioni anco straniere, e uso a tenere in gran conto l'abnegazione monastica. Pertanto veggiamo sopraccorrere in questo tempo in Sicilia un valente frate, Elia da Castrogiovanni, la cui vita tra non guari avremo a narrare. Lasciata Gerusalemme, ov'ei facea stanza, Elia navigò alla volta d'Affrica; di lì venne sur un legno carico di mercatanzie in Palermo; vi rivide la madre; e a capo di pochi dì, appunto quando s'allestiva un'armata nel porto della capitale, ei passò a Taormina; di là a Reggio, ove il popolo era tutto sbigottito; lo rassicurò vaticinando la sconfitta degli Infedeli: e dopo i successi che siamo per narrare, Elia ricomparisce a Taormina per pochi dì; passa in Grecia; ov'è preso per spia dei Musulmani; indi viene in Calabria di nuovo; va a Roma e di nuovo a Taormina. L'intendimento di cotesti viaggi è evidentissimo. Il fatto si deve accettare da una biografia scritta non guari dopo la morte di Elia, e molto accurata nei nomi proprii e topografici, e negli avvenimenti che noi d'altronde conosciamo; verosimile e semplice negli altri; nella quale i miracoli stanno appesi come parati da festa su le mura di un edifizio.[715]

Il detto vaticinio d'Elia era di quelli che ognuno può fare. Dopo gli avvantaggi riportati dalle armatette bizantine, a Napoli[716] sopra i Musulmani d'Affrica e di Sicilia, e in Levante contro quei dell'Asia Minore e di Creta, il navilio capitanalo da Niceta Orifa, per audace fazione, avea distrutto l'armata cretese nel golfo di Corinto; aveala arso, affondato, fatti moltissimi prigioni, e messili a morte con orrendi supplizii; chi scorticato vivo, chi immerso nella pece bollente.[717] Oltre il terrore di questi fatti, stava pei Bizantini la superiorità del numero; leggendosi che l'armata affricana e Siciliana che s'accozzò in Palermo sommasse a sessanta navi,[718] ed a centoquaranta la bizantina che le fu mandata incontro,[719] capitanata da un Nasar, uom di Siria come lo mostra il nome; forse della fiera gente dei Mardaiti che valorosamente combatteano contro gli oppressori Musulmani in patria e fuori.[720] Come il navilio affricano s'era messo a depredare Cefalonia, Zante e tutte quelle costiere, con animo forse di passare in Calabria, Nasar, raccolte sue forze nel porto di Modone, ristorata la disciplina nei soldati, rinforzatili di Mardaiti e milizie del Peloponneso, uscì improvvisamente contro il nemico. Per aspro combattimento gli bruciò o prese la più parte delle navi, credo io, nei primi di agosto ottocento ottanta, su la costiera occidentale della Grecia propria, Ellade, come allor si chiamava la provincia a settentrione dell'istmo di Corinto. Rifuggitisi in Sicilia quei pochi legni che il poterono, Basilio comandava a Nasar di passar oltre verso Ponente. Così quegli veniva a Reggio; e distrutto, com'e' pare, qualche avanzo dell'armata siciliana che osava far testa, approdò non lungi di Palermo.[721]

Padroni oramai del mare i Bizantini cominciarono a dar la caccia alle navi mercantili dei Musulmani, e grande copia vi presero di ricche merci, soprattutto d'olio, il quale fu tanto che il venderono a un obolo la libbra:[722] depredazioni esiziali in quell'anno, in cui era una spaventevole carestia in Africa,[723] e però molto bisogno delle derrate di Sicilia. Al tempo stesso Nasar mandò torme di cavalli a dare il guasto ai territorii delle città fatte tributarie dei Musulmani: parecchi mesi durò frastornando il commercio della colonia, senza attentarsi ad assalirla altrimenti; finchè andossene in Terraferma ov'era più agevole a fare acquisto di territorio.[724] Ben ei lasciò una squadra di salandre a Termini, o Cefalù, con soldati che continuassero l'infestagione per terra;[725] e forse allor fu che Basilio, con intento di ordinare la guerra in Sicilia, fecevi capitano Euprassio,[726] e poi Musulice. Allora per certo si cominciò a fabbricare o afforzare una città, alla quale i Bizantini poser nome di Città del Re; com'io credo, l'odierna Polizzi,[727] la quale sorge sopra un colle in mezzo alla valle principale delle Madonie, a brevissima distanza dalle scaturigini dei due Imera, settentrionale e meridionale, o vogliam dire fiume Grande e fiume Salso. Cotesti fiumi, correndo in dirittura opposta, l'uno al Tirreno, l'altro al mar d'Affrica, tagliano la Sicilia d'una linea non interrotta, la quale segnò la divisione amministrativa sotto i Romani, e poi di nuovo nel decimoterzo secolo; e le due provincie si chiamarono la prima volta Lilibetana e Siracusana, poi Sicilia di là e di quà del Salso, ossia Occidentale ed Orientale, e l'una rispondea al Val di Mazara, l'altra a quei di Demona e Noto uniti insieme. Da quella fortezza i Bizantini tenendo il passo delle Madonie, poteano dominare l'uno e l'altro pendío; chiudere i Musulmani nel Val di Mazara; e assicurare le popolazioni cristiane di Val Demone e Val di Noto. Con pari intento il conte Ruggiero due secoli appresso affortificava Polizzi, sì che a lui ne fu attribuita la fondazione.

Scambiato per cagion di quelle sconfitte, o forse uccisovi, Hosein-ibn-Ribâh, e rifatto governatore della colonia Hasan-ibn-Abbâs,[728] i cavalleggieri musulmani prorompeano di Palermo a infestar tutta la Sicilia, l'anno dugento sessantasette dell'egira (11 agosto 880 a 30 luglio 881), nella state cioè dell'ottocento ottantuno; e Hasan col grosso delle genti, attraversata risolutamente l'isola, andava a bruciare le mèssi nel contado di Catania. Di lì passato in quel di Taormina,[729] distruggeva le ricolte e tagliava gli alberi: onde uscitogli contro Barsamio, capitano del presidio, uom di Siria come parrebbe al nome, questi toccò una sconfitta, che il biografo di Elia da Castrogiovanni dice predetta dal Santo.[730] Il vincitor musulmano, tornandosi a Palermo, dava il guasto al territorio di Bekâra, non so bene se Vicari, ovvero un castel distrutto nelle vicinanze di Gangi, che non son guari lontani nè l'uno nè l'altro dal luogo ov'eransi afforzati i Bizantini. Questi dal canto loro non intermessero le incursioni ne' territorii dei Musulmani ai quali recarono gravissimi danni.[731] Così con varia fortuna si combattea.

L'anno appresso, che fu il dugento sessantotto dell'egira (31 luglio 881 a 19 luglio 882), cominciò con atroce sconfitta e terminossi con splendide vittorie dei Musulmani. Narra Ibn-el-Athîr che una gualdana condotta da Abu-Thûr, “Quel dal Toro,” come noi diremmo, imbattutasi nell'esercito bizantino, fu tagliata a pezzi; sì che ne camparon sette uomini soli.[732] Il nome di Caltavuturo,[733] che significa la rôcca di Abu-Thûr, discosta cinque miglia da Polizzi, addita il luogo dello scontro. La quale notizia accozzata con quel rigo di annali è esempio dei materiali su cui ci tocca ordinariamente a compilare questo nostro lavoro: ragguagli talvolta precisi, ma come iscrizioni sepolcrali; nè ci dipingono le sembianze, nè ci rivelano le passioni, i pensieri, tutto quel movimento vitale che piace e giova intendere nella storia. Ma alle memorie storiche come noi le vorremmo, come l'ebbero alle mani i grandi maestri dell'arte, suppliscono un po' le leggende: almeno ci svelano in che modo allor gli uomini delirassero, che è pur segno di vita. Un'agiografia greca ed un'agiografia arabica s'abbattono entrambe, com'e' pare, nel medesimo fatto di Caltavuturo; narrando le visioni di due avversarii in alcuna sconfitta toccata dai Musulmani. Niceta Davidde di Paflagonia, nella Vita d'Ignazio Patriarca di Costantinopoli scritta in greco, novera questo tra i cento prodigii del patriarca: che Musulice, stratego di Sicilia, in un'aspra battaglia contro i Saraceni, sbigottito, nè sapendo che farsi, invocava l'anima beata d'Ignazio, e che quegli, apparso in aria sopra un possente caval bianco, gli accennava di muover le schiere contro la sinistra del nemico; e così fece il pio capitano, e, contro il solito, vinse.[734] In luogo di un vescovo che venisse a dimostrare arte di strategia, la leggenda musulmana fa scendere dall'empireo le Huri dai begli occhi negri, per chiamare a novella vita i martiri della fede unitaria. Il narratore è Abu-Hasan-Harîri, siciliano di santissimi costumi secondo sua setta, trapassato il novecento trentuno. “Al tempo, diceva egli in sua vecchiezza, al tempo che questa nostra patria nudriva prodi cavalieri, non trascorsi per anco a lacerarsi in guerra civile, io mossi con gli altri ad una impresa contro Infedeli; nella quale scontratici col nemico, fe' carnificina di noi. Tra i cadaveri trovai semivivo Abu-Abd-Selem-Moferreg, uom virtuoso, dato ad esercizii di pietà, a dura penitenza, e a combattere per la fede; il quale così mi parlò: “Ti giuro,” ei disse, “per Dio, che ho visto tante scale drizzate da questo campo infino al cielo, per le quali scendeano giovanette che mai più vaghe non ne conobbi al mondo. Tenendo alle mani uno sciugatoio di drappo verde, ciascuna s'accostò a un dei martiri nostri, e presogli il capo e posatoselo in grembo, gli astergeva il sangue; poi, levando nelle sue braccia il trafitto, se ne risaliva con esso lui in cielo. Ma la donzella che venne a me, addandosi ch'io respirassi, mi volse le spalle tutta sconsolata, esclamando: — Oh sventura, egli vive! Oh vergogna mia appo le compagne! — Ed ella mi lasciò,” finiva singhiozzando Moferreg, “ch'io la vidi con questi occhi miei aperti e risentiti. Mi lasciò la dolce sorella: or come mai potrò cessare il pianto finch'io non la ritrovi?”” Da quel dì in poi Moferreg si profondò tanto più a meditare su la divinità e su l'altro mondo; raddoppiò ogni più strano rigor di vita ascetica; si cibò d'erbe; e quando alcuno gli diceva: “Smetti, o Abu-Abd-Selem,[735] che hai fatto abbastanza per guadagnare il Paradiso;” ei gli dava su la voce: “Sciagurato ch'io non ho scusa appo il mio Signore;” e ricominciava a piangere: nel qual modo si travagliò per sei anni che gli rimaser di vita.[736]