Deposto dopo la sconfitta di Caltavuturo Hasan-ibn-Abbâs, e surrogatogli Mohammed-ibn-Fadhl, rinnovava, nella primavera dell'ottocento ottantadue, il disegno di Hasan; spargendo le gualdane per ogni luogo ove i Cristiani non fossero sottomessi; e movendo egli medesimo con lo esercito sopra Catania. Andò seco lui grande sforzo di gente, levatasi in massa alla guerra sacra, com'e' pare dal testo d'Ibn-el-Athîr.[737] Dato il guasto alle mèssi in quel di Catania, Mohammed improvvisamente si voltò contro i soldati delle salandre bizantine, i quali non si ritrae se abbiano fatto sbarco nella costiera orientale, o, per terra, tenuto dietro all'esercito musulmano; o se questo sia ito a trovarli su la costiera settentrionale, valicando i monti. Mohammed li combattè e ruppe con molta strage. Poi andò a guastare le ricolte di Taormina; e al ritorno scontrossi con più forte esercito cristiano, accozzato forse dai municipii di Sicilia. Lo sbaragliò; ne uccise tremila uomini, e mandò le teste in Palermo. Usando la vittoria, assaltò poi la Città del Re, Polizzi, se regge il mio supposto; della quale impadronissi per forza d'armi, e messe a morte tutt'i combattenti, e ogni altra persona fe' schiava.[738] Così erano sgombrati gli avanzi della espedizione di Nasar. Le forze bizantine, bastando appena alla guerra di Calabria, abbandonavano la Sicilia, o forse vi lasciavano pochissimi presidii. Il territorio cristiano pertanto si ristrinse ai monti della Peloriade, all'Etna, e alla valle ch'è di mezzo.
Quella striscia di terreno sarebbe stata poi, con lieve fatica, soverchiata dai Musulmani, se non li avesse arrestato il peggior nemico loro, la discordia. La quale nelle avversità suol trovare nuov'esca; e cova sotterra; e quando poi senta rivoltare la fortuna, s'apre spiragli, e divampa. I segni del tristo fuoco si veggono apparire poco appresso la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl: sono la debolezza e incertezza con che si sciupò la vittoria. Il dugento sessantanove (20 luglio 882 a 9 luglio 883), Mohammed affliggea con saccheggi, cattività, uccisioni i contadi di Rametta e Catania, ma tornava in Palermo tra il giugno e il luglio dell'ottocento ottantatre,[739] senza offendere altrimenti il nemico tutto quell'anno. Al vittorioso condottiero, se deposto o morto non si sa, era surrogato un Hosein-ibn-Ahmed; il quale morì l'anno dugento settantuno (28 giugno 884 a 16 giugno 885), dopo una scorreria che fe' fare nel territorio di Rametta, con guasti di poderi e preda di roba e d'uomini. Poi, venuto d'Affrica a governare l'isola Sewâda-ibn-Mohammed-ibn-Khafâgia, volendo imitare il padre e l'avolo con gagliarde imprese, desolò non solo il contado, ma forse anco i sobborghi di Catania;[740] passò a Taormina; combattè quel presidio; guastò le mèssi; e si facea più da presso, quando venuti a chiedergli accordo, com'ei pare, i decurioni della città, fermò la tregua per tre mesi e lo scambio di trecento prigioni musulmani con que' di Siracusa; ridusse lo esercito alle stanze in Palermo;[741] e spirata la tregua, riassaltò la Sicilia orientale all'entrare del dugento settandue (17 giugno 885 a 6 giugno 886) senz'altro frutto che un po' di bottino.[742]
Così per due anni allenava la guerra sacra, perchè gli animi s'apparecchiavano alla guerra civile. Alfine, aggiugnendosi alle altre cagioni di mal contentamento le vittorie che riportava in Calabria Niceforo Foca e il disordine che dovean recare dalla Terraferma nell'isola i Musulmani rifuggiti,[743] si venne in questa al sangue. I Berberi e gli Arabi combatteron tra loro, il dì appunto non si sa, tra l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera dell'ottantasette: e Sewâda con un suo fratello e tutti i partigiani, presi dal popolo di Palermo e messi in ceppi, furono mandati in Affrica. Il popolo rifece governatore un Abu-Abbâs-ibn-Ali;[744] ma par che poco durasse in ufizio, e che il principe aghlabita riescisse a chetare i sollevati; sì che non guari dopo rimandava in Palermo lo stesso Sewâda.
Breve pausa di discordie, ma ben la sentirono i nemici. Morto in questo mezzo Basilio Macedone (1 marzo 886) e venuto l'impero nelle deboli mani di Leone, era chiamato Niceforo Foca a governar la guerra in Asia Minore. I Musulmani di Sicilia allestivano allora l'armata per riassaltare la Calabria, l'anno dell'egira dugento sessantacinque (15 maggio 888 a 4 maggio 889). Allo incontro venne da Costantinopoli a Reggio il navilio imperiale; e passato lo stretto, che già avea preso il nome di Mar del Faro,[745] trovò il nemico nelle acque di Milazzo, probabilmente in settembre ottocento ottantotto. La battaglia finì con una strage spaventevole: prese tutte le navi ai Cristiani; morti dei loro cinque, forse settemila, tra di ferro e annegati: ed è da credervi, poichè al certo il vincitore musulmano non risparmiò i prigioni, dopo quelle orribili crudeltà di Niceta Orifa. Allo annunzio della quale sconfitta gli abitatori di Reggio e delle altre città e castella della estrema Calabria, fuggivano dalle case loro sentendosi sul collo la spada musulmana. Infatti l'armata vincitrice approdò; sparse gli scorridori all'intorno, e fatto gran bottino si ridusse in Palermo.[746]
Dopo la espugnazione dell'ottocento quarantatrè, il nome di Messina ricomparisce nelle memorie musulmane in questo tempo, sapendosi che Mogber-ibn-Ibrahîm-ibn-Sofiân fosse mandato a capitanare “l'esercito di Messina e terra di Calabria dopo la battaglia di Milazzo;” queste sono le proprie parole del biografo.[747] Nel mezzo secolo che corse tra l'uno e l'altro avvenimento, non si fa punto menzione di quella città; ma si ricordano, dall'ottocento settantasette in poi, i guasti di eserciti musulmani nel contado di Rametta, picciola rôcca tra i monti, a ponente di Messina ond'è lontana nove miglia in linea retta[748] e molto più pei sentieri tanto o quanto praticabili a tramontana e mezzogiorno. Rametta o Rimecta, terra di nome latino, e però antica, ancorchè non se ne faccia ricordo da storici e geografi innanzi il nono secolo; terra limitata dal sito a mediocre prosperità; forte asilo in tempo di guerra. Così ancora per tutto il corso del decimo secolo il nome di Messina s'udì poco, quel di Rametta fu famoso per battaglie e assedii; finchè la città del Faro, non molto innanzi il conquisto normanno, ripigliava l'antico lustro, e Rametta tornava alla condizione assegnatale dalla natura. Da cotesta vicenda parmi si debba argomentare che dopo l'ottocento quarantatrè i principali cittadini di Messina e gran parte del popolo si tramutassero in quelli aspri gioghi per viver liberi; e che Messina, mezzo abbandonata, rimanesse come porto ed emporio, Rametta divenisse l'Acropoli dell'antica patria.
Mogber, uom valoroso, della nobile schiatta di Sofiân collaterale di casa d'Aghlab,[749] era stato accetto un tempo a Ibrahîm-ibn-Ahmed, che solea per diletto armeggiar di lancia con esso lui; era stato preposto al governo di Laribus; ma poi, allontanato d'Affrica al par di quanti altri davan ombra al tiranno, ebbe il pericoloso comando dell'esercito a Messina. Dove gli avvenne che andato con poche galee a una correria in Calabria, l'armata bizantina, capitanata, com'ei pare, da un ammiraglio Michele, lo fe' prigione, e sì mandollo a Costantinopoli; ove dopo alquanti anni morì. Per lungo tempo rimase popolare in Affrica il nome di Mogber, recitandovisi da tutti un poemetto ch'egli avea dettato nei tristi giorni della cattività, e mandatolo al Kairewân, del quale abbiamo due squarci: poesia imitativa; versi così così; sensi di carità patria; disprezzo della fortuna, e speranza che confortasse l'animo del prigione colui che avea guardato Giuseppe dalle seduzioni, rincorato Giobbe, liberato Abramo dal furore de' Miscredenti e dato possanza al bastone di Mosè in faccia ai Maghi d'Egitto.[750]
Ma Sewâda-ibn-Mohammed, tornato in Palermo, movea l'anno dugento settantasei (5 maggio 889 a 23 aprile 890) contro Taormina, e invano l'assediava;[751] col quale par che Ibrahîm-ibn-Ahmed abbia mandato in Sicilia milizie straniere sotto pretesto della guerra sacra in Calabria, e in verità per mettere un freno in bocca ai coloni. In fatti, leggiamo nella Cronica di Cambridge che di marzo ottocento novanta i Musulmani di Sicilia si levarono in arme contro gli Affricani e uccisero un Tâwâli, del quale altro non si conosce che il nome o soprannome che sia;[752] ma quella appellazione di Affricani e Siciliani, data qui dal medesimo scrittore che nell'ottocento ottantasette avea parlato di Giund e Berberi, mostra che si combattesse tra le novelle forze venute d'Affrica e gli antichi coloni, non più tra le due schiatte di costoro.[753] Resse la Sicilia l'anno dugento settantotto (14 aprile 891 a 1 aprile 892) Mohammed-ibn-Fadhl di già ricordato. Il dugento settantanove (2 aprile 892 a 21 marzo 893), il Baiân ripete il nome di costui e lo dice entrato in Palermo capitale dell'isola il due sefer[754] (4 maggio 892); la qual data, sì precisa, è indizio di avvenimento non ordinario; forse un moto di fazioni; forse una battaglia. Ne fan certi di ciò i cenni che troviamo in altri scrittori. Leggiamo nella storia d'Affrica del Nowairi, che l'anno dugentottanta (893-894) Ibrahim-ibn-Ahmed, rifatto hâgib, o vogliam dir ciambellano e primo ministro, un Hasan-ibn-Nâkid, gli conferì inoltre parecchi oficii, tra i quali l'emirato di Sicilia, e che Hasan andò con un esercito a combattere i popoli di Tunis e di tutta la penisola di Scerîk,[755] come chiamavan la lingua di terra che si termina nel Capo Bon e dritto guarda al promontorio occidentale della Sicilia. Da un'altra mano, tra l'ottocentonovantadue e il novantasei, non s'intende in Sicilia d'impresa contro i Cristiani; anzi si vede fermato un patto tra loro e i Musulmani dell'isola: fermato ai tempi di Abu-Ali, dice la Cronica di Cambridge;[756] fermato coi Saraceni di Palermo che si ribellarono dal principe d'Affrica, dice Giovanni Diacono napoletano,[757] alludendo, com'e' par certo, al medesimo accordo. V'ha luogo dunque a due supposti: o che il principe affricano abbia voluto usar la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl, per togliere le franchigie della colonia, e farla reggere dal primo ministro ch'ei si teneva allato; ovvero che i coloni siano rimasi di sopra in alcun altro scontro, e Ibrahim abbia commesso al primo ministro, che, doma la penisola di Scerîk, traghettasse il mare, e andasse a domar la Sicilia, il che poi non si effettuò. Al secondo supposto dan valore le parole di Giovanni Diacono; talchè Abu-Ali sarebbe soprannome del capo della rivoluzione in Palermo.
La pace, chè tal vocabolo adopran qui i cronisti contro l'uso ordinario degli accordi coi Cristiani, non portava ai Musulmani altro avvantaggio, che di liberar mille prigioni di lor gente. Fu stipolata tra gli ultimi dell'ottocento novantacinque e i primi del novantasei. Le fu posto il termine di quaranta mesi; e la colonia diè statichi da scambiarsi ogni tre mesi, una volta Arabi e una volta Berberi.[758] Tornò dunque a un compenso del riscatto di mille Musulmani col valsente del bottino, schiavi e guasti di ricolte, che i Cristiani avrebbero potuto patire in quattro estati; e gli ostaggi si davano dai Musulmani ai Cristiani, perchè in tal baratto questi pagavan contante, e quelli in credito. Accordo glorioso per quei tre o quattro municipii della schiatta vinta che a mala pena si difendeano, stretti e incalzati in un cantuccio dell'isola; troppo umile pei conquistatori che s'eran lasciati prender tanta gente, sia in Sicilia sia in Calabria, nè si fidavano di liberarla con la spada. Nè minore scandolo era per loro a confessare in faccia ai Politeisti la profonda scissura della colonia, con quello avvicendare degli statichi: Arabi e Berberi, non più fratelli in Islam!
Pongo termine qui alla narrazione del conquisto. Io non ho voluto arrestarmi all'ottocento settantotto alla espugnazione di Siracusa, nè proseguire infino a quella di Taormina nel novecentodue, che sarebbero parute l'una o l'altra epoche più esatte secondo i fatti esteriori. Ma il gioco delle forze politiche, al quale vuolsi risguardare piuttosto che agli accidenti delle guerre, cambiò appunto al tempo della detta pace. Allor fu che il principato bizantino lasciò la Sicilia come spacciata. Allora i pochi municipii cristiani independenti cominciarono ad operare dassè. Allora la colonia musulmana, stendendo la mano a quei generosi avanzi della schiatta vinta, gittossi nella lotta di independenza che darà materia al seguente libro.