Travagliandosi per tal modo i Musulmani di Sicilia negli ultimi venticinque anni del nono secolo, la guerra che conduceano in terraferma d'Italia mutò indole e luoghi. Ciò anco venne dalle nuove condizioni dei potentati cristiani. Maturati, siccome abbiamo accennato, i frutti della riforma di Basilio Macedone, l'impero d'Oriente occupava le più vicine parti della penisola, e cercava di attirarsi con le pratiche il papa, e adescare o sforzare gli altri Stati minori della Italia Meridionale, sì che tornassero al nome bizantino. Da un'altra mano, l'Impero Occidentale, smisurata massa ed eterogenea, presto s'era scissa: i varii principi del sangue di Carlomagno, che ne avean preso chi un reame e chi un altro, litigavano tra loro; e s'era spenta con Lodovico secondo, imperatore, ogni virtù di quella schiatta. Allora quei che aspiravano al regno d'Italia ed alla dignità imperiale, non bastando a pigliarsi la corona con le proprie mani, cominciarono ad accattarla dal papa; il quale, mercè la preponderanza del clero, trovava modo a governare i suffragi dei grandi vassalli italiani. Così l'autorità imperiale avvilissi tanto più; la papale crebbe; e non ne migliorò punto la condizione d'Italia.

Perchè il papato, sì efficace a scommettere l'Italia, non ebbe mai potere di unirla, anco volendo; e questo è necessario effetto d'una ambizione senz'armi. Ciò apparve, come tante altre fiate, così al tempo di Giovanni Ottavo (872-882); il quale si accinse a compiere, a profitto della sede romana, i disegni di Lodovico Secondo imperatore contro i Cristiani dell'Italia Meridionale, sotto specie che i Musulmani aiutati da loro infestassero lo Stato della Chiesa. Giovanni si fondava, oltre l'influenza temporale dei vescovi, su le discordie e i timori di quei piccioli Stati e su le forze materiali ch'ei potesse ottener dai due imperatori: da Basilio, favoreggiandolo nel conquisto della Puglia, e accomodando la gran lite della Chiesa Costantinopolitana; e dall'imperatore d'Occidente, in baratto della corona. A lui non mancò ingegno, nè coraggio, nè attività, nè saldo proponimento, nè coscienza larga: fu sempre a cavallo, o in nave; si gittò tra le armi; scomunicò con ambo le mani in Italia; ribenedisse Fozio in Oriente; scrisse volumi di lettere; promesse largo, e attese corto; ingannò; ordì tradimenti; aiutò il vescovo di Napoli a un fratricidio: e pur non conseguì lo intento suo. E tal diffalta gli scrittori ecclesiastici non gli hanno mai perdonato. L'ira è andata sì innanzi, che altri l'accagiona di “prudenza carnale;”[759] come se Giovanni Ottavo fosse stato il solo papa ambizioso: e il cardinal Baronio, con insipida arguzia, scrive che la femminina debolezza di costui desse appicco alla favola della papessa Giovanna.[760] Così lo feriscono, senza volergli far troppo male. Il disegno, del resto, non fallì per timidità di Giovanni Ottavo, ma perchè i feudatarii imperiali dal Tevere in su non avean voglia di ubbidire a un prete; perchè dal Tevere in giù ei trovò tiepidi amici e nemici imperterriti; i quali, minacciati da lui, si strinsero coi Musulmani, e glieli scagliarono addosso.

Il paese, la cui sorte si giocava per tal modo tra l'impero d'Oriente, il papa e i Musulmani, era scompartito in questa guisa. La Calabria e Terra d'Otranto ubbidiano in parte a Costantinopoli, in parte eran tenute dai Musulmani. Da quelle due punte della penisola ai confini dello Stato Ecclesiastico, il principato di Benevento occupava tutto il pendio orientale dell'Apennino. L'occidentale era tenuto a mezzodì dal principato di Salerno, a settentrione da quel di Capua: tra i quali si reggeano validamente, appoggiate in sul mare, le repubbliche di Napoli, Amalfi e Gaeta. In tutto, sei Stati agguerriti, rabbiosi, agognanti ciascuno al danno dell'altro; sospettosi tra loro e de' potentati maggiori. Capua, spiccatasi di recente dal principato di Salerno, confiscata dall'imperatore Lodovico Secondo, era ricaduta nelle mani del vescovo: Landolfo, della famiglia di quei gastaldi o conti che voglian dirsi; uom senza legge nè fede, aborrito dai popoli e sopratutto dai frati; vacillante altresì per le gare di non so quanti nipoti, tutti degni di lui. Uno Stato così fatto, confinando da un lato con le repubbliche, dall'altro coi dominii papali, dovea essere il pomo della discordia.

Stando le cose in questi termini verso l'anno ottocento settantacinque, i Musulmani ricominciarono nell'Italia Meridionale due serie di combattimenti, anzi due guerre al tutto diverse; nell'una delle quali erano assaliti, nell'altra assalitori; nell'una operavano dal golfo di Taranto per difendere dai Bizantini gli avanzi di lor colonie; nell'altra fean base dei golfi di Salerno, Napoli e Gaeta, per depredare tutta la Terra di Lavoro e la Campagna di Roma. Pertanto, tratteremo separatamente i casi di coteste due guerre.

Principiando da quella di Calabria e di Puglia, e' si vede che, poco prima o poco appresso la morte di Lodovico, il navilio musulmano, di Taranto o di Creta, avea già risalito l'Adriatico infino a Grado, e tentatala invano, al ritorno (luglio 875) arse Comacchio. Dalla parte di terra, la colonia di Taranto, rinforzata dalle reliquie dell'esercito di Salerno, occupò gran tratto di Calabria. Preposto intanto al reggimento un Othmân, che il Sultano, al suo tempo, avea bandito di Bari, Othmân riassaltava lo Stato di Benevento. Corsero i Musulmani infino a Bari e a Canne, depredando; ruppero tre fiate le genti di Adelchi; infestarono i contadi di Benevento stessa, Telese, Alife, desolati tante volte nelle passate guerre; e alfine vennero all'accordo col principe di Benevento. Conduceano tal pratica due vecchi compagni di prigionia del Sultano, chiamati dai cronisti Abdelbach ed Annoso; nome certamente musulmano il primo, che va scritto Abd-el-Hakk, e certamente latino il secondo, onde accenna un rinnegato. Adelchi uscì di briga a buon patto, stipolando con costoro di rendere il Sultano ad Othmân; il quale nol ridomandava, credo io, per carità musulmana. Quantunque una cronaca narri i gravi danni che Saudan fece ai Cristiani, libero ch'ei fu e tornato a Taranto, parmi che quivi si parli del nuovo sultano, scambiando, al solito, il nome proprio col titolo; poichè gli annali musulmani portano la morte di Mofareg-ibn-Sâlem, appunto in questo tempo in cui la tradizione cristiana lo dice consegnato ad Othmân.[761]

Ricominciato così il terrore dei Musulmani, e rifatto imperatore Carlo il Calvo, che non poteva attendere all'Italia, Basilio Macedone mandò lo stratego Gregorio con un'armata ad Otranto. Chiamato dai cittadini di Bari, che temeano un assalto di Othmân, Gregorio andò a Bari; la occupò a nome dell'impero bizantino (876); e, per arra di buon governo, pigliò alcuni ottimati, e sì mandolli prigioni a Costantinopoli. Indi i principi di Benevento, Salerno e Capua, ancorchè fossero caldamente sollecitati da Basilio a cooperare contro i Musulmani di Calabria, e pregati con belle parole di religione, di cacciata dei Barbari, di benigna protezione dello Impero, e il resto che ognun sa, pur non se ne mossero. Napoli, che non s'era mai inchinata a Lodovico, nè spiccata dai Musulmani, si strinse ad essi più che mai; tornarono a quell'amistà Amalfi e Gaeta che tentennavan prima; e v'entrò lo stesso principe di Salerno.[762]

La Puglia e la Calabria, su le quali Basilio doveva operare ormai con la forza delle armi e le pratiche del papa, aveano ubbidito, prima della occupazione musulmana, al principato di Benevento. A quanto si può scernere nella oscurità di quel tratto di storia, predominava in quelle provincie lo elemento municipale; ma snervato, ligio, inerte, diverso d'indole dalle repubbliche di Venezia, Roma, Napoli, ch'aveano goduto libertà ormai da tre secoli. Erano comuni piccioli la più parte, o se alcuno se ne notava popoloso, come Bari, non mostrava maggior vigore che i piccini: nè la debolezza individuale dei comuni era compensata dalla unione della provincia, dagli ordini militari, amministrativi o politici, dalla affezione, o almeno abitudine dei sudditi. Tanto più che, comparsi in quelle parti i Musulmani, le aveano corso per trent'anni al par dei Franchi, dei Longobardi di Benevento e dei Longobardi di Salerno; e i municipii aveano piegato il collo a volta a volta dinanzi a chi più temeano. Dopo l'875, dileguato il nome dei Franchi, e rimasi in quelle province i sanguinosi avanzi dei Musulmani che si risentivano, facilissimo s'offriva il conquisto alle armi bizantine.

Si dierono dunque a Basilio parecchie castella della Puglia, come si ritrae dal confuso e alterato racconto della Continuazione di Teofane, compilato su le nuove ch'eran corse per le bocche di tutti a Costantinopoli. Tra cotesti fatti leggiam sublime esempio di virtù rinnovatosi in altri tempi e appo altre nazioni e di tanto più credibile. Narrasi che movendo i Musulmani contro un castello dello Stato di Benevento, e avendo i terrazzani mandato un nunzio a chiedere soccorso a Costantinopoli, quegli, tornando con promesse di Basilio, fu preso dai Musulmani; i quali gli profferian salva la vita, se togliesse ai suoi ogni speranza degli aiuti greci. Quel generoso disse di sì. È addotto dunque da una mano di soldati sotto le mura, fa chiamare i principali cittadini, espone l'ambasciata, e venuto alla risposta di Basilio: “Provvedete ai miei figli,” gridò, “chè a me avanzano pochi istanti di vita. Basilio già manda gli aiuti.” E incontanente il trucidarono i Musulmani; ma levarono l'assedio. Così le castella di questa provincia tennero fermo nella devozione dell'imperatore, conchiude la cronaca di corte;[763] non contando come interruzione tre secoli di dominio longobardo, ch'eran passati.

Nondimeno i Bizantini si travagliarono per cinque anni senza altri segnalati avvantaggi che d'avere allontanato dalla lega musulmana, per procaccio del papa, Salerno e poi Benevento; finchè distrutta l'armata affricana e siciliana su le costiere di Grecia (880), e assaliti in casa loro i coloni di Sicilia, Nasar ripassava in Calabria, come a suo luogo accennammo. Quivi Nasar cooperando coi fanti e i cavalli capitanati dal protovestiario Procopio e da Leone per soprannome Apostippi, acquistò gran tratto della provincia. Ruppe al capo di Stilo un'altra armata testè venuta d'Affrica; cacciò i Musulmani da molte terre occupate;[764] ma tornato Nasar a Costantinopoli, la invidia che Leone portava a Procopio fe' perdere una battaglia contro i Musulmani. Leone con gli avanzi delle genti sbaragliate prese Taranto, e fe' schiavi quanti vi trovò Musulmani o Cristiani.[765] Richiamato indi costui, e punitolo d'avere abbandonato il commilitone sul campo di battaglia,[766] Basilio mandava in Italia uno Stefano Massenzio, con iscelte milizie di Cappadoci e Carsianiti, che si aggiunsero alle legioni di Tracia e Macedonia. Questi avendo pur fallito un colpo sopra Amantea, Basilio, l'anno ottocento ottantacinque, gli surrogò Niceforo Foca; uom d'alto stato e grandissimo animo, avolo dell'omonimo suo che sedè sul trono di Costantinopoli.

Niceforo, recate nuove forze del tema d'Anatolia, e alsì dei valorosi Pauliciani ch'erano avanzati allo sterminio di lor setta in Oriente,[767] ultimò il conquisto. Rotti in molti sanguinosi scontri i Musulmani; strette d'assedio successivamente Amantea e Santa Severina, sforzò quei presidii a dar le castella e andarsene, salva la vita e lo avere, in Palermo e altri luoghi di Sicilia.[768] Riebbe anco Tropea; tutte le Calabrie e una parte della Puglia ridusse al nome imperiale. A capo d'un anno, quando, morto Basilio, il vittorioso capitano era chiamato a difendere le province dell'Asia Minore,[769] Niceforo, partendo dal nostro suolo, lasciovvi gratissima memoria di sè. Erano avvezzi in quelle guerre i soldati bizantini a far mercato dei prigioni, che si spartivano come ogni altra maniera di bottino: prigioni quasi tutti Italiani, abitatori delle terre che per forza avessero ubbidito ai nemici, ovvero rapiti senza pretesto dai lor fratelli in Cristo. Niceforo, volendo far combattere i ribaldi soldati, non avea potuto fin qui prevenire tal misfatto; ma alla partenza il riparò da uom savio e forte. L'esercito, ito a Brindisi per traghettare su l'opposta costiera, si traea dietro le torme di quei miseri, per venderli schiavi in Costantinopoli: nè fiatava Niceforo. Sol comandò che prima dei prigioni si imbarcassero tutti i soldati; e, quando furon su le navi, fe' sciogliere le vele, e fe' bandire ai prigioni, ch'eran liberi. La gratitudine degli Italiani alzò su la spiaggia un tempio dedicato al santo di cui portava il nome quell'eroe;[770] in commemorazione alsì delle vittorie e della umanità mostrata, nel breve tempo ch'ei resse la provincia, trattando bene i sudditi e alleviando i tributi.[771]