Basilio aveva anch'egli dato in Italia un egregio esempio di umanità. Tra i benefattori che dalla povertà e oscurità l'avean fatto salire a fortuna, si notò una ricca donna per nome Danielis, vedova di alcun condottiere slavo stanziato nel Peloponneso; dal che forse ebbe origine il soprannome di figliuol della Slava, col quale gli annali musulmani denotano il Macedone.[772] Venuta a morte la Danielis, colma di onori da Basilio imperatore, ed avendolo fatto erede di sue possessioni nelle quali vivea un grande numero di schiavi, Basilio ne affrancava tremila; e mandavali a ripopolare alcune terre di Puglia e di Calabria, desolate nella guerra dei Musulmani.[773] Ma cotesti beneficii erano rimedio passaggiero che finiva con la vita dei benefattori; e quei che loro succedeano ricadean sempre nella negligenza e soprusi del Basso Impero; e fean maledire ai popoli italiani la dominazione novella, al par delle antiche e delle stesse correrie e tirannidi dei Musulmani. Perciò gli scrittori italiani di quel tempo, ritraendo le opinioni di lor nazione, parlan dei Greci con tanto livore. Erchemperto li dice somiglianti ai bruti nelle usanze, e bruti al tutto nell'animo; Cristiani di nome; peggiori di costumi che gli Agareni; masnadieri, che andavano rubando i miseri abitatori, per tenerli come schiavi e schiave, farne traffico coi Saraceni, o mandarli qua e là a vendere in stranie terre.[774] La Cronica di San Benedetto, con parole non meno aspre, tocca la insolenza loro, le continue violenze; le donne rapite in faccia ai mariti, il rispondere a schiaffi e nerbate a chi si lagnasse della ingiuria.[775] Alla frequenza delle offese private si aggiugneano la rapacità dei governanti, il peculato, le tasse aggravate, le angherie col pretesto di armamenti, e mille altri soprusi dei quali ci avverrà far menzione. Indi si comprende perchè, nelle Calabrie e nelle parti orientali della Puglia, la dominazione bizantina sia stata sempre sì precaria, e sia caduta al primo crollo che le diedero i Normanni. Lo interesse comune poi dei principi e dei popoli le vietò di allignare nelle altre province dell'odierno reame di Napoli, delle quali or tratteremo, tornando indietro nell'ordine dei tempi.

S'accese quivi la guerra per le provocazioni di Giovanni Ottavo, come sopra si accennò. Adriano, un secolo innanzi, s'era provato a stender la mano sopra Napoli e tutto lo Stato di Benevento.[776] Giovanni ridestò la pretensione pontificale sopra Capua, quand'ei mercanteggiò la corona imperiale a Carlo il Calvo; e Carlo, al quale quella città nulla costava, ne rinnovò la concessione.[777] Che il papa l'abbia richiesto a fin di usarla e non di riporre un'altra pergamena negli archivii, lo provano direttamente gli atti di signoria feudale esercitati pochi anni appresso: le scritture pubbliche, cioè, intitolate, e la moneta battuta a Capua in suo nome;[778] la repubblica di Gaeta, fatta feudo del conte di Capua, quand'ella si calò all'autorità temporale della Santa Sede. Per arrivare allo scopo, Giovanni usò le divisioni interiori degli Stati meridionali e le nimistà tra l'uno e l'altro; onde avvenne che accostandosi a lui una parte, la parte avversa si gittò coi Musulmani, e aiutolli a loro scorrerie contro il papa. E ciò notaron bene i contemporanei; leggendosi in Erchemperto che Bertario, abate di Monte Cassino, e il vescovo di Teano, si faceano ad ammonire Giovanni Ottavo che non soffiasse nelle discordie civili di Capua, poichè il fuoco di quelle potrebbe arrivare un dì infino a Roma.[779] Le quali parole Erchemperto riferisce al tempo che si bipartì la diocesi capuana, cioè all'ottocento ottantuno; ma s'adattano piuttosto all'ottocento settantacinque, quando il fuoco stava per appigliarsi.

Tali essendo le disposizioni degli animi verso il tempo che Carlo il Calvo prese la corona a Roma, si venne alle armi, com'e' pare, nella state del settantasei. Sia che qualche corsale musulmano, riparando nei porti di Napoli, Amalfi e Gaeta, fossene uscito a far ladronecci alla volta d'Ostia;[780] sia che quelle repubbliche e il principato di Salerno avessero soltanto fermato la lega coi Musulmani, il papa con l'uno o l'altro pretesto volle far atto d'autorità, ingiungendo a quegli Stati di sciorre il patto: che tornava a dire disarmarsi, mentre egli da un lato e Basilio Macedone dall'altro si apprestavano a spogliarli. Risposero con aperti atti di ostilità. L'origine della guerra non si può comprendere in altro modo; poichè assurdo sarebbe a pensare che quegli Stati fossero entrati in lega sì pericolosa per mera cupidigia di preda. Assurdo alsì che l'avessero fatto per paura dei Musulmani, i quali appena bastavano a difendere sè stessi in Calabria, non che sforzare altrui, a mezza costiera dal Tirreno.

Dalle querele del papa si ritrae ch'essi risalivano in barche il Tevere; indi a piè o a cavallo correano la odierna legazione di Velletri; osavano mostrarsi alcuna volta sotto le mura di Roma; varcato il Teverone, depredavano la Sabina. “Corron la terra come locuste, scrivea Giovanni, ed a narrare i guasti loro sarebbero mestieri tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne son fatte deserti, albergo di belve; rovinate le chiese; uccisi o imprigionati i sacerdoti; menate in cattività le suore; abbandonate le ville e castella; rifuggiti i miseri abitatori a Roma; e sì la ingombrano, che i monasteri della città non bastano a nudrirli. Il senato ha dato fondo al suo avere; io non dormo nè mangio per la sollecitudine: — e tra non guari,” aggiunse egli in una lettera del nove settembre ottocento settantasei, “tra non guari, verranno ad assalirci in Roma; poichè stanno armando cento legni e quindici navi da traghettare cavalli.” Così Giovanni Ottavo lamentavasi a Bosone vicario imperiale in Italia, poi a Carlo il Calvo, alla imperatrice, ai vescovi possenti in corte, tra il primo di settembre ottocento settantasei e la fine di maggio del settantasette, per messaggi e continue lettere, sì poco svariate nella narrazione, sì monotone nelle metafore, che sembrano stampate sopra un solo studiato modello.[781] Diversa è bensì una epistola che il papa indirizzava a Gregorio, capitano bizantino in Italia, a' diciassette aprile del settantasette, che è a dire nel bel mezzo di due lamentazioni della forma che accennai, mandate a corte di Carlo il Calvo, il primo marzo e il venticinque maggio. Nella epistola a Gregorio, il papa disinvolto il pregava che mandasse dieci salandre nel porto d'Ostia, “per tenere a segno certi ladroncelli agareni, che occultamente venivano a rubacchiare lo Stato della Chiesa, non potendo, sì com'era noto a Gregorio, depredare apertamente.” Così Giovanni Ottavo ci insegna a far la tara a quegli spaventevoli racconti composti ad uso dei devoti di Francia e Allemagna. Parlando ai capitani di Basilio Macedone, ch'eran bizantini e vicini, non si potean dire tante bugie.

D'altronde, l'intento del papa sopra gli uni e sopra gli altri era diverso. Dai Bizantini non altro richiedeva che esser difeso contro i corsali; e maggiori forze gli sarebbero state a noia, come trasparisce dalle fredde e forzate parole che aggiugneva alla lettera citata, per mostrare a Gregorio di rallegrarsi che Basilio imperatore, figliuol suo carissimo, intendesse mandare un altro esercito e un'altra armata nello Stato di Benevento. Ai Franchi, per contrario, domandava eserciti e poi eserciti, e che lo imperatore venisse in persona a liberarlo, non solo dagli Agareni, figli di concubina, ma sì dai Cristiani, falsi figliuoli di Sara, i quali lo molestavan al pari e peggio; ciò che in lingua volgare significava bramar che i feudatarii dell'Italia di sopra, e un po' anco di Francia, trottassero verso il Garigliano e il Volturno, per allargare lo Stato della Chiesa. Ma Carlo il Calvo non potè e non volle. Gli diè in tutto le milizie del ducato di Spoleto, condotte dai conti Lamberto e Guido, vicini del papa, e però nemici. Con esso loro, nei primi di novembre ottocento settantasei, mosse Giovanni alla volta di Capua e Napoli; pretendendo venire a sciogliere l'empia lega.[782] Nè tardò a tirar a sè il principe di Salerno, il quale prestandogli mano sperava ingrandirsi a scapito degli altri Stati.

Sergio duca di Napoli tentennò, adescato dal papa con belle parole e con far vescovo della città Atanasio, fratello del duca; ma poi si rassodò nell'amistà musulmana, confortandolo il principe di Benevento, e, quel che più è, Lamberto di Spoleto ch'era venuto a Napoli come sgherro del papa. Giovanni dunque, non potendo sforzare, scomunicò Sergio; gli lasciò in seno Atanasio, serpente velenoso; e pien di dispetto se ne tornò a Roma. Dopo le quali pratiche infruttuose la guerra incrudì. Napoli assaliva il principe di Salerno, mancatore alla lega. Questi, per mostrare zelo ai novelli amici, faceva uccidere un buon numero di Musulmani; e poi, cadutigli nelle mani venticinque cavalieri napoletani, lor troncò la testa, dice Erchemperto, per espresso volere del papa.[783]

Nondimeno, nè la tiepidezza di Carlo il Calvo, nè la nimistà del conte di Spoleto, nè la pertinacia delle repubbliche, non spuntavano Giovanni Ottavo dai suoi proponimenti. Quei cittadini, collegati per necessità politica col nemico della Fede, eran pure cristiani, cattolici e superstiziosi quanto apparteneasi a' loro tempi; e, se nel decimonono secolo il papa pontefice tien su il papa re, non fia maraviglia che nel secol nono i Napoletani, gli Amalfitani, i Gaetani oscillassero tra due paure: fossero disposti talvolta a lasciar la terra al successore di San Pietro, purchè lor procacciasse un cantuccio su in cielo. Indi prestarono ascolto a Giovanni Ottavo, nimichevole e ambizioso e perfido quanto lo conosceano. Indi egli nella state del settantasette ripigliò agevolmente le negoziazioni: fe' lampeggiare agli occhi dell'uno nuove folgori di scomuniche, agli occhi dell'altro l'oro d'uno stipendio; ad altri disse, mettendo da canto ogni pudore, ch'ei gli farebbe o tutto il bene o tutto il male ch'ei sapesse: mai capo di parte, fiero ed astuto, non operò con maggiore veemenza che Giovanni Ottavo in questo tempo. Tentando l'Italia settentrionale, invitò a un sinodo a Ravenna i vescovi e signori del reame, per ovviare, diceva egli, ai pericoli della Chiesa lacerata dagli Infedeli e dai mali Cristiani; ma non ostanti le minacciate scomuniche, niuno andò a questa dieta politica, ove il papa volea prendere il luogo dello imperatore: sì ch'egli fu necessitato a differirla, e poi a trattarvi soltanto di disciplina ecclesiastica.[784] Nell'Italia meridionale le pratiche, più vive, aiutate dalle intestine discordie, e, com'ei parmi, dalla riputazione delle armi bizantine, portarono il papa accosto assai al suo intento. Quasi protettore o presidente di quel piccioli Stati, tra marzo e aprile del settantasette, ordinava che il vescovo conte di Capua, e i reggitori di Gaeta, Napoli e Amalfi si adunassero a Gaeta, preseduti da due cardinali legati, per trattare lo scioglimento del patto coi Musulmani. Differito il congresso a Traietto, andovvi il papa in persona col principe di Salerno, del mese di luglio: e il risultamento fu un trattato del papa con Amalfi; e una congiura a Napoli.[785]

Il trattato portò che gli Amalfitani, rinunziando all'amistà dei Napoletani e Musulmani, servissero il papa con forze navali; guardassero le costiere da Traietto a Civitavecchia, spesati da lui di diecimila mancusi d'argento all'anno.[786] La congiura a Napoli scoppiò sul fin d'ottobre o principio di novembre. Atanasio vescovo prese il proprio fratello Sergio; si fe' duca in luogo di lui, e mandollo al Santo Padre a Roma; ove Sergio fu accecato, e poco appresso morì in prigione. Il papa, complice ed istigatore, liberalmente volle pagare ad Atanasio le spese della congiura; e, non trovandosi in pronto tutta la moneta, per iscritto gli si dichiarò debitore del rimanente, ch'erano mille e quattrocento mancusi. Con ciò, in linguaggio scritturale, solennemente ei lodava Atanasio del coraggio con che s'era fatto amputare un membro cancrenito del proprio corpo; dell'ardire con che avea liberato il mondo da un nuovo Oloferne, tiranno del popolo e persecutore di Santa Chiesa.[787]

Tra così fatti trionfi del vicario di Cristo, morto Carlo il Calvo (ottobre 877), ed eletto re d'Italia Carlomanno, il papa si messe a fargli patti per la corona imperiale, e la offriva anco a Lodovico il Balbo, succeduto nel regno di Francia: con che tiravasi addosso Adalberto, marchese di Toscana, e Lamberto, conte di Spoleto, fautori di Carlomanno. Lamberto veniva a insultare il papa a Roma; a suscitare i suoi nemici; e tra le altre cose, Giovanni lo accusò, di febbraio ottocento settantotto, d'aver mandato messaggi e doni a Taranto, per farne venire “falangi di Agareni.” Strigatosi poscia da lui e scomunicatolo, se n'andò in Francia a mercanteggiare dell'impero con altri due o tre principi.[788] E pria di questo, come ei pare, nel mese di aprile del settantotto, fe' tregua coi Musulmani, pagando taglia di venticinquemila mancusi di argento.[789] Allora le repubbliche di Napoli e di Amalfi, non volendo esser più papaline del papa, tornarono anch'esse alla pace coi Musulmani, confacente ai proprii interessi commerciali e politici. Ebbe fine così, con meritata vergogna di Giovanni, il primo periodo della guerra.

Il biasimo del secondo periodo va diviso tra Giovanni Ottavo e Atanasio vescovo di Napoli, che ambì alla sua volta di allargare i confini di quella repubblica. Trapassato (12 marzo 879) il vescovo di Capua, i feudi della contea erano stati divisi tra quattro nipoti di lui, dei quali uno ebbe anco il titolo di conte di Capua;[790] e, quasi ciò non bastasse ad alimentare la discordia, sursero dalla medesima famiglia due vescovi, tra i quali indi a poco si spartì la diocesi. Gli sciagurati cugini, volendo spogliare l'un l'altro, chiamarono i vicini, Salerno, Benevento e Napoli; Napoli fe' entrar nel gioco i Musulmani; e Giovanni Ottavo vi saltò in mezzo di gran volontà, sendo tornato in Italia senza ultimare la scelta dello Imperatore. Andato in persona a Capua, colse il destro di esercitare la pretesa signoria, con favorire Pandonolfo, conte di nome, il quale, per divenirlo di fatto, assentiva a dirsi vassallo della Santa Sede.[791] Così ridestaronsi le ire e i sospetti delle tre repubbliche contro il papa. Chiudendo gli occhi quei fieri marinai, i Musulmani, che di marzo settantanove avean preso a infestare i dominii di Pandonolfo,[792] in maggio e in giugno si mostravano nello Stato Romano; o almeno così scrivea papa Giovanni a Carlo il Grosso, a Carlomanno e a Lodovico il Balbo, sollecitando invano or l'uno or l'altro a venire con gli eserciti a Roma.[793] Con ciò ripigliava sue pratiche appo le tre repubbliche, per isforzarle a disdir di nuovo il patto coi Musulmani. Ad Amalfi anco ridomandava il denaro fornito nel settantasette; il quale non ottenendo, scomunicava la città, del mese di ottobre:[794] e perchè tal'arte non valse, tornando alle lusinghe, offriva di pagare e fin d'accrescere lo stipendio, e francar di gabelle i mercatanti amalfitani che venissero a Ostia.[795] Gaeta, che dopo alquanta resistenza ubbidì, n'ebbe in merito la perdita di sue libertà, e la rovina del commercio; volendo il papa che riconoscesse come signore il conte di Capua, supposto gran vassallo della Santa Sede; e facendosi il conte a guastare il territorio e offendere i cittadini, perchè riluttavano al nuovo giogo.[796] Napoli diè maggior travaglio, come assai più forte, e governata da Atanasio, che ne sapea quanto il papa. Schivati i pericolosi abboccamenti a che questi il volea tirare, Atanasio temporeggiò con messaggi (aprile 879), e fin si fe' ringraziar del suo buon volere.[797] Il papa poi, accortosi dello errore, venne alle armi corte: scrisse al vescovo che gli farebbe provare a un tempo la spada invisibile e la spada visibile.[798] Infatti, ei promosse o usò l'andata di un'armata bizantina nel golfo di Napoli; la quale vi ruppe i Musulmani in ottobre o novembre ottocento settantanove. Non guari dopo (19 novembre 879) il papa invitava i capitani ad andare a pigliarsi a Roma ringraziamenti e benedizioni, così leggiamo nella epistola, e pregavali intanto di mandare dromoni verso Ostia.[799] E si strinse vieppiù con Basilio, assentendo, il medesimo anno, al concilio di Costantinopoli che riconobbe Fozio patriarca.[800] Indi il pericolo della repubblica di Napoli evidentemente si aggravò.