I dubbii cronologici che abbiam toccato, e la tendenza degli oratori sacri, come dei poeti satirici, ad abbozzare piuttosto caricature che ritratti, ci consigliano a molta circospezione nel dedurre dalle dette omelie i costumi della Sicilia cristiana nel nono secolo. Esagerate sembrano invero le invettive che il nostro oratore lanciava da petto a petto al popolo di Taormina, il dì festivo di San Pancrazio, primo vescovo, che si supponea, della città. Tornato in fretta di Palermo, Teofane, ancorchè spossato, com'ei dicea, dal viaggio, montava sul pulpito a sfogar sua collera. Ponea per testo le parole del Vangelo: “Son io la porta” (Giovanni, X, 9); e, spiegatele, veniane alla conchiusione, che il clero farebbe opera a non imitare i pastori mercenarii e ladri, ma i fedeli dovessero alsì fuggire l'esempio de' capretti che corrono a precipitar nei dirupi. E passando alle gesta del santo che si festeggiava: “In questa nostra isola, ei dicea, venne Pancrazio, e in questa città di Taormina; sì, città del toro e delle Menadi,[895] del furore e della mania, in questa terra ove siam dannati a soggiornare.” Poi facendo parola degli idoli Falcone, Lissa e Scamandro abbattuti da San Pancrazio, esortava i cittadini “a metter giù anch'essi i loro idoli, cioè le fiere passioni dell'animo; ad esercitarsi in buone opere; massime quei che il poteano, gli ottimati dell'empia città, ottimati, ei ripigliò, cioè più cospicui nei vizii.”[896] Il viaggio di Palermo, la perturbazione politica che si può argomentare da quella puntata contro i grandi, accennerebbero ai tempi della rivoluzione d'Eufemio, nei quali regnava Michele il Balbo, nè correan troppo pericolo gli adoratori delle immagini. Si potrebbe riferire per avventura ai principii del regno di Teofilo un'altra omelia recitata il dì di San Pantaleone, quando il sacro oratore rampognò gli uditori che venissero alla festa per vendere le merci più che a sentir la parola del Signore; e provocò al certo la potestà temporale, ricordando che Cristo avesse mandato suoi discepoli come pecore tra i lupi, e preveduto che monarchi, caporioni e tiranni sorgerebbero contro la predicazione del vangelo.[897] Un altro grave sermone tocca particolarmente i costumi privati. Spaventevole siccità travagliava il paese; il suolo non poteva intaccarsi ormai con aratro nè zappa.[898] L'oratore, costernato, parlando a gente costernata, descrive diffusamente, e pur con vivezza e forza d'immagini, la pubblica calamità. Commossi gli animi, risalisce, secondo suo mestiere, alla causa di tutti i mali, il peccato. “E questo flagello ne percuote, ei sclamava, perchè ci rodiamo d'invidia; perchè vogliamo superbire contro gl'infimi; godiamo nel mal del prossimo; ne laceriamo l'un l'altro a calunnie; ci abbandoniamo a stolte cupidigie; siam rotti a lussuria;[899] lupi affamati nell'avere altrui; stizzosi peggio che cameli; senza carità pei poverelli; senza rispetto verso la Chiesa. E i ministri della Chiesa (ei continua nell'impeto dell'orazione) non son essi i primi agli scandali; non si ingiuriano tra loro; non si odiano; non cercan vendetta; non si tendono insidie reciprocamente; e, vedendo il peccato in trionfo, non stan essi mutoli? I laici poi perchè guardan la gobba dei sacerdoti, e non la propria loro? E che! la città è piena di vizii; odo far giuramenti ogni dì, non ostante ch'io v'abbia ammonito a scansarli,[900] e vi abbia presagito la collera del cielo: qual maraviglia dunque che vi si apparecchi tal mèsse e tal vendemmia, e che Iddio gastighi tutti per le peccata dei pochi, e fin gli animali e il terreno per le peccata degli uomini?”[901] In tutta questa diceria non si trova sillaba che indichi appunto i tempi. Nondimeno quello scrupolo a far giuramenti, quella turbolenza del clero, mi fan pensare al nono secolo più tosto che alla prima metà del duodecimo.
Dello stile di Teofane ho dato esempio negli squarci che precedono. Non parmi carico di ornamenti quanto portava il gusto grosso di quei tempi. Anzi, in generale, la narrazione dei fatti semplice, tersa, impaziente, mi torna a mente il Maurolico, vivuto otto secoli appresso, nato com'e' pare della stessa buona schiatta greca del Valdemone; ma l'oratore sacro di Taormina non potea sempre mantener la sobrietà del geometra e storiografo messinese. Suole intessere le prediche con bel metodo. Dopo breve e leggiadro esordio pone il testo del vangelo; lo spiega nitidamente, e con saviezza rara a quei tempi sviluppa i principii morali più volentieri che sprofondarsi in astrazioni teologiche. Guardinsi dunque le opere di Teofane da qualunque lato si voglia, si dovran tenere come uno dei migliori esempii della eloquenza sacra appo i Greci dei bassi tempi.[902] Lascio ad altri a indagare se appartenga a Teofane un trattato didattico che si trova manoscritto a Torino; e chi sia l'autore delle altre omelie diverse che possiede, anco manoscritte, la Biblioteca di Vienna col nome di Giovanni Cerameo.[903]
Nel medesimo tempo altri Siciliani coglieano palme a lor modo, gittandosi, a Costantinopoli, nel centro della mischia contro gl'Iconoclasti. Primeggiò tra loro San Metodio, nato a Siracusa di cospicua famiglia; avviato agli studii di grammatica, storia e rettorica; mandato giovane a corte: ma l'ebbe a noia; e, persuaso da un frate, vestì la cocolla, dato prima ogni suo avere per amor di Dio ai poverelli. Così il puzzo del basso impero facea rifuggire nel chiostro gli animi generosi, che non vi fossero stati spinti già prima da preoccupazioni ascetiche; e la società civile perdea vigore; la religiosa ne prendea troppo, e sfogavalo in vane contese. Metodio pertanto si ricacciò suo malgrado tra i tumulti del mondo. Parlando speditamente, come nato in Sicilia, il greco e il latino, fu mandato una volta a Roma; tornò più caldo di zelo ortodosso e ardire contro la potestà civile; parteggiò sì fieramente per Niceforo patriarca di Costantinopoli, che, cacciato costui (814), egli fu costretto a ripararsi a Roma; e dimorovvi fino alla morte di Leone l'Armeno (820). Il papa allora l'inviava a nunzio appo Michele il Balbo; e questi, tenendo ribelle il papa e più ribelle Metodio, ch'era nato suddito suo e cadutogli tra le mani, lo fe' vergheggiare crudelmente; poi trasportare in un isolotto detto di Sant'Andrea, o secondo altri Antigono, nel mar di Marmara; chiuderlo in carcere sotterraneo con due condannati per misfatti; un de' quali venne a morte, e il cadavere fu lasciato coi compagni vivi. Dopo sette anni, Teofilo aguzzando il pazzo cervello a comprender non so che scritto, a persuasione di un cortigiano, lo mandò a Metodio; si compiacque della interpretazione; volle appo di sè il sapiente; gli diè pensione e stanza in corte; e poco appresso gli fe' sentir di nuovo il bastone e la muda, poichè l'ostinato Siciliano ripigliava sotto mano sue argomentazioni a pro del culto delle immagini. Ma liberato per novello ghiribizzo dello imperatore, Metodio, da savio, si messe a disputare con lui in persona; lo scosse; e certo lo stuzzicò in guisa, che Teofilo non sapendo star senza di lui, o temendo che facesse brogli a Costantinopoli,[904] sel tirava dietro quando egli andava a scapricciarsi alla guerra. È noto come, alla morte di Teofilo, l'imperatrice Teodora, volendo por fine alla eresia, la prima cosa cacciava per violenza il patriarca Giovanni Lecanomante. A lui fu surrogato Metodio, ch'era tenuto capo di parte ortodossa, per la dottrina, la pietà, la fortezza dell'animo, e di certo ancora per quelle pratiche già si sospette a Teofilo. Degnamente esercitò l'autorità patriarcale. Con agevolezza confuse i nemici che l'accusavano di violenza fatta a una donna; alla età sua, macerato e consunto come egli era dal carcere duro degli Iconoclasti,[905] ove avea perduto i denti e i capelli. Rese poscia gli estremi ufficii ai compagni di persecuzione, facendo opera a tramutare in Costantinopoli i cadaveri di que' ch'eran morti in esilio. E mancò l'anno appresso (847); lasciando fama di santità, e parecchi panegirici, e scritti disciplinari.[906]
Succedette a Metodio un figliuolo dello imperatore Michele Rangabe, per nome Niceta, detto Ignazio dopo la esaltazione al patriarcato: eunuco molto pio; divenuto inaspettatamente illustre e santo, perchè fu nemico di Fozio. Lo scisma di Fozio il quale covava da secoli, per la rivalità delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, divampò per gelosia politica contro i papi, per mene di corte a Costantinopoli: pur egli è vero che la prima scintilla fosse stata gittata da Gregorio Asbesta, vescovo di Siracusa.[907] Ignazio, contro il consiglio dei suoi più fidati, avea vietato a costui di assistere alla sua consacrazione, come incolpato di non so che trasgressione disciplinare; lievissima al certo, poichè non fu mai specificata.[908] “Ma chi può spiegar con parole, sclama il biografo di Santo Ignazio, quanti scandali seguitassero da ciò; quanta rabbia di vendetta s'accendesse in petto a quel fier Siciliano,[909] che trovato Fozio lo mise su e il consagrò?”[910] Alla dura tempra dell'animo, audace, intollerante, superbo, Gregorio Asbesta congiungea chiaro ingegno, parlare insinuante, gran dottrina, pietà, costumi irreprensibili, e per colmo de' mali, ripiglia il biografo, fu anco buon dipintore:[911] ed abusonne in certo libello d'accusa, nel quale andò istoriando con sette miniature quel che bramava: il suo nemico, cioè, catturato, deposto, incatenato, messo in gogna, condannato e condotto al supplizio.[912] Prima che l'arcivescovo siracusano arrivasse a tanta rabbia, il patriarca l'avea fatto deporre in un sinodo (854). Adescato a portare la causa al papa, Gregorio sdegnò assoggettar di nuovo la sede siracusana alla romana onde s'era sciolta;[913] ovvero non gli bastò di uscir di briga, senza vendicarsi d'Ignazio. Non placato perchè questi or lo venisse piaggiando,[914] Asbesta diessi a lacerare il suo nome per tutta la città; a far brogli con vescovi e preti malcontenti; e s'aprì la via appo Fozio, primo scudiero dello imperatore, chiarissimo per sangue, ingegno e immensa dottrina, bel parlatore, uom di Stato e gradito al dotto Cesare Barda che reggea l'imperatore e l'impero. Il santo eunuco a questo, per ragguagliar le forze, gittatosi in braccio a papa Benedetto III, fece approvare da Roma la condannagione del vescovo di Siracusa;[915] il che Fozio e Barda tennero come caso di maestà. La lite s'innasprì per offese private: alfine Ignazio era cacciato dalla sede; rifatto patriarca Fozio; consagrato dal vescovo di Siracusa (858), il quale si avvilì incalzando la persecuzione contro il nemico caduto. Non occorre aggiugnere che il papa e il nuovo patriarca vennero alle prese; che, per trovar pretesto a tanto furore di rivalità mondana, si disputò sulla processione dello Spirito Santo; che Fozio osò deporre il papa (867); che si discese anco ai pettegolezzi: lagnandosi Michele III che papa Niccolò I gli scrivesse in idioma barbarico e scitico, e volea dire il latino; e rimbeccandogli Niccolò ch'era da stolto a rinvilir sì quella lingua, e volersi chiamar tuttavia imperator dei Romani.[916]
La fortuna subitamente voltò quando Basilio Macedone, per togliersi d'inutile briga (867), redintegrò Ignazio nella sede:[917] e non mancarono allora cento vescovi, che, adunati in Concilio, condannavano i lor due fratelli, rei di perduta grazia del principe. Quivi Fozio e Gregorio apparvero più grandi che prima, gettando parole di disprezzo in faccia ai vili giudici (29 ottobre 869).[918] Dieci anni appresso, mancato Ignazio, esaltato di nuovo Fozio, diè meritamente a Gregorio la sede metropolitana di Nicea; ove tosto morì (878), e la sua memoria fu onorata da un elogio del patriarca di Costantinopoli, che per dottrina superava ogni altr'uomo di quei tempi.[919] Di sì gran momento furono due Siciliani nelle principali contese ecclesiastiche che si agitarono nel nono secolo tra l'Oriente e l'Occidente: l'una terminata per man di Metodio; l'altra accesa da Gregorio Asbesta.
In entrambe comparve, ma non tra i primi, San Giuseppe, detto l'Innografo, siciliano anch'egli. Nato, non sappiamo in quale città, da un Plotino e un'Agata, riparava coi genitori nel Peloponneso per fuggire la crudeltà dei Musulmani, dice il monaco biografo e forse discepolo di lui; aggiugnendo vaghe frasi di stragi, rapine, cattività, con che i Barbari affliggessero la Sicilia, isola nobilissima per la fama di Dionisio e di San Giuseppe Innografo. Entrò questi in un monastero di Tessalonica a quindici anni: studioso, solitario, taciturno; si straziava d'astinenza; percoteasi il petto con pietre; a usanza dei monachi greci si confessava gran peccatore indegno del sacerdozio, al quale fu assunto, suo malgrado, da un santo, che voleva adoperarlo a muover sedizioni contro gli Iconoclasti.[920] Mandato dunque per le bisogne della fazione a Roma, cadeva in mano di corsari musulmani, che sel recarono a Creta; e quivi metteasi ad esortare il vescovo contro la eresia; confortava al martirio un compagno di prigione, venuto in procinto di rinnegare la fede cristiana. Egli, dileguatosi prodigiosamente dal carcere, viaggiò per aria a Costantinopoli.[921] Indi corse in Tessaglia a fondare un monastero in onor di San Bartolomeo, il quale, per rendergli cortesia, gli apparve in sogno; il benedisse e il fe' poeta. E però, conchiude il biografo, i suoi versi rendono sì svariata e celeste armonia, calman l'ira, muovono al pianto, e ogni nazione li ha voltato in suo linguaggio: e su, gettate via gli altri poeti e vi basti l'Innografo!
Sciocco quanto si voglia così fatto parlare, la storia può cavarne costrutto. La seconda favola ci attesta come l'Innografo si fosse dato a far versi in età matura, a forza di studio; e come i Greci del nono secolo tanto avessero preso ad imitare gli antichi, che lor era mestieri di rimetter su l'oficio di Apollo e investirne un santo cristiano. Cotesto movimento letterario, reminiscenza di gioventù d'una società decrepita, s'era già manifestato nella prima metà del secolo, come il provano le opere di Teofane Cerameo, la vita di Metodio, l'aneddoto di Teofilo con costui, e l'altro sì noto col matematico Leone fatto poi vescovo di Tessalonica. Par che Teofilo stesso abbia principiato,[922] e il Cesare Barda compiuto, sotto il regno di Michele Terzo, la istituzione dell'Accademia nel palagio imperiale detto la Magnaura; ove dapprima si dettero lezioni di filosofia e scienze esatte, compresavi la musica;[923] e, spartiti meglio gli studii o accresciuto il numero dei professori, si lessero filosofia, geometria, astronomia, grammatica greca: sappiamo inoltre che privati avessero preso già ad insegnare l'arte poetica a Costantinopoli, e altri fosse ito ricercando i tesori dell'antica sapienza e letteratura, qua e là, pei monasteri della Grecia.[924] Un grande istorico[925] ha attribuito così fatta ristorazione di studii a voglia che avesse la corte bizantina di gareggiare coi califi; ma questa non potea esser la sola, nè anco la primaria cagione. I movimenti intellettuali sogliono nascere nel popolo: e la lite delle Immagini, che agitava la cristianità da più di un secolo, aveva aguzzato gl'ingegni, come fa ogni grande contesa. Cercavan armi nella filosofia gli Iconoclasti; dalle cui file appunto veggiamo uscire il primo professore della Magnaura. Gli Iconolatri, al contrario, per necessità dello intento loro, si doveano raccomandare alla estetica; sforzarsi a imitare la magic'arte dei classici pagani, il manco male che potessero: nè per caso è che n'apparivano in Sicilia i primi segni; ma perchè nell'isola più caldamente e forse con minor pericolo si parteggiava. Indi il frate siciliano diessi a coltivare la poesia sacra, tentata al certo innanzi di lui, ma con minore riputazione. Ei si provò a far versi, con un po' d'orecchio in vece d'estro: la lingua greca gli prestò parole pieghevoli e sonore; le idee e i sentimenti suoi, che or ci promuovono il sonno, avean virtù allora di beare gli ascoltatori: e così fece proseliti alle immagini; e lo studio di parte, il pessimo gusto del secolo, forse la novità ch'ei recava in quelle composizioni gli procacciarono sì gran fama. Teofilo il bandì a Cherson in fondo al Mar Nero. Tornate le immagini sugli altari, il patriarca Ignazio (848) l'ebbe caro e lo deputò alla custodia dei vasi sacri d'una basilica. Dopo la morte del quale, sia per la riputazione letteraria, sia per la scaltrezza, chè ci lodan l'Innografo di leggere ogni pensiero negli occhi altrui, egli divenne intimo, dicon anche consigliere, di Fozio. Ciò nondimeno è entrato nel catalogo dei Santi.[926]
Poichè ci è occorso di toccare la poesia sacra, parleremo qui di Sergio, frate in un monastero di San Calogero, ch'era probabilmente su la montagna di questo nome presso Sciacca. Abbiam contezza di lui per un lungo inno e un frammento; il testo greco dei quali si trovò nell'antico monastero di San Filippo di Fragalà in Sicilia. L'inno fu recitato il dì della festa annuale di San Calogero, dinanzi una calca che vi traea di monaci e popolo: e tra gravi pericoli viveano essi al certo, poichè l'autore or innalzava una preghiera a San Calogero che campasse il paese dalle minacce, guasti e assalti dei nemici; or volgeasi alla madre di Cristo per impetrar la riscossa dal giogo degli Ismaeliti, e più volte ei ritornava a quest'argomento. Da ciò parmi che a quel tempo Sciacca fosse città tributaria; nella qual condizione si pativano insieme il giogo e i pericoli. La invocazione che troviamo a pro degli ortodossi imperatori non esclude tal supposto; e ci dà un barlume per iscoprire l'epoca: i primi dodici anni, credo io, del regno di Michele Terzo (842-854), quando regnava per lui la madre, e molte castella della regione ov'è Sciacca aveano fermato coi Musulmani un patto che infransero di lì a poco.[927] Non sappiamo se sia vivuto in questo tempo medesimo Costantino di Sicilia di cui ci avanza un solo epigramma, nè anco intero.[928]
Più che cotesti miseri versi d'un'epoca di decadenza, ci premerebbe di ritrovare una cronaca greca, che pare inedita e passò sotto gli occhi di alcuni eruditi del secolo decimosesto; ma poi se n'è perduta la traccia. La quale cronaca, attribuita ad un Giovanni di Sicilia, principiando, al solito, dalla creazione del mondo, correa fino all'anno ottocentoottantasei; onde si suppose che l'autore fosse morto in quel tempo. Forse egli è il Siciliano, o pedagogo siciliano, di cui fanno menzione il Cedreno e Giovanni Scilitze, tra gli scrittori dell'istoria bizantina, anteriori all'undecimo secolo.[929] Forse è lo stesso Giovanni di Sicilia che comentò l'arte oratoria di Ermogene.[930] La cronica serbavasi nella Biblioteca Elettorale Palatina, dove par l'abbia veduto il Sylburgius; su la fede del quale e del Possevino, il Vossio registrò Giovanni di Sicilia tra gli storici bizantini, e conghietturò esser passato il MS. dalla Biblioteca Palatina nella Vaticana.[931] Lo Schoëll, ignoro su qual fondamento, affermò rinvenirsi il MS. nella Biblioteca di Vienna, con una continuazione infino al milledugento ventidue;[932] ma è lecito crederlo uno sbaglio dell'illustre filologo alemanno, poichè, se nol fosse, e i dotti editori di Bonn avrebbero pubblicato questo MS. nella Bizantina, e lo si troverebbe nel Catalogo di Daniele de Nessel. Rimane dunque il dubbio se il libro siasi perduto; se giaccia dimenticato nella Vaticana; ovvero se sia pubblicato sotto altro nome, per esempio, di Michele Glycas, ch'è è detto slmilmente Siciliano e che fece un magrissimo compendio storico dal principio del mondo all'anno 1118.
Lungi dalla patria e dai pericoli vissero due altri illustri Siciliani, Atanasio vescovo di Modone e Pietro vescovo degli Argivi che scrisse lo elogio funebre di Atanasio. Facendosi a narrare i primi anni della costui vita, Pietro ricorda la Sicilia come figliuolo amorevole ancorchè rettorico: e son le sole parole di carità cittadina che troviamo negli scritti dei preti siciliani del nono secolo. “Prima fu patria d'Atanasio il Cielo, poi Catania e la Sicilia, dice l'oratore; quell'isola famosa di cui potrei lodare il sito, la vastità, la bellezza, il temperamento dell'aere, la salubrità delle acque, i boschi, i folti giardini, la sapienza, prudenza, fortezza e giustizia degli uomini, e potrei noverare tanti illustri personaggi che vi nasceano; ma basti dir di Sant'Agata, la verginella, le cui reliquie rattengono la lava quando precipita dall'Etna. Ma a me non conviensi dilettarmi nelle lodi di patria terrena, poichè Atanasio, invaghito del Cielo, sdegnò quella come luogo d'esilio. Dalle rovine e tramonto della patria spuntò la novella luce di tant'uomo. Le avversità cimentarongli l'animo, come il fuoco affina l'oro, come i turbini di venti e i torrenti straripati mettono a prova la saldezza degli edifizii. Una barbarica genía d'Ismaeliti e Agareni era venuta a punir le nostre prevaricazioni e ostinazione al peccato. Quasi carnefici che vendicassero la divina giustizia, saccheggiarono e guastaron tante cittadi; fecero strazio di borghesi e di contadini; quale uccisero col ferro, qual fecero perire di fame o ne' flutti del mare; altri dettero a perpetue catene di servitù; altri aggravarono di miserie insopportabili; altri sforzarono a fuggire di Sicilia e andar vagando in terra straniera. Tra questi ultimi furono i genitori di Atanasio, i quali, senza mormorar contro Dio, ripararono a Patrasso in Peloponneso, non potendo guardare ad occhi asciutti il gregge di Cristo, la eletta dei Santi e il regio Sacerdozio calpestati dagli empii; non comportare il superbo disprezzo e la irrisione ai nostri mali.” Dopo questo esordio, che ho tradotto scorciandolo alquanto, vien la vita religiosa: come il santo giovanetto entrasse in monastero; come ne fosse fatto superiore; indi esaltato al seggio vescovile di Modone; e quivi risplendesse d'ogni virtù che s'appartenga a pastore d'anime: pio, caritatevole, forte, consolatore degli afflitti, vendicatore degli oppressi. “Questa, sclamava l'oratore, è la verace filosofia, non quella di Socrate;” e poi, dal principio alla fine, andava lodando il vescovo di Modone della virtù che Socrate gli avrebbe insegnato meglio che niun altro: la carità civile senza ubbie religiose. Ma forse spiaceva allora al clero che i filosofi della Magnaura parlassero troppo del sapiente Ateniese. Lo elogio chiudeasi con una lista di miracoli operati alla tomba di Atanasio, ch'era morto, com'e' pare, l'anno ottocento ottantacinque.[933]