A condizioni poco diverse il califo Omar aveva accordato l'Amân ai cittadini di Gerusalemme, il quale servì di norma in tutti i tempi, salvo i mutamenti consigliati dalle circostanze o dall'umor dei vincitori. I patti del vassallaggio si osservarono con rigore sotto i governanti duri o bacchettoni, e quando rincrudiva il fanatismo del popolo; si trascurarono più sovente per saviezza e dispregio di chi reggeva, e per la riputazione dei cristiani amministratori delle entrate pubbliche, medici, segretarii, cortigiani, grossi mercatanti, o innalzatisi in qual altro modo sappiano usare lo ingegno e l'astuzia per domare la forza brutale. Gli Ebrei, come ognun sa, e molti ne viveano allora in Sicilia, soggiaceano alle medesime leggi. È bene di notare che quanto ho qui scritto degli dsimmi, quanto dirò degli schiavi, si ritrae dagli esempii d'altri paesi; ma che si dee ritenere prescritto anco in Sicilia, per la medesimità delle circostanze e la uniformità delle costumanze musulmane. Raccoglierò in altro luogo gli attestati risguardanti l'esercizio del culto cristiano in Sicilia, ch'è stato messo in forse per erronei supposti e poca attenzione alle generalità che or ora accennai.
Se dalla condizione degli dsimmi ci volgiamo alle speciali istituzioni civili che fossero rimase loro, son da distinguere le terre abitate da soli cristiani e quelle ove stanziasse con loro qualche colonia musulmana. Nelle prime è probabile che fosse lasciato un avanzo di municipalità: magistrati eletti in qualunque modo dalla popolazione, col tristo carico di riscuotere la gezîa; con le rade cure edilizie che potessero occorrere tra tanta miseria; e di più vegliare su i mercati e amministrare la giustizia civile e penale nelle cause che non toccassero uomini musulmani. La giurisdizione di magistrati cristiani nelle terre di cui ragioniamo non può essere dubbia, quando la si esercitava per certo nelle terre che gli abitavano insieme coi Musulmani.
Queste erano le città o castella di maggiore importanza militare, ovvero economica. In esse credo aboliti i municipii e commesse ad officiali musulmani tutte le parti della polizia urbana. Ma i Cristiani ritennero di certo le corporazioni di mestiere e di quartiere, che per lo più coincideano l'una con l'altra nel medio evo. Così fatte associazioni, che si trovano negli ultimi tempi del dominio romano,[857] non furono distrutte al certo dagli Arabi, il cui reggimento n'avea d'uopo, e forse le creò laddove mancassero; perocchè la esecuzione delle leggi penali musulmane dipendea dalla responsabilità reciproca dei membri delle tribù o consorterie. A togliere ogni dubbio, è detto espressamente negli statuti penali che le ammende degli dsimmi debbano pagarsi dai loro 'akila ossiano ascritti alla medesima consorteria, e si vieta ai Musulmani di ascriversi in quelle degli dsimmi.[858] La istituzione delle consorterie necessariamente portava seco scelta di capi, vigilanza di costoro a prevenire i delitti la cui pena sarebbe ricaduta su la comunità; e infine, esercizio di giurisdizione civile affidata sia ai capi stessi, sia ad altri magistrati cui designasse la corporazione. A ciò conduceva il principio del compromesso, o vogliam dire giudizio per arbitri scelti dalle parti: giurisdizione unica degli antichi Arabi, come d'ogni popolo barbaro, accettata dai Musulmani, come da ogni popolo più civile,[859] e necessaria agli dsimmi che non avean comuni coi vincitori nè religione, nè costumi, nè ordini sociali, nè, per parecchi secoli, il linguaggio. E che tale giurisdizione volontaria fosse stata esercitata assai largamente, lo mostra un capitolo delle istituzioni musulmane relativo ai giudizii delle liti tra gli dsimmi; nelle quali era lasciato ad elezione delle parti di adire il giudice cristiano, ovvero il magistrato musulmano, il quale poi decidea secondo le proprie leggi.[860] Durano tuttavia così fatti ordini nelle popolazioni cristiane d'Oriente, ove la giurisdizione conciliativa e correzionale è attribuita per lo più alla gerarchia ecclesiastica, e la si estende molto più che negli stati cristiani, per ripugnanza della gente a richiedere il magistrato musulmano, e per timore delle molestie ed estorsioni di quello.[861]
Venendo agli uomini di condizione servile, noi lasceremo indietro que' che viveano nella società cristiana sotto l'antico giogo delle leggi romane; se non che dovea mitigarsi lor sorte nelle città independenti e tributarie, per paura che i servi e coloni non si emancipassero rinnegando la fede, e nelle popolazioni vassalle, per lo esempio dei signori musulmani. Appo costoro la schiavitù ebbe origine di tre maniere diverse: uomini liberi presi in guerra; uomini venduti da altri Musulmani o Cristiani che li avessero tolto d'altri paesi per violenza o frode; e in ultimo, com'e' non parmi dubbio, servi della gleba passati in proprietà dei Musulmani insieme coi poderi. L'origine non portava divario nella condizione. I Musulmani chiamavanli indistintamente rekîk, che vuoi dire “minuto o sottile” e memlûk, cioè “posseduto:”[862] orribile parola; ma il fatto era più mite; nè la legge tenea gli schiavi come cose più tosto che persone. Se Gregorio il grande meritò bene della umanità pei liberali precetti, non accompagnati sempre dallo esempio, a favor degli schiavi, Maometto va lodato sopra di lui per avere, venti anni appresso la morte di San Gregorio, migliorato assai più la condizione di coteste vittime della forza e dell'avarizia. Non potendo, come già il notammo,[863] cassare d'un tratto la schiavitù, fece opera ad alleggerirla ed abbreviarla. Ora in nome dell'Eterno comandava di usare carità agli schiavi come ai figliuoli, congiunti, orfanelli, mendici e viandanti,[864] e insinuava di dar loro abilità a riscattarsi col frutto del proprio lavoro.[865] Or ponea l'emancipazione d'uno schiavo ad ammenda di omicidio scusabile,[866] voto infranto, o ritrattazione di divorzio precipitoso;[867] rendea libera di dritto la schiava che avesse partorito un figliuolo al suo signore,[868] e chiamava reo di morte il padrone omicida del proprio schiavo;[869] comechè egli non abbia sempre fatto osservare questa legge e che la logica dei giuristi l'abbia del tutto annullato.[870] Tanto pure avanzò di quei caritatevoli insegnamenti, che lo schiavo, secondo legge musulmana, non può andar messo in catene;[871] e che la emancipazione, accordata volentieri dai generosi, carpita quasi dalla legge agli animi duri e taccagni, si effettuava a capo di parecchi anni di servigio; sopratutto venendo a morte il padrone, e fattosi musulmano lo schiavo.[872] Superfluo parmi d'avvertire che la schiavitù sotto gli Arabi inciviliti del nono secolo, non va punto rassomigliata a quella appo i pirati barbareschi, vergogna dell'Europa infino ai principii del secol nostro. Potrebbe per avventura farsi il ragguaglio con gli Stati cattolici e feudali del medio evo e con le due nazioni più giovani del mondo, cristiane entrambe e modello l'una di dispotismo, l'altra di libertà: e la bilancia penderebbe sempre a favor degli Arabi.
La somma è che la schiatta vinta in Sicilia vivea meno aggravata sotto i Musulmani, che le popolazioni italiche di terraferma sotto i Longobardi e i Franchi. L'ostacolo della diversa religione dovea scemare ogni dì per le apostasie dei vassalli, e assai più degli uomini di condizione servile, i quali per conseguire libertà si rifuggissero appo i Musulmani dalle città independenti o tributarie; ovvero, se schiavi di Musulmani, abbandonassero la fede dei padri loro per le sollecitazioni dei nuovi signori, la certezza di più umani trattamenti, la speranza dell'emancipazione e la lontananza dai correligionarii. La distribuzione geografica delle quattro classi della gente cristiana nel nono secolo, non mi par difficile a ritrovare. Il Val di Mazara, sede delle colonie musulmane, era pieno di schiavi e vassalli; e cotesti ultimi soggiornavano in città e terre insieme coi Musulmani, più tosto che soli.[873] Al contrario gli abitatori del Val di Noto, per un secolo in circa dalla metà del nono alla metà del decimo, sembran tutti cristiani, e le città loro più tostò vassalle che tributarie.[874] Tutte le città independenti, come già il dicemmo, e alcuna tributaria, eran ristrette in Val Demone.
Dall'ordine politico e sociale or ci volgeremo alle vicende intellettuali e morali. Avremo a scorta le memorie ecclesiastiche: unici annali dell'uman pensiero, nei tempi che il pensiero, incatenato dalla religione, in ciò solamente si esercitò che piacesse alla Chiesa; e i pochi frutti che produsse andaron a beneficio e nome di quella, com'avvien che il servo si affatichi sempre a comodo del padrone. La unità di cotesta forza motrice della società bizantina di Sicilia ci porta a seguire l'ordine cronologico, più tosto che la distinzione per materie, come sarebbero opinioni religiose, passioni pubbliche, lettere, costumi. E piacerà fors'anco al lettore a guardare, in vece di circoli ideologici, i ritratti degli uomini notabili del tempo, bene o mal dipinti che fossero.
Della storia ecclesiastica propriamente detta, ci basterà ricordare le due vicende principali; cioè la restaurazione delle Immagini e lo scisma di Fozio. L'una accrebbe potenza al clero non meno che agli imperatori, sendo stato il popol di Sicilia tenacissimo in quel culto. Lo scisma di Fozio, lite nazionale più tosto che religiosa, tra Roma e Costantinopoli, non portò scosse nell'isola, ove il papa era già caduto in obblio. Perocchè nell'ottavo secolo, senza contrasto nè rincrescimento dei popoli, s'era consumata la scissione della Chiesa Siciliana dalla sede di Roma.[875] Ubbidì la Sicilia allora al Patriarca di Costantinopoli. I vescovi di Siracusa e Catania ottennero grado di metropolitani; il secondo senza suffraganei; il primo preposto a tutte le sedi da Catania in fuori: cioè Taormina, Messina, Cefalù, Termini, Palermo, Trapani, Lilibeo, Triocala, Girgenti, Tindaro, Lentini, Alesa, Malta e Lipari.[876] Dopo il conquisto musulmano distrutta alcuna città, altra fatta stanza dei Musulmani, parecchi vescovadi caddero, o ne rimase il nome solo, non sappiam quali, nè in quali anni; perocchè in vano si cercherebbero le vestigia di cotesti mutamenti nelle copie diverse del catalogo attribuito a Leone il Sapiente. Pure il fatto è certo, perchè necessario, e perchè le soscrizioni dei vescovi siciliani scompariscono a poco a poco dagli atti dei concilii; non si parla più di loro nelle croniche; e il solo di cui si abbia memoria, verso la fine dell'undecimo secolo, è quel di Palermo, chiamato arcivescovo; del qual cenno noi tratteremo a suo luogo.
Aprendo i volumi delle agiografie siciliane reca maraviglia lo scarsissimo numero dei martiri dell'epoca musulmana. A spiegar ciò non basta la dimenticanza che necessariamente seguì nel decimo e undecimo secolo, quando la più parte della popolazione confessava un Dio solo e Maometto apostol di lui. Sendo rimasi tuttavia molti Cristiani in Sicilia, e surti in Calabria novelli monasteri ove riparavano frati siciliani, è manifesto che la tradizione non potea perire. Martiri da un'altra mano non ne mancavano. Migliaia di combattenti, fatti prigioni e proposta loro talvolta, a rigor del dritto di guerra, l'alternativa tra l'apostasia e la morte, eleggeano francamente la morte; come fecero sempre e in ogni luogo i soldati dell'impero bizantino. Ma il clero non volea santi laici, molto meno soldati; e di certo mandava all'inferno quei martiri che innanzi non fossero stati bacchettoni. De' suoi, il clero non ne forniva; perdonandosi per legge musulmana la vita ai preti e ai frati fuorchè se avessero combattuto: il che non avveniva giammai nella Chiesa Greca. Perciò sì poche le vittime cui il martirio desse titolo di santità. Si noverano tra quelle, nel primo impeto del conquisto, San Filareto e altri frati di che facemmo ricordo nell'assedio di Palermo (831): e furon presi fuggendo.
Contemporaneo di San Filareto un grande oratore sacro, Teofane Cerameo arcivescovo di Taormina: che sembra onoranza personale, se pure negli sconvolgimenti ecclesiastici e politici di quel tempo la dignità metropolitana non fu accordata e tosto ritolta alla detta sede. Di Teofane Cerameo si ha notizia per un'ampia raccolta di omelie greche, delle quali ci avanzano da quaranta esemplari,[877] la più parte col nome di lui, altri di Gregorio Cerameo, Giovanni Cerameo, Cerameo soltanto, e infine Filippo, chiamato poi, com'aggiugnesi ne' manoscritti, Filagato, monaco e filosofo.[878] Ostinandosi a riferire tutte le omelie a un medesimo autore, gli eruditi che le studiavano, disputarono vanamente su l'età in cui fosse vivuto. Lo Scorso, gesuita siciliano il quale pubblicò per lo primo a Parigi (1644) il testo e la versione latina di sessantadue omelie, le volle tirar su tutte al nono secolo; e infelicemente cavillò per adattare a quei tempi le vestigia del duodecimo secolo che si toccan con mano in alcune di coteste omelie.[879] Il dotto Guglielmo Cave, al contrario, opinò che la raccolta appartenesse al secolo undecimo, e dovea dire duodecimo.[880] Ha sostenuto questa medesima sentenza il sacerdote Niccolò Buscemi da Palermo (1832) illustrando la materia con le notizie di altri manoscritti, tra i quali uno di Madrid, che contiene altre ventinove omelie inedite, e che fu rubato probabilmente alla Sicilia.[881] Ma per vero si debbono riconoscere, come il pensò quel savio monsignor Di Giovanni,[882] almen due autori; l'uno dei quali visse di certo nel nono secolo, l'altro di certo nel duodecimo. La prova del primo assunto si vedrà or ora. Quella del secondo è che cinque orazioni,[883] come leggesi in alcuni codici, furono recitate “nel palagio di Palermo, in Palermo dinanzi il re, nel monastero del Salvatore di Messina[884] nella chiesa di Santo Stefano in Palermo e sul pulpito della chiesa metropolitana della stessa città.” A togliere il dubbio che il predicatore moderno le avesse rubato tutte all'antico, una di coteste orazioni contiene lo elogio funebre del primo cantore del detto monastero del Salvatore;[885] e un'altra la più precisa descrizione che far si possa della cappella palatina di Palermo, coi mosaici e i marmi di che la arricchirono i principi normanni.[886] Par che cotesto oratore sia appunto Filagato del quale dicemmo: e può supporsi ch'egli abbia aggiunto del suo qua e là; composto qualche omelia; tolto di peso le altre da antichi codici; e spacciato tutto per roba propria. Altri probabilmente replicò il plagio, e così andrebbe spiegata la diversità dei nomi d'autori, che s'incontrano nei varii manoscritti.[887] Quanto alle omelie che non portan sì chiara la divisa della età, molte sembrano da attribuirsi all'autore del nono secolo.[888]
Senza avvilupparci in oziose questioni, chiameremo costui Teofane, soprannominato Cerameo dalla patria o dal casato. Ei passò, come pare, da un monastero al seggio vescovile di Taormina; ed affrontando l'ira del governo iconoclasta, fu bandito dalla diocesi; come lo mostra il caldo esordio d'una omelia recitata dal pulpito di Taormina.[889] “Avea durato, ei dicea, lungi dai suoi figliuoli in Cristo, la tirannide d'un amor violento; avea bramato di rivederli come il terreno arso e screpolato brama la pioggia: e dileguinsi, ei continuava, le rughe delle nostre fronti, poichè ci è dato di tornar tutti insieme a venerare questa effigie di Maria non dipinta da man d'uomo.”[890] Non guari dopo, quel dì stesso che si festeggiò per tutto lo impero la restaurazione delle Immagini (842), Teofane esponea con dire vibrato e conciso la storia degli Iconoclasti. Certi maghi ebrei vaticinarono la futura grandezza a Leone Isaurico; e lo spinsero a dar principio all'eresia. Serpente nato di un dragone, succedeva all'Isaurico, nell'impero e nella empietà, Costantino Copronimo: e rincalzava la persecuzione un altro Leone (l'Armeno) indegno della porpora; stigandolo alla mal opra quel falso abbate, che solea rintanarsi in un casolare, e uscir come pipistrello su l'imbrunire del dì.[891] Narra poi il noto fatto di Teodora e del giullare che la scoprì; scansa prudentemente il nome del crudele Teofilo; e ne viene al concilio di Costantinopoli; alle lodi della imperatrice che rendeva alla Chiesa le immagini, quasi tolti ornamenti e segni di gloria; e sì esorta i fedeli a celebrare il fausto evento, abbominando i capi e fautori dell'empietà, venerando e baciando le immagini, non per idolatria, ma per onorare i prototipi di quelle: e conchiude, contro le premesse, con raccomandare a tutti carità, misericordia, penitenza.[892] La data dell'anno, mese e giorno è scritta quivi a caratteri indelebili. Quella del secolo si trova in due altre omelie, dove l'oratore volgeasi al cielo, pregando aiuto agli ortodossi imperatori contro gli empii figli di Agar, insultatori del culto cristiano;[893] e in un'altra ove discorre le voluttà dei Gentili, e dei nostri vicini Ismaeliti, ei dice, che si scambian le mogli.[894]