Ho seguito fin qui la divisione territoriale della Sicilia in tre province, che chiamavansi Valli, di Mazara, Demone e Noto; la quale durò, con qualche mutamento, infino al mille ottocento diciotto, e la origine sua si riferisce d'ordinario ai Musulmani. Cotesta opinione manca di prove; poichè i diplomi e le cronache dei primi tempi normanni, quando l'azienda pubblica ritenea quasi tutte le forme del governo precedente, fanno menzione del solo Val Demone.[835] I ricordi del Val di Mazara e del Val di Noto non sono nè sì antichi nè sì precisi.[836] Nondimeno io accetto il pensamento comune, parendomi la divisione in tre province ordine antico che tornasse su, dopo qualche innovazione temporanea; e riflettendo inoltre che i conquistatori arabi erano necessitati a tripartire l'isola. Volendo giovarsi degli oficii dell'azienda bizantina per la riscossione del tributo fondiario, trovavano le due provincie, Lilibetana e Siracusana, divise dallo Imera Meridionale, ossia fiume Salso; ma com'eglino non possedeano per intero la provincia Siracusana, così doveano distinguere la parte che rimaneva ai nemici, ch'era appunto il Val Demone, dalla parte musulmana che giaceva a mezzodì e chiamossi Val di Noto, e da un po' di territorio a ponente il quale confuso con la provincia Lilibetana si addimandò Val di Mazara. Secondo tal supposto lo scompartimento in tre province tornerebbe alla seconda metà del nono secolo.[837]

In quell'epoca si potrebbe trovare alsì la ragione dei nuovi nomi delle tre province; delle quali la prima e l'ultima li presero, com'è evidente, da città. La provincia Lilibetana andò chiamata forse di Mazara, per esser questa la città più vicina al Lilibeo,[838] non ristorato per anco col nome di Porto di Ali (Marsâ-Alî, Marsala); ovvero perchè sedesse a Mazara il diwân dei beneficii militari, posto fuori dalle città di Palermo e di Girgenti ch'erano circondate di poderi allodiali. La provincia Siracusana potea ben prendere il nome da Noto che vi primeggiava, giacendo Siracusa in rovine, nè sendo risorta da quelle innanzi il decimo secolo. Quanto al Val Demone, l'etimologia si è riferita ai boschi (Vallis Nemorum); si è riferita ai demonii dell'Etna, tenuto spiraglio d'inferno (Vallis Dæmonum); altri più saviamente l'ha tratto da un forte castello, ricordato nelle memorie del nono secolo e abbandonato di certo nel duodecimo. Sembrami più probabile che i nomi della provincia e del castello fossero nati insieme dall'appellazione presa per avventura dagli abitatori di tutta quella regione: Perduranti, cioè, o Permanenti, nella fede, si aggiunga dell'impero bizantino. Perocchè un cronista greco del nono secolo, trattando delle città di Puglia rimase sotto il dominio di Costantinopoli, adopera il verbo analogo a così fatta voce;[839] e una delle varianti con che questa ci è pervenuta è appunto Tondemenon che si riferisce, senza dubbio, non al territorio ma agli abitatori.[840] La denominazione di valle potrebbe essere arabica al par che latina;[841] nel secondo dei quali casi ben potea convenire a un territorio compreso nella vallata tra gli Apennini e l'Etna; nè il nome generico latino o arabico unito a una appellazione greca, farebbe maraviglia nella Sicilia di quei tempi.[842]

I Cristiani ch'erano tuttavia la maggior parte della popolazione dell'isola, viveano in quattro condizioni diverse, cioè, indipendenti, tributarii, vassalli e schiavi; le quali partitamente prenderemo ad esaminare.

Le popolazioni independenti dai Musulmani chiuse nelle proprie mura e obbedienti, più o meno, all'impero bizantino, riteneano i magistrati e gli ordini anteriori al conquisto. Pure, nell'ultima metà del nono secolo, forza era che seguisse tra loro una vicenda analoga alla restaurazione dei comuni nell'Italia di mezzo dopo il conquisto longobardo. Non potendo l'impero porre presidii per ogni luogo dell'isola, dovea tollerare, anzi procacciare che le terre forti per sito o per numero di cittadini si difendessero dassè, come le città italiane del settimo secolo; il che inevitabilmente accresceva autorità e baldanza all'aristocrazia della curia, base dei corpi municipali. Avvezzi ormai a combattere o patteggiare coi Musulmani; a cospirare col governo bizantino quando talvolta fossero stati soggiogati dal nemico; ad ordinare mosse militari, di accordo coi capitani imperiali di Castrogiovanni o di Siracusa, le città siciliane par che a poco a poco prendessero sembianze di confederate più tosto che suddite. Pertanto le istituzioni municipali, che in Grecia e altrove si dileguarono sotto il forte governo di Basilio Macedone, sì che poi Leone il Sapiente ne cancellò anco il nome, le istituzioni municipali, io dico, doveano rinvigorire, in quel medesimo tempo, nelle città di Val Demone che mantennero l'onor del nome cristiano in Sicilia. Ciò confermano parecchi cenni delle cronache: come sarebbero le pratiche dei Musulmani a Troina l'ottocento sessantasei; la missione d'un decurione per lo riscatto dei prigioni nell'ottantatrè; e tanti casi di guerra cessata o ripresa, nei quali è manifesto che operassero i municipii, non gli oficiali dell'impero. I ricordi ecclesiastici del tempo, dei quali si tratterà in questo capitolo, danno indizio anch'essi della autorità politica assunta dagli ottimati: senza che il sacerdozio non avrebbe con tanta rabbia aguzzato contro costoro il pungolo della satira. L'autorità municipale poi occupò ogni potere, ossia i comuni independenti operarono come repubbliche, negli ultimi anni del nono e i primi del decimo secolo; quando lo impero del tutto li abbandonò.

Pari autorità civile, con minore possanza e niuna gloria, serbarono i municipii della seconda classe di popolazioni, vogliam dire le tributarie. Nei principii del conquisto, tal condizione dovea parer comoda ai vincitori al par che ai vinti; sopratutto ai capi. E veramente, i condottieri musulmani senza fatica imborsavano il danaro e poteano scompartirlo con più largo arbitrio che il bottino; e i magistrati municipali si francavan dai pericoli della guerra, pagando agli Infedeli, poco più o poco meno, quel che soleano mandare a Costantinopoli; poteano inoltre distribuire il peso tra' lor miseri concittadini con maggiore ingiustizia che loro non ne concedessero le leggi dell'impero. Nondimeno l'odio religioso, il sentimento nazionale, e le molestie nascenti dalla licenza e discordia dei vincitori, sturbavano sovente i raziocinii dell'interesse materiale e spingeano l'aristocrazia municipale a spezzare i patti. Perchè quella società non sembri troppo più generosa dell'odierna società europea, si aggiunga lo scapito dei proprietarii, i cui servi e coloni spesso fuggivansi dai poderi; spezzandosi le catene dello schiavo altrui che riparasse in paese musulmano e si convertisse all'islamismo, divenuto liberto di Dio, come dicea Maometto.[843] S'aggiunga infine il bisogno che portava le colonie musulmane ad estendersi, e si comprenderà come avvenia sì sovente che le città tributarie si ribellassero o i Musulmani le assalissero con pretesti. Ricadendo sotto il giogo, erano ridotte a vassallaggio: talchè il numero delle tributarie scemò a poco a poco, e poi del tutto mancarono.

Nel tempo che durava tal qualità di popolazioni, l'ordinamento loro è agevole a immaginare. Come nelle città independenti, così nelle tributarie l'autorità dovea risedere nei municipii. Del ritratto dei beni imperiali e comunali, aggiuntevi le contribuzioni su i cittadini, il municipio pagava il tributo detto dai Musulmani gezîa o kharâg;[844] la somma del quale dipendea dai patti, e secondo le usanze musulmane si stipolava ordinariamente per dieci anni, dando statichi per sicurtà. È probabile che s'aggiugnesse il patto di svelare ai Musulmani le trame del governo imperiale; favorir le loro imprese e rispettare le persone e averi loro, come veggiamo stipolato da Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân con gli abitatori di Cipro.[845]

Soggiaceano al vassallaggio le terre prese per forza d'armi o a patti, come dicemmo. Nelle seconde per virtù del trattato, nelle prime per umanità e interesse a non desolare il paese, i Musulmani davano l'amân, o sicurtà, come suona in nostro linguaggio. Lasciate indietro le condizioni occasionali o transitorie di che si è fatta menzione nel racconto, come di consegnare un dato numero di schiavi, abbandonare una parte dello avere e somiglianti stipolazioni, la sostanza dello amân era questa. Cessava nel paese l'autorità politica dei Cristiani. I beni dello Stato, fors'anco del comune, e tutti o in parte i beni ecclesiastici, e quei dei cittadini uccisi o usciti, passavano in proprietà della repubblica musulmana; e insieme con le terre necessariamente andavano i servi o coloni che soleano coltivarle sotto gli antichi signori. Il rimanente della popolazione continuava a vivere secondo le proprie leggi e costumanze; e tutti gli uomini liberi, qual che si fosse lor grado e fortuna, si ragguagliavano dinanzi ai vincitori in unica condizione, che s'addimandava in arabico dsimma e lo individuo dsimmi, che noi diremmo umiliato o suddito. Godeano ordinariamente pieno esercizio del dritto di proprietà.[846] La legge musulmana proteggea loro persone e averi con le medesime sanzioni penali che pei Musulmani[847] e ammetteva ogni contrattazione civile tra loro e i Musulmani, anche i lasciti per testamento.[848] Oltre le condizioni ragionevolmente chiamate essenziali; cioè che non parlassero con irriverenza del Corano, del Profeta, nè dell'Islâm, non dicessero villania a donne musulmane, non ingiuriassero i soldati, non tentassero far proseliti tra i Musulmani e rispettassero i beni loro,[849] gli dsimmi andavano sottoposti a tre maniere d'aggravii: di finanza, di polizia civile e di polizia ecclesiastica.

Gli aggravii di finanza addimandavansi gezîa e kharâg; la prima su le persone, il secondo su i beni stabili. La gezîa che suona compensazione, aggiungasi della sicurtà data alle persone e alla roba, era una tassa testatica di quarantotto dirhem all'anno[850] su i ricchi, ventiquattro su gli uomini di mezzane facultà, e dodici su i nullatenenti costretti a vivere di lavoro manuale, escluse le donne, i bambini, i frati, gli storpii, i ciechi, i mendici e gli schiavi. Kharâg vuol dire ritratto o rendita. Si levava, come le contribuzioni fondiarie dei tempi nostri, sul fruttato presunto, in ragion composta della estensione del terreno e maniera della cultura: e in alcune province musulmane fu in origine il venti per cento; ma la somma spesso restò invariabile, talchè scemata la rendita, il dazio tornò più grave. La gezîa cessava per conversione all'islamismo. Per contraddizione fiscale, necessaria al mantenimento dello Stato, il kharâg continuava non ostante che il possessore si convertisse, o che il podere passasse in man di Musulmano.[851]

Ingiuriosi furono e molesti gli statuti di polizia civile. Vietato agli dsimmi di portare armi, montar cavalli, metter selle su' loro asini o muli, fabbricare case più alte o al ragguaglio di quelle dei Musulmani, prendere nomi proprii in uso appo i Musulmani e fin di adoperare suggelli con leggende arabiche. Proibivasi di più che bevessero vino in pubblico, accompagnassero i cadaveri alla sepoltura con pompe funebri e piagnistei; e alle donne loro di entrare nel bagno quando fosservi donne musulmane e rimanervi quando quelle sopravvenissero. E perchè non si dimenticasse in alcuno istante la inferiorità loro, era ingiunto agli dsimmi di tenere un segno su le porte delle case, uno su le vestimenta, usare turbanti d'altra foggia e colore e sopratutto portare una cintura di cuoio o di lana. In strada eran costretti a cedere il passo ai Musulmani; stando in brigata, a levarsi in piè quando entrasse o uscisse uom della schiatta vincitrice.[852]

Parrà mirabile dopo ciò la tolleranza dei regolamenti di polizia ecclesiastica, che limitavansi a vietare la costruzione di novelle chiese e monasteri, ma non già la restaurazione degli edifizii attuali.[853] Del rimanente era lecito alle chiese di redare;[854] liberissimo lo esercizio del culto nei tempii e nelle case; ma si inibiva di far mostra di croci in pubblico, leggere il vangelo sì alto che lo sentissero i Musulmani, ragionare del Messia con costoro, e suonare furiosamente campane o tabelle.[855] Non si intrometteano i Musulmani nè punto nè poco nelle materie di domma, culto, o disciplina, e proteggeano ugualmente i sudditi cristiani di qualsivoglia setta.[856]