Perchè le sètte dell'antica religione dei Persiani, incoraggiate dall'antagonismo nazionale contro i vincitori, tentarono una serie di movimenti religiosi a insieme politici e sociali; nei quali apparisce sovente il lavoro di società segrete, e sempre vi primeggia la superstizione indiana dell'ipostasi. Volle dapprima un Khawâf, verso la metà dell'ottavo secolo, innestare il manicheismo sull'islam; e, denunziato, com'e' pare, da una setta rivale, fu messo a morte dal governatore musulmano a Nisapûr: se non che i suoi proseliti lo vider salire in cielo sopra un bel cavallo baio dorato, e lungamente poi aspettarono che tornasse giù a far vendetta.[220] Nel medesimo anno o poco innanzi, Abu-Moslim,[221] anch'egli del Khorassân, metteva in trono gli Abbassidi con una cospirazione, tramata sotto forme di società segreta: il quale ucciso poi a tradimento dagli Abbassidi (754), moltissimi uomini del Khorâssan lo tennero non morto nè mortale; e formarono un novello ramo di setta Mazdakiana, che fa detto degli Abumuslimiti.[222] Un altro ramo si chiamò dei Rawendi; i quali pensarono adorar come iddio il califo abbassida Mansûr (758), ed egli molti ne imprigionò; gli altri apertamente sollevaronsi contro il nuovo lor nume.[223] Non andò guari che Mokanna, come l'appellarono gli Arabi dall'uso di andar coperto d'una maschera di metallo, spacciava in Khorassân che lo spirito di Dio, trasmigrando di profeta in profeta, e, poc'anzi, in persona d'Abu-Moslim, fosse venuto per ultimo ad albergare in lui; e raggirava i proseliti con tiri da saltimbanco; accendeali di fanatismo; resisteva alle armi del califo; ridotto allo stremo in una fortezza (776), dava la morte a sè e ai compagni.[224] Le quali repressioni non interruppero la propaganda occulta di tutte queste sètte del magismo, dei Zindîk, come furono detti, con voce generica che credesi derivata dal noto nome di Zend. Mehdi, di casa abbassida, fieramente li perseguitava (784-785); istituiva contro di essi un magistrato speciale detto il Preposto degli Zindîk,[225] e, nell'atto di mandarne alcuno al supplizio, esortava il figliuolo Hadi a continuare la proscrizione, succedendogli nel califato, per essere i Zindîk, com'ei diceva, Manichei, scellerati che vietavano di mangiar carne, viveano in ippocrita astinenza, credeano a due principii Luce e Tenebre, praticavano schife abluzioni, permetteano il matrimonio con le figliuole e sorelle, e andavano rubando i bambini altrui per educarli al culto della Luce.[226] Il poeta Besciâr-ibn-Bord, cieco e vecchio di novant'anni, era stato messo a morte da Mehdi (782) nella medesima persecuzione, la crudeltà della quale par consigliata da sospetto di Stato, più che da fanatismo religioso.[227] Poi un Giân dewân[228] aspirò agli onori divini; tenne la fortezza di Bedsds[229] nell'Aderbaigiân; ebbevi adoratori e soldati; e spianò la via a Babek oriundo di Medâin, assai più terribile impostore. Perchè alla morte di Giân dewân, la moglie attestava ai partigiani aver visto raccogliere dal giovane Babek il soffio divino reso dal moribondo; ed essi, avendo mestieri d'un capo, credean queste e tante altre favole. Babek seguì necessariamente i dommi della trasmigrazion delle anime e della divinità dei ciurmadori antecedenti; seguì le dottrine comuniste di Mazdak, trascorrendo sino all'incesto; ma a quel vergognoso epicureismo aggiunse i furori dei Khâregi, il dovere di far guerra, la licenza di commettere guasti, rapine, omicidii sopra i seguaci d'altre credenze. La loro fu chiamata dagli Arabi la religione del libertinaggio, e ai settatori dieron anco il nome di Khorramii, o diremmo noi gli Sfrenati. Traendo alle bandiere di Bâbek uomini rotti ad ogni scelleratezza, costui per venti anni (816-836) affrontò e sovente sconfisse gli eserciti abbassidi nelle regioni settentrionali della Persia, ove si dice abbia fatto incredibili carnificine. In ultimo, presagli la cittadella di Bedsds, inseguito, raggiunto in Armenia, condotto a Bagdad, messo ad orribili supplizii, li durò fino alla morte con fortezza da eroe.[230]

Non guari dopo cotesti estremi sforzi della schiatta persiana, veggiamo cominciare il movimento con altre forme nella schiatta arabica. Ne fu autore un Abd-Allah-ibn-Meimûn, detto il Kaddâh ossia l'Oculista, della gente di Kuzeh[231] presso Ahwâz nel Kuzistân, uom di setta deisanita al par che il padre, come sopra accennammo.[232] Meimûn avea promosso un novello ramo che prese nome da lui. Il figlio salì in maggior fama, per arte d'indovino e prestigii di fisica e destrezza di mano;[233] imbeccando alla gente che gli bastava l'animo di passare in un baleno da un capo all'altro del mondo; e s'indettò con astrologi e intriganti e con qualche tardo discepolo di Babek e altri rottami delle sètte dei magi:[234] che par leggere le memorie di Cagliostro a quel congegno di scienze naturali, imposture d'ogni maniera e cospirazioni; a quel sì lontano scopo politico, pazientemente apparecchiato ai figli dei figli. Lo scopo di Abd-Allah sembra di far ubbidire, se non a sè medesimo almeno a sua gente e a sue dottrine, la schiatta vincitrice, invano combattuta con le armi persiane da Mokanna e da Babek. Perciò volle impadronirsi della fazione sciita, sì grossa e zelante e fin allora disordinata; volle innestar su quel robusto ceppo gli ordinamenti misteriosi dei Persiani; onde i capi della setta lo sarebbero stati anche di una gran parte della società arabica, e avrebbero rivoltato lo impero e mutato la dinastia. Tra gli Sciiti, come accennammo, si notavano varii rami, ciascun dei quali tenea legittima una diversa linea di imâm, o vogliam dire califi, del sangue di Ali; chi i successori di Mohammed figliuolo di Ali e di Hanefia; chi quelli di Hasan e chi di Hosein figli di Ali e di Fatima; e nella discendenza di Hosein si correa d'accordo infino a Gia'far, detto il Verace (a. 765), ma poscia altri riconoscea Musa, quarto figliuolo lui, altri i figli d'Ismaele, secondogenito premorto a Gia'far: onde i partigiani di cotesta linea furon chiamati Ismaeliani.[235] Costoro par non avessero in pronto chi mettere in trono, poichè o spacciavan vivente tuttavia Mohammed figlio d'Ismaele, o favoleggiavano in sua stirpe una serie di imâm mestûr, o, diremmo noi, pontefici nascosi, che il volgo non dovea saperne nè anco i nomi. Per la comodità di tal mistero o per altra cagione che fosse, lo straniero Ibn-Kaddâh elesse a suoi disegni questo ramo della fazione sciita.

Dalla Persia meridionale venuto a Bassora, Ibn-Kaddâh comínciavi sue mene; scoperto indi e costretto a fuggire, tramutasi in Selamîa presso Emesa; vi compera poderi, e, infingendosi d'attendere all'agricoltura, va spacciando qua e là dâ'î, o vogliam dire missionarii, un dei quali, nel distretto di Cufa, indettava Hamdan-ibn-Asci'ath, soprannominato il Kirmit, uom di schiatta arabica, che parve ottimo strumento ad Abd-Allah. Ma l'Arabo, rubatagli l'arte, si fe' capo d'una setta novella che da lui si addimandò dei Karmati, o meglio direbbesi Kirmiti.[236] Dopo venti anni (899) levaron la testa in Bahrein, provincia d'Arabia, ove la setta s'era agevolmente propagata tra fiera e libera gente, che poco temeva il califato lontano. Negli ordini loro si scerne il miscuglio delle superstizioni e dottrine persiane col genio independente della schiatta arabica: da una mano la ipostasi dello imâm, e novelle pratiche religiose, manichee anzi che musulmane; dall'altra qualche eccesso di comunismo mazdakiano e tutte le virtù e i vizii della democrazia kharegita. Sembrami error manifesto degli eruditi di noverare i Karmati tra gli Ismaeliani, coi quali non ebbero altra comunanza che le pratiche condotte e poi spezzate tra il Kirmit e Ibn-Kaddâh; nè altra somiglianza che di qualche forma e qualche mistero. Del rimanente correano per due vie opposte e come a due poli del mondo. Gli Ismaeliani, ritennero gli ordini di associazione segreta quando non n'era mestieri, dopo la esaltazione cioè della dinastia fatemita (910), e dopo la ribellione di Hasan-ibn-Sabbah ad Alamût (1090); nè disdissero mai il nome maomettano; e s'abbian promosso il dispotismo e la superstizione lo mostrano i lor discepoli Drusi e Assassini. I Karmati al contrario, non contenti di calpestare l'islamismo, si risero d'ogni domma e rito, e si tediarono di star nelle tenebre dell'associazione occulta: costituirono uno Stato libero e forse licenzioso; ebbero non principe semideo, ma capo politico, non altrimenti chiamato che Kabîr, ossia superiore; e talvolta, in luogo d'uno, ubbidirono a sei magistrati con titolo di sâid che suona signori, come que' della Mecca avanti Maometto e delle nostre repubbliche del medio evo.[237] Ognun sa che i Karmati, per tutto il decimo secolo, fieramente combatterono dall'Arabia fino all'Egitto il califato abbassida e poi anco il fatemita; che sparsero fiumi di sangue; che presero la Mecca, e portaron via la sacra pietra nera della Caaba, per rivenderla a carissimo prezzo ai devoti Musulmani; e che da lor venne, in parte, la rovina dello impero musulmano.

La società segreta degli Ismaeliani per una trentina d'anni lenta camminò, sotto parecchi gran maestri della schiatta di Abd-Allah-ibn-Kaddâh, succeduti l'uno all'altro fino a Sa'îd-ibn-Hosein (874-883) il quale incalzò la propaganda in Persia, Arabia, Siria,[238] e par abbia compiuto l'ordinamento. Era stretta gerarchia: un dâ'î supremo, o gran maestro che noi diremmo; sotto di lui altri dâ'î di provincia e altri di distretti, città, villaggi, che ciascuno eleggeva il subordinato e non conosceva altri che costui e l'immediato superiore. I dâ'î affiliavano. Una contribuzione forniva il danaro ai bisogni della associazione de' capi; e quando gittavan la maschera, teneano apparecchiata una fortezza, “Casa del Rifugio” la chiamavano in lor gergo; e quando regnarono, apriron adunanze pubbliche in una “Casa della Sapienza” ove il dâ'î leggea sermoni su i misteri e la morale. Tanto si ritrae con certezza storica. Sembra che abbiano avuto varii gradi d'iniziazione; dicono nove, dal primo vestibolo ai penetrali di un ultimo mistero, o piuttosto fin di mistero; cioè svelar che imami e religione e morale, tutto fosse una burla. Il dâ'î cominciava a tentare il neofito con dubbii sopra alcuni punti dell'islamismo; si facea giurar segreto e ubbidienza; lo conducea successivamente fino al grado di che gli parea capace: passando dalla confermazione dei dommi e precetti dell'islamismo, alla eredità dello imamato negli Alidi e nella linea d'Ismaele; alla dottrina dell'imam nascoso, noto al dâ'î supremo; alla spiegazione allegorica del Corano: e le allegorie si assottigliavano a mano a mano, e in ultimo si dileguavano nella incredulità. Ma quest'ultimo stadio parmi quello del Gran Maestro, il quale spacciando di tenere in serbo un Messia non potea veramente credere all'islamismo nè a religione che fosse al mondo. Gli altri gradi d'iniziazione delineano esattamente la piramide che si volea fabbricare: tutti i Musulmani alla base; sovrappostivi gli Sciiti; a questi i partigiani d'Ismaele; ad essi i dottori in miti manichei; e sul vertice la famiglia persiana d'Ibn-Kaddah.[239]

Sa'îd-ibn-Hosein, di questa gente, tenea la fila della gran trama in Selamîa, quando Ibn-Hausceb, dâ'î del Iemen, pensò mandar nell'Affrica Settentrionale chi dissodasse il terreno, come diceasi nel gergo della setta. Lavoraronvi prima un Ibn-Sofiân, indi un Holwâni; alla morte del quale, Ibn-Hausceb gli surrogò uomo di maggior polso, che per antonomasia fu detto lo Sciita. Ebbe nome Abu-Abd-Allah-Hosein-ibn-Ahmed, da Sana'a nel Iemen; ardente partigiano degli Alidi; stato una volta Mohtesib, ossia magistrato di polizia, degli Abbassidi presso Bagdad; audace, dotto e pratichissimo d'ogni via coperta ed obbliqua. Con danari della setta, costui si reca (893) dal Iemen alla Mecca, a far proseliti tra gli Affricani che vi attirava il pellegrinaggio; e adòcchiavi, uno sceikh della gente di Kotâma e l'onorevole brigata che lo seguiva. Facendo le viste d'imbattersi per caso tra costoro, Abu-Abd-Allah si insinua, li tenta e comincia a fare e ricever visite; e conosciutili Ibaditi, setta kharegita, come dicemmo, a poco a poco si scopre anch'egli nemico dei califi: aver lasciato il servigio loro perchè nulla v'era di bene; voler vivere ormai spiegando il Corano ai giovanetti; amerebbe a farlo in Occidente, ove non gli parean disperate le sorti del popolo musulmano. Tra lusinghe e dotto parlare e apparenza di pietà, austerità e liberi sentimenti, si cattivò gli animi di quegli stranieri, sì bene che il pregavano di accompagnarli in Affrica ed aprirvi scuola; ma non rispose nè sì nè no, lasciandosi trarre, quasi contro voglia, alle capitali dello Egitto e dell'Affrica; ove indagò profondamente le condizioni delle tribù berbere; e Kotâma gli parve proprio il caso. Allor, come vinto da' preghi dei Kotamii, accetta la ospitalità e gli oficii di imâm d'una loro moschea e di pubblico professore; ma ricusa lo stipendio; fa vedere ai più intrinsechi un gruppo di cinquemila dinâr; accenna alla sorgente misteriosa e inesauribile di quell'oro; alla sacra schiatta d'Ali; alle migliaia di migliaia che cospiravano per essa in tutta musulmanità; ai premii maravigliosi che dovea aspettarsi in questa vita e nell'altra chiunque aiutasse alla esaltazione del pontefice nascoso. Le quali pratiche non piacquero a tutti tra quella gente ibadita e però nimica all'autocrazia di Ali; ma il maggior numero odiava mille volte più Ibrahim-ibn-Ahmed vivo, che Ali sepolto da secoli; più la dominazione straniera, che il dispotismo; e il giogo stesso del dispotismo tanto lor parea duro a portarlo sul collo, quanto comodo e piacevole a metterlo addosso altrui. Ebbe dunque gran séguito Abu-Abd-Allah; gli proffersero avere e sangue; i misteri quanto più assurdi, tanto più furibondo accendeano lo zelo; un capo uccise di propria mano il fratello che andava gridando impostore Abu-Abd-Allah. A capo di sette anni, correndo il novecento dell'era volgare, costui cominciava a scoprirsi[240] presso Setif, nei monti detti di Ikgiân, sede d'una tribù della gente di Kotâma.[241]

La gente di Kotâma tenea la più parte della odierna provincia di Costantina: un quadrilatero da Bugia e Bona su la costiera, a Belezma e Baghaia nella catena degli Aurès: territorio montuoso, dove coltivato dalle tribù stanziali, dove abbandonato a pascolo e corso dalle tribù nomadi della medesima gente. Si distinguea questa dagli altri Berberi per non so che divario di tradizioni, usanze, dialetto; tanto che gli eruditi vi trovarono appicco a consanguineità con la schiatta arabica. Che che ne fosse, i Kotamii non si affratellarono punto coi vincitori, nè lor ubbidiron altrimenti che di nome, nè si piegarono a tributo, non che smettere lor costumi aborigeni. Com'ogni altra nazione berbera, i Kotamii par sian vissuti in rozza confederazione, vincolo di schiatta più che di legge; il quale se non bastava a campar le tribù loro dalla guerra civile nè dalla dominazione straniera, potea stringerle insieme ad un tratto in brevi ma gagliardi sforzi. Allo entrar del decimo secolo, fortissima era la nazione kotamia per numero totale degli uomini o relativo degli armati; poichè la tradizione esagerando portò che ne andassero trecentomila ad assalire Kairewân; e da più certi ricordi sappiamo quanti eserciti kotamii corsero in quel secolo fino all'Atlantico e oltre il Nilo sotto le bandiere dei Fatemiti: nelle quali imprese la nazione kotamia si dissanguò; si trovò menomata a quattromila uomini verso la metà del duodecimo secolo; nel decimoquarto, qualche tribù che ne rimanea soffriva il giogo di Tunis, e in oggi se n'è dileguato il nome.[242] Non primeggiava per vero nella confederazione la tribù stanziata a Ikgiân. Ma la mente di Abu-Abd-Allah, l'accentramento e ardore della setta ismaeliana le dettero tal vigore, da soggiogare qualche tribù rivale, tirarsi dietro le altre, e unire la nazion kotamia, anzi una gran parte della schiatta berbera, contro i vincitori Arabi. Ibrahim-ibn-Ahmed dal suo canto aveva arato quel terreno più che i mistici agricoltori ismaeliani; fin avea liberato la nazione kotamia del disagio che le davano i bellicosi Arabi di Belezma.

Ed egli stesso gittò la prima scintilla. Risaputo dal governator di Mila come l'oscuro professore d'Ikgiân osasse accusare d'eresia Abu-Bekr e Omar, mandò ad ammonirlo di frenare la lingua; e, se no, vedrebbe. Abu-Abd-Allah, invece di rispondere, si mostrò in campo (901) con giusto esercito, con simboli non più visti, scritti su le bandiere, nei suggelli delle lettere e nel marchio dei cavalli; ordinò gli oficii d'amministrazione militare; afforzò la casa del rifugio a Ikgiân; diè il motto di guerra “In sella, cavalieri di Dio;” apertamente bandì la rivoluzione politica e religiosa. Così la società ismaeliana, compiuti i lavori a suo bell'agio tra genti guerriere e luoghi inaccessibili alla vigilanza dei governanti, uscia dalle tenebre improvvisamente in sembianza di Stato antico che facesse guerra, non di moltitudine tumultuante e confusa. Sbigottì Ibrahim a quel terribil segno. Comprese che la viva forza da lui sciupata si stoltamente, ormai non bastava contro la ribellione sciita: pertanto si provò a suscitar la guerra civile tra i Kotamii; a calmare gli altri popoli con le riforme; e si affrettò all'abdicazione. Scendendo dal trono raccomandò al figliuolo che non assalisse mai primo gli Sciiti, si difendesse, e abbandonato dalla fortuna si ritraesse in Sicilia.[243]

CAPITOLO VI.

S'uom potea riparare alla rovina di casa aghlabita, quel desso era Abd-Allah, successor del tiranno. Abd-Allah par modello dell'ottimo principe musulmano del medio evo: prode della persona, cavaliero e schermidore perfetto, savio capitano, bell'ingegno, poeta, dialettico, erudito, rettorico, e, quel che monta assai più, giusto, magnanimo, benigno, temperato nell'esercizio del comando, osservatore d'ogni precetto di sua religione. Preso lo Stato alla abdicazione del padre,[244] mandò lettere circolari da leggersi al popolo adunato, per le quali promettea zelo nella guerra sacra, e nel governo umanità, giustizia, amor del ben pubblico. E che non scrivesse ciance di principe nuovo provollo coi fatti, chiamando appo di sè un consiglio di molti savii e dotti uomini (queste son le parole d'Ibn-el-Athîr), che lo aiutavano a condurre gli affari secondo giustizia e proponeano i provvedimenti richiesti dalle condizioni del popolo. Come i predecessori, sedè egli stesso nel Tribunal dei soprusi. Volle che i magistrati ordinarii rendessero ragione, senza contemplazion di persone, contro oficiali, cortigiani, congiunti o figli del principe e contro lui medesimo. Eletto il novello cadi dal Kairewân, gli commise di reprimere severamente i soprusi dei riscuotitori delle tasse e proteggere gli oppressi. Riformò al tempo stesso la corte: vestitosi di lana come i primi califi; sgombrati que' nugoli di pretoriani; fuggito a precipizio dalle insanguinate castella del padre, sì che soggiornò nei primi tempi in una casuccia di mattoni, poi ne fece acconciare una più spaziosa, comperate entrambe del proprio. Forte di sua virtù, sdegnando i consigli tiberiani del padre, Abd-Allah mandava contro gli Sciiti un esercito capitanato dal proprio figliuolo, altri dice fratello, soprannominato Ahwâl. E già la vittoria seguiva gli auspicii del principe guerriero; e la contentezza de' popoli promettea che la ribellione, ristretta a una tribù, presto sarebbe spenta.

Quando un vil parricida troncò ogni speranza degli Arabi d'Affrica. Ziadet-Allah, figliuolo di Abd-Allah, rimaso a reggere la Sicilia dopo la morte d'Ibrahim, s'era dato a vita sozza e bestiale con vili cortigiani che lo stigavano contro il padre perchè sentiansi soffocare da quella severa riforma. Risapendo tai vergogne, Abd-Allah deponea d'oficio il figliuolo; chiamavalo a Tunis; e, arrivato ch'ei fu del mese di maggio novecentotrè, come a fanciullo discolo, gli tolse danaro e arredi e sì il chiuse in un appartamento del palagio, messi in prigione a parte i suoi cagnotti. Ma le mura non furon ostacolo a una congiura di corte che si ordì, consapevole Ziadet-Allah. Il mercoledì ventisette di luglio,[245] uscito Abd-Allah dal bagno e gittatosi a dormire in parte solitaria del palagio sopra un sofà di stuoie, tre eunuchi schiavoni ch'ei tenea molto fidati gli si appressano; un trae pian piano la spada di sotto il capezzale; e d'un fendente tagliò netto e collo e barba e intaccò la stuoia. Corre un altro alla prigione di Ziadet-Allah; scala il muro; lo saluta re; gli fa pressa di mostrarsi alla corte: ma quei temendo doppio tradimento, risponde che, se dice il vero, gli rechi la testa del padre: onde l'eunuco andò e tornò e gli gittò la testa d'in sul muro. Presala in mano, raffiguratala, il parricida balzò di gioia; fe' spezzare le porte della prigione; assembrare i grandi di casa aghlabita; i quali sospettando, o no, il vero, per paura degli stanziali, o perchè la virtù di Abd-Allah lor fosse stata anco molesta, giurarono fedeltà al successore. A cancellar sue proprie vestigia, questi fece scannare immantinente i tre sicarii, e appendere i cadaveri al patibolo.