Pria che si risapesse il misfatto, Ziadet-Allah scrivea col suggello del padre ad Ahwâl di venir subito a Tunis; il quale senza sospetto, lasciò lo esercito, e per via fu preso e morto. Uccisi al paro da trenta, tra fratelli, zii e cugini del novello tiranno, in un isolotto[246] ove li mandò sotto colore di rilegazione; dato lo scambio a' primarii magistrati; gratificati con largo donativo gli oficiali pubblici. Del rimanente, non curando se lo Stato andasse bene o male, Ziadet-Allah ripassava dal sangue nel fango: regnava sette anni trescando con sicarii, giullari, beoni, concubine e giovani svergognati; arrivava a far batter moneta col nome del paggio Khattâb; e quando avea mala nuova della guerra sciita, diceva al coppiere: “Mescimi; e anneghiamola in questa tazza.”[247]

Abu-Abd-Allah intanto conquistava l'Affrica. Nel regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed avea soggiogato qualche popolazione agricola (901) e combattuto una tribù guerriera della nazione stessa de' Kotâmii. Venuto alla prova contro gli eserciti aghlabiti al tempo d'Abd-Allah, il ribelle or vinse or fu vinto; e n'avea la peggio, quando Ziadet-Allah lo cavò di briga col parricidio e il fratricidio (903). Poscia, tra le vicende della guerra, salì pur sempre la parte sciita. Non solo tutta la gente kotamia, ma anco altre popolazioni berbere seguiron volentieri un capo che promettea la venuta del Messia e quanto prima soggiogati tutti i popoli della Terra, e fatto spuntare il sole di Ponente; e dava pur qualche arra de' prodigii. Arra la vittoria, il bottino, la propria temperanza, austerità, abnegazione, l'abolizione del kharâg o diciamo tributo territoriale, antichissimo sopruso degli Arabi sopra i Berberi: e questo ribelle, entrato a Tobna, e recatogli il danaro pubblico, rendeva il kharâg ai possessori musulmani; aboliva le tasse non prescritte nel Corano o nella Sunna; e bandiva ai popoli che ormai non avrebbero ad osservare altre leggi che i sacri testi. All'incontro i sudditi fedeli pagavan troppo caro le vergogne di Ziadet-Allah. Gli eserciti, accozzati di stanziali e avanzi del giund, che è a dire di tormentatori e tormentati, marciavano di pessima voglia; e talvolta sbaragliavansi pria di venire alle mani, non ostante gli immensi appresti d'armi e macchine da guerra; e quali capitani lor potea dare tal principe? Entro pochi anni, Abu-Abd-Allah minacciò la metropoli dell'Affrica (907). Il tiranno, provatosi a far grande armamento e montare a cavallo egli stesso, tornò addietro spaurito a Rakkâda, rifatta sede della corte aghlabita; afforzolla con mura di mattoni e mota;[248] affidò l'esercito, troppo tardi, ad un uom di guerra di sangue aghlabita, per nome Ibrahim-ibn-abi-Aghlab; la cui virtù non valse che a ritardare la vittoria del nemico. Di marzo novecento nove, Ziadet-Allah, all'avviso di un'ultima sconfitta d'Ibrahim, tenendosi spacciato e tradito da costui, dal primo ministro, dai soldati, dai cittadini, si deliberò a fuggire incontanente. Dà voce di riportata vittoria; fa tagliar le teste ai miseri che teneva in carcere e condurle a trionfo per le strade di Kairewân, come se fossero dei nemici uccisi in battaglia; e intanto a Rakkâda, ch'era discosta a quattro miglia, entro il palagio si caricavano trenta cameli d'arredi preziosi, oro, gioielli; mille Schiavoni della guardia erano messi in ordinanza, e dato loro a portar mille dinar d'oro per cadauno; le mogli e le più gradite concubine del tiranno montavano in lettiga. Al cader del giorno ei con la corte cavalcò in fretta alla volta di Tripoli, per passare indi in Egitto.

Risaputa la quale fuga, tutta Rakkâda sgombrò, ch'era soggiorno di scrivani e servidori di corte: a lume di fiaccole tante famigliuole, con loro robe preziose, correano per la campagna su le orme del principe. Ma il popolaccio di Kairewân, invidioso e turbolento, piombò la dimane sopra la città regia; per sei giorni continui frugò le case cercando tesori sepolti, e portò via masserizie; finchè comparve la vanguardia di Kotâma, che ricacciollo alla capitale. Dove la schifosa anarchia della paura avea consumato, in questo mezzo, quel po' di forza vitale che rimaneva alla schiatta arabica. Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, usando un attimo di favor popolare, convocò i giuristi, i capi delle famiglie nobili della città e i principali mercatanti; lor disse, che se Ziadet-Allah se n'era fuggito, tanto meglio; poichè la mala fortuna se ne andrebbe con quel poltrone; or si potrebbe far la guerra; lo aiutassero di danari ed egli saprebbe rannodare l'esercito, salvar l'onore e la dominazione degli Arabi: per Dio non si dessero in mano di quelle frotte di vinti rivoltati, di barbari settatori d'un eretico, calpestatori d'ogni legge. Ma i notabili risposero, al solito, ferocemente a chi parlava di onore e di pericoli; conchiusero che il danaro lor serviva a ricattare dalla schiavitù sè stessi e le famiglie; e replicando Ibrahim che si potean togliere i capitali dei lasciti pii, l'adunanza gridò sacrilegio. Sdegnosamente uscì Ibrahim dalla sala; e in piazza ebbe a soffrire gli insulti della plebe che ripeteva a modo suo gli argomenti dei barbassori, e dava mano anco ai sassi: se non che l'Aghlabita con uno stuol di cavalli si fe' largo caricando fino alle porte della città. Audace, anzi temerario, andò a Tripoli, sperando di scuotere Ziadet-Allah; e per poco non incontrò la sorte del primo ministro; il quale s'era imbarcato per la Sicilia, ma i venti lo spinsero a Tripoli, nelle mani del tiranno, ch'egli avea confortato alla difesa, e or n'ebbe in merito la morte. Ziadet-Allah, chiesta licenza dal califo abbassida, soggiornò or in Egitto or in Siria, sperando sempre che il califo riconquistasse l'Affrica per lui; e mentre aspettava, rubato dai proprii servitori, ammonito per sue infami dissolutezze dai magistrati, vilipeso da' governanti, impoverito, invecchiato in pochissimi anni, morì (916) di malattia o di veleno.[249] Così cadde dopo un secolo la dinastia d'Aghlab.

Finì con vergogna non minore la dominazione degli Arabi in Affrica. La municipalità di Kairewân, sbrigatasi da quella molesta virtù d'Ibrahim-ibn-abi-Aghlab, mandava in fretta oratori allo Sciita poc'anzi scomunicato con tanta rabbia dai giuristi; il quale era entrato a Rakkâda (26 marzo 909) con sue miriadi di Berberi. Il vincitore accordò l'amân, distogliendo a gran fatica i capi di tribù di Kotâma dal promesso saccheggio di Kairewân. Nè solamente assicurò vita e sostanze al popolo della capitale, e a quanti altri si sottomettessero, ma anco alla parentela degli Aghlabiti e ai condottieri del giund. Prepose agli oficii pubblici molti capi kotamii e qualche giureconsulto arabo sciita; rinnovò i simboli della moneta, bandiere, atti pubblici, senza porvi nome di principe; mutò due parole nell'idsân, o diremmo appello alla preghiera;[250] del rimanente non molestò gli ortodossi; nè sparse altro sangue, che degli schiavi negri soldati di casa d'Aghlab. D'ogni parte dell'Affrica propria, gli Arabi sottometteansi ad uom sì civile che tenea in pugno trecentomila barbari. Non che i cittadini, piegavan la fronte i nobili del giund; non sentendosi forza di salvar sè stessi e i figliuoli dalla schiavitù;[251] onde credeano uscirne a buon patto se non perdean altro che la dominazione. E al solito avvenne che il giogo si aggravò quando l'ebbero assestato sul collo.

Perchè lo Sciita tra non guari risegnava il comando. Sembra che tanti anni innanzi, i capi kotamii iniziati a Ikgiân non avessero voluto mettere a rischio vita e sostanze senza sapere per chi; onde lo Sciita lor additava il custode del gran segreto in Selamia di Siria. Andativi i messaggi di Kotâma, trovarono Sa'îd-ibn-Hosein; il quale, richiesto di svelare il pontefice, rispose “son io,” aggiugnendo chiamarsi, per vero Obeid-Allah; e infilzava una genealogia fino ad Ismaele, e da questi ad Ali e Fatima, figliuola del Profeta. Indi l'appellazione di Fatemita che usurpò questa dinastia persiana, detta altrimenti Obeidita, dal nome del primo monarca. In sul trono non le mancaron poi dottori che provassero genuina la parentela con Ali; mentre i dottori di parte abbassida la negavano con pari asseveranza: gli argomenti pro e contro rimasero per mantener viva la lite, tra gli eruditi musulmani più moderni; e fin oggi dotti europei han creduto alla legittimità dei Fatemiti.[252] Ma Abu-Abd-Allah lo Sciita, vero fondator del califato d'Affrica, non mi par complice di quell'albero genealogico falsato per tiro del Gran Maestro.

Trapelando intanto il segreto, e sendo venuto Obeid-Allah in sospetto ai luogotenenti del califo in Siria, per quei misteriosi andamenti e visite di stranieri, fuggissi in Egitto col giovanetto Abu-l-Kasem, che dovea far la parte di Alida, s'ei nol potesse.[253] Apparve in questa fuga, mirabile effetto dell'affiliazione ismaeliana: quegli occhi d'Argo che spiavan sopra le spie del governo; quelle mani pronte e fedeli per ogni luogo; e la verga dell'oro che veniva a sciogliere tutti i nodi. Accortosi Obeid-Allah che gli Abbassidi lo cercassero in Egitto, lor tolse la traccia, passando a Tripoli d'Affrica e di lì a Segelmessa, città su le falde meridionali del Grande Atlante, in oggi decaduta e soggetta a Marocco, allora capitale del principato dei Beni-Midrâr, berberi, eretici di setta Sifrita e independenti degli Aghlabiti. S'appresentò come ricco mercatante che bramasse far soggiorno nel paese; entrò in grazia del regolo, per nome Eliseo; e si tenea sicuro, quando Ziadet-Allah diè avviso a quei di Segelmessa che il capo di cotesta setta sterminatrice dell'Affrica si ascondesse appo di lui. Perciò caddero i sospetti sul mercatante straniero; e fu sostenuto, interrogato, confrontato col figlio e coi famigliari e costoro torturati a frustate; ma tutti negavano e parlavano a un modo. Eliseo non s'appose al vero, finchè lo Sciita, trionfante a Rakkâda, non gli domandava con lusinghe e promesse, la liberazione d'Obeid-Allah. Ricusò; gittò le lettere in faccia agli ambasciatori; e li fe' mettere a morte. Lo Sciita, dicon le croniche, tremando per Obeid-Allah, dissimulava l'insulto; tornava a pregare; e di nuovo gli furono uccisi i messaggi. Allor con gran furore mosse di Rakkâda (maggio 909) sopra Segelmessa.

E forse in suo segreto il men che bramasse era di liberare Obeid-Allah. Fin dai principii della ribellione d'Affrica, lo Sciita, per lealtà alla verace schiatta d'Ali o ambizione propria, par si fosse studiato a tener lungi dallo esercito l'impostore di Selamîa. Ma nol potea disdire apertamente, avendo amici e nemici tra i capi di Kotâma, padroni dell'esercito, abboccatisi con Obeid-Allah in Oriente, entrati in quell'orditura di spionaggio, menzogne e superstizioni, nella quale era avvolto lo stesso Sciita, e le fila, maestre teneale in mano Obeid-Allah. Con ciò le moltitudini cominciavano a ripetere il nome del pontefice nascoso; a saperlo in pericolo; nè forza umana le avrebbe ritenuto. Lo Sciita, non osando dunque spezzare l'idolo fabbricato con le proprie mani, gli si prostrò il primo; differì i disegni; sperò che i meriti avrebbero cancellato le offese; che il novello principe non avrebbe potuto far senza di lui: e quando s'accorse dell'errore, mormorò, cospirò, e fu spento.

Ed ora cavalcando alla testa dell'esercito vittorioso, vedea le altre nazioni berbere sottomettersi di queto o sgombrargli il passo; giugnea a Segelmessa; rompea le genti d'Eliseo, uscite a combatterlo; ed occupava la città. Ansiosamente corre alla prigione di Obeid-Allah, coi capi kotamii; i quali, a vederlo salvo, proruppero in lagrime di gioia. Lo condussero al campo (20 agosto 909) con riverenza che puzzava d'adorazione: Obeid-Allah e il figliuolo soli à cavallo, ogni altro a piè; e primo lo Sciita, che andava gridando “Ecco il mio e il vostro Signore!” Si rinnovò tal rito a Rakkâda (gennaio 910), quand'ei fe' la entrata trionfale coll'esercito; uscitogli all'incontro il popolo di Kairewân co' soliti plausi; nè mancarono poeti che lo rassomigliassero alla divinità. Prese titolo di Comandator dei credenti e soprannome di Mehdi, ch'è a dire “Guidato da Dio;” e così fu ricordato ogni venerdì nella khotba. Oltre lo stato di Segelmessa, lo Sciita gli avea conquistato poc'anzi quel di Taiort, independente dagli Aghlabiti: onde l'impero Fatemita fin dal principio si estese a tutta l'Affrica settentrionale, eccetto le estreme province di ponente, tenute dagli Edrisiti.[254]

Fornite le cerimonie, il Mehdi diè opera a fabbricar le fondamenta del nuovo impero. Alla tolleranza religiosa d'Abu-Abd-Allah era già succeduto il fanatismo del fratello preposto all'Affrica propria durante la guerra di Segelmessa; il quale perseguitò molti ortodossi. Ed or il Mehdi faceva osservare più rigorosamente le pratiche sciite nei punti di disciplina ecclesiastica o diritto civile in che differivano dalle sunnite: le parole mutate nell'appello; un digiuno sostituito a una preghiera; maledire i compagni del Profeta fuorchè Ali; permettere altre forme di divorzio; dar più larga parte alle figliuole nei retaggi; e somiglianti novazioni, qual ridicola e qual seria, odiosissime tutte agli Arabi d'Affrica.[255] Con peggior consiglio ei tentò d'incorporar lo Stato alla setta. Ai capi berberi di Kotâma richiese il giuramento di fedeltà “per la Verità di chi intenda i misteri:” al qual gergo ismaeliano erano avvezzi, e passò. Ma la schiatta arabica vide con orrore seder pro tribunali a Rakkâda una mano di dâ'î preseduti dallo Scerif, più alto dignitario, i quali, chiamavano i cittadini per affiliarli alla setta con lusinghe, poi con minacce; e mandavano in carcere i ricusanti; e quattromila ne furono uccisi, per comando del principe o brutalità dei satelliti kotamii. Contuttociò i proseliti arabi si contarono a dito. Il Mehdi, necessitato alfine a smetter la violenza, riempì le logge ismaeliane come potea.[256] Fallì lo scopo d'imbeccare alle moltitudini quella sua ipostasi, onde avrebbe regnato con doppio comando, di re e d'Iddio. Trapiantata poi la sede in Egitto, i successori rincalzarono la propaganda: il più pazzo, il più codardo, il più crudele tra i Fatemiti, l'empio Hakem-biamr-illah, arrivò per tal modo agli onori divini; e i Drusi l'adoran tuttavia.

Ma il Mehdi, non potendo soggiogar le coscienze, assestò ogni altra cosa da uom di Stato. Prodigò facoltadi, carezze, oficii militari e civili ai Kotamii più che non avesse fatto lo Sciita; e pur non si abbandonò tutto alle milizie loro, ordinò un esercito stanziale di liberti e schiavi, parte di schiatta greca e italiana,[257] e parte negri. Pose diligenza e regola nell'amministrazione delle entrate pubbliche; onde fe' sentir meno il peso ed ebbe abilità di aggravarlo senza romore.[258] S'impossessò non solo dei beni degli Aghlabiti,[259] ma sì dei lasciti pii e dei patrimonii pubblici d'alcune città;[260] tolse le armi serbate nelle torri della costiera; abbattè i palagi fortificati degli Aghlabiti; cancellò per le castella e moschee i nomi dei principi fondatori, e scolpivvi il suo.[261] Oltre le novazioni che accentravano l'autorità, il Mehdi come i predecessori sedette nel Tribunal dei soprusi, e trattò dassè le faccende pubbliche.[262]