[639.] Ibn-Khallikan, Vita di Giawher, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg.; Quatremère, op. cit., p. 37 seg.
[640.] Quatremère, op. cit., p. 22, seg., che cita Makrizi.
[641.] Quatremère, op. cit, p. 134, 135, anche da Makrizi.
[642.] Khodhâ'i, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 761, fog. 116 recto; Ibn-el-Athîr, anno 338, MS. C, tomo V, fog. 7 recto; Ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg. e il Baiân, testo, tomo I, pag. 229, dicono espressamente Giawher Rumi, che significa, come ognun sa, di schiatta greca o latina. Nella moschea el-Azhar al Cairo, fondata da Giawher il 361 (971) è, o era, una iscrizione trascritta da Makrizi e posta probabilmente dal conquistatore medesimo, il quale non vi s'intitola altrimenti che “Giawher il segretario siciliano.” Perchè si legge chiaramente Sikîlli nei quattro MSS. di Parigi, ch'io ho citato nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 669, 670, e lo stesso nella recente edizione di Bulak in Egitto che ho notato nelle aggiunte. Però non posso accettare la conghiettura di M. Quatremère, op. cit., p. 75, il quale tradusse “Esclavon;” leggendo Saklabi, perchè tanti Slavi si trovavano negli eserciti fatemiti. Ho avvertito altrove che questa voce in scrittura arabica si confonde facilmente con Sikîlli, ma nel presente caso non è luogo a dubbio; perchè un Rumi poteva ben essere Siciliano, e non mai Slavo.
[643.] Khodhâ'i e Baiân, ll. cc.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 8 recto.
[644.] Si confrontino Ibn-Khallikan, l. c, e gli altri autori arabi citati da M. Quatremère, op. cit., pag. 9 ad 11, e 35. Il capitolo d'Ibn-el-Athîr su le imprese di Giawher fino all'Oceano è stato pubblicato da M. Tornberg in nota agli Annales Regum Mauritaniæ, (Kartâs), tomo II, p. 382. Abulfeda, Geografia, versione di M. Reinaud, tomo II, pag. 204, indica precisamente la linea di operazione disegnata da Moezz.
[645.] Confrontinsi: Ibn-Khallikan, l. c, e le autorità date da M. Quatremère, op. cit., p. 40 seg.
[646.] Il testo ha qui la voce milla, “credenza religiosa.”
[647.] Ibn-Hammâd, MS. di M. Charbonneau, fog. 8 verso e 9 recto. Quest'atto è segnato di scia'bân 358 da “Giawher segretario, schiavo del principe dei Credenti ec.” E l'amân è accordato a tutto il popolo del Rîf e del Sa'îd, ossia basso ed alto Egitto. Credo che il testo risponda a quello che M. Quatremère ha tolto dal MS. Leyde del Nowairi e datone il principio nell'op. cit., p. 41 a 43; quantunque manchino nella versione i patti importanti di cui io fo parola. Da questi si vede che i Fatemiti non vietavano affatto il rito sunnita, e che si limitavano ad innovare la formola dell'appello alle preghiere, sì come ho notato in questo volume, p. 131, 136, lib. III, cap. VI.
[648.] Ibn-Hammâd, fog. 8 verso; Quatremère, op. cit., p. 51, 56.