[1324.] Di quest'opera, che citano Ibn-Khallikân, ibid., ed Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 263, nº 8338, abbiamo due MSS. in Europa, l'uno a Leyde (22 Golius, catalogo del Dozy, tomo I, p. 121, nº CCXXXVII), e l'altro al British Museum, (nº 9661, Catalogo CCXXXIX E). Io ho percorso il MS. di Londra. In principio, chè non notai il numero del foglio, Ibn-Rescîk dice che la ragione poetica dei Iunân (Greci antichi), era fondata tutta “su gli obbietti morali o fisici; poichè i Greci non pensarono mai a ciò che fa il principale vanto dei poeti arabi;” con che vuol significare gli scherzi di parole, gli enigmi, le tumide metafore ec. Non ho tradotto letteralmente, perchè non son certo della lezione di alcune voci. Il MS., in parte è di moderna e pessima scrittura africana, e in parte di buon neskbi del 644 dell'egira.
[1325.] Hagi-Khalfa, l. c.
[1326.] Questi due versi sono dati da Ibn-Scebbât, a proposito della supposta etimologia della voce Sicilia, e da Soiuti, nella biografia del Siciliano Ibn-Abd-el-Berr, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212 e 672.
“Sorella di 'Adîna in un nome del quale non partecipò altro paese (del mondo), e cerca (se ne trovi),
“Nome cui Dio illustrò, accennandovi in forma di giuramento; — segui (dunque o principe) gli avvisi dei dotti; e, se nol vuoi, va pure a tentoni.”
Soiuti aggiugne che le parole “cui Dio illustrò ec.” si riferiscano a quel verso del Corano (Sura XCV, vers. I), “(Giuro) per l'olivo e pel fico” deve, al dir di alcuni comentatori, quei due alberi sono nominati per eccellenza tra tutti i vegetabili; e secondo altri il primo allude a Gerusalemme, e il secondo a Damasco.
Quanto a 'Adîna, parmi si debba intendere Atene. Egli è vero che gli eruditi arabi sogliono scrivere altrimenti questo nome; egli è vero che la prima lettera del nostro testo, cioè l'ain, sia esclusivamente semitica e non soglia adoperarsi dagli Arabi nelle voci straniere. Ma la geografia arabica non offre altro nome che soddisfaccia al caso; ed Atene vi si adatta appuntino: nome dato ad onore di Minerva che recò l'olivo, onde quest'albero, in greco, si dice anco Αθηναις.
Debbo qui avvertire che nel tradurre î due versi ho seguito la felice interpretazione del professore Fleischer e la correzione sua al testo della Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212. Non così la lezione “Medina” ch'egli propone in vece di 'Adîna; parendomi che le condizioni supposte dal poeta non convengano punto all'antica Jathrib, poi detta Medinet-en-Nebi, ossia la città del Profeta.
[1327.] Græce Sîcalea quod latine est ficum el olivam, leggesi nell'Anonymi Chronicon Siculum, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 121, e in Bartolomeo de Neocastro, op. cit., l, 115. Questa etimologia di Σικελία da συκῆ ed ἐλαία, non si trova negli scrittori greci nè anco dei bassi tempi. Mostra grande ignoranza non solo della storia ma anche della lingua confondendo il ι e l'υ l'ή e l'ε, come l'orecchio le rendea simili a chi non le avesse mai lette nei libri. E però si può supporre trovato dei liberti siciliani che sapessero dall'infanzia il greco volgare e non avessero studiato profondamente altra letteratura che l'arabica.
[1328.] Si confrontino: Ibn-Scebbat, di Dsehebi e Soiuti, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212, 648, e 671, 672. L'ultimo cita a proposito della detta etimologia un passo di Ibn-abd-el-Berr, non sappiamo di quale opera, trascritto da Ibn-Dehia, autore spagnuolo (1153-1235) nelle storie del poeti Maghrebini intitolata il Matreb. Il primo dà l'etimologia sul Tethkîf-el-lisân, opera d'Ibn-Kattâ', che naturalmente l'avea tolta dal maestro Ibn-Abd el-Berr. Il nome d'Ibn-Menkût, data dal solo Dsehebi, è scritto Medkûd; su di che si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 420 del volume.