Ma come i trofei erano recati in Palermo, uscito all'incontro l'emiro Hasan, fu commosso, dice Ibn-Khaldûn, di tanta e sì improvvisa gioia che gli scoppiò una febbre maligna; della quale morì, del mese di novembre, a cinquantatrè anni.[608] Tacciono tal drammatica infermità gli altri annalisti: onde potè per avventura immaginarsela quell'ardito e primo scrittor della Scienza Nuova,[609] cercando sempre dentro la storia medesima la cagione del fatto la quale spesse volte si trova fuori. Fu pianto da tutti Hasan, valoroso, savio, fondator d'una dinastia e però maculato dei vizii del mestiere, che poi spariscono nel baglior d'una corona.

I martiri di Rametta intanto bevvero infino all'ultima stilla il calice amaro che la fortuna porgeva insieme con lor santa corona. Tennero il fermo dopo la sconfitta dei Greci; ma lo stremo delle vittuaglie li sforzò a mandar via le bocche inutili: mille della povera gente, com'e' sembra, tra vecchi, donne e fanciulli. Ibn-'Ammâr, in vece di rispingerli nella fortezza e affrettar la dedizione di quella, li accolse e mandò in Palermo; ma fu crudo coi rimagnenti. Fatti pelle ed ossa, tuttavia combattevano, entrato già il novecensessantacinque; quando un giorno Ibn-'Ammâr apparecchia le scale, dà l'assalto, lo protrae fino a notte; e allora una mano dei suoi salì su le agognate mura di Rametta. Passati a fil di spada gli uomini; menate in cattività le donne, i fanciulli; saccheggiata la città, e fattovi grande bottino. Partendosi dopo un anno e mezzo da' selvaggi luoghi illustrati con tanto sangue, Ibn-'Ammâr lasciò nella rôcca presidio e abitatori musulmani.[610]

In questo mezzo Ahmed guadagnava una battaglia navale. Saputa la rotta di Manuele mentr'ei si affrettava marciando sopra Rametta,[611] tirò dritto, com'ei pare, a Messina[612] per cavar la voglia d'un novello sbarco ai Bizantini che s'eran messi in salvo a Reggio. Seguiron poi in Sicilia tanti altri scontri,[613] non sappiamo i luoghi; e d'un solo il nome del capitan bizantino, il maestro Essaconte, il quale fu sconfitto con grande strage.[614] Donde è manifesto che i Musulmani ripigliavano ad una ad una le terre occupate; mentre il navilio greco pigramente stava lì a Reggio per raccorre i presidii. Ahmed si pose alla vedetta a Messina con quante forze potè. Quando l'armata nemica sciolse le vele per Costantinopoli, risolutamente ei l'assalì; con tanta disparità di preparamenti navali, che i Musulmani gittaronsi talvolta a nuoto per appiccare il fuoco ai legni nemici.[615] Aspro e lungo indi il combattimento, che ne rosseggiò il mar di sangue, scrivono gli Arabi[616] in metafora, e può passare. Compiuta fu lor vittoria nella battaglia dello Stretto, come la chiamarono. Affondate, arse o prese tutte le navi bizantine; fatto grandissimo numero di prigioni, con cento patrizii e mille altri nobili, se la non è metafora aritmetica d'Ibn-Khaldûn. Il bottino e i prigioni erano recati in Palermo.[617] Tra gli altri l'eunuco ammiraglio, il quale fu mandato a Moezz, e dimorò due anni a Mehdia[618] in comoda prigione, ingannando il tempo a copiar le omelie di San Basilio e qualche altro pio testo greco, in più di dugento fogli di pergamena: bel volume ch'è adesso nella Biblioteca di Parigi, soscritto con data e nome e titoli e donazione a una chiesa di Costantinopoli, condotto dal principio alla fine con mano uguale e ferma, di buon calligrafo, rubriche ad oro e colori, larghi margini e puliti, colonne e righi tirati a squadra e compasso, che Temistocle e Archimede avrebbero potuto invidiare tant'arte a Niceta.[619] Ahmed, toltosi costui dinanzi, spingea le gualdane contro le città greche, com'io credo, di Calabria; le quali, visto depredati i contadi e intercetti i commerci, altro partito non ebbero che di far la tregua, pagando tributo ai vincitori.[620] Questo fine sortì la impresa di Niceforo Foca.[621]

CAPITOLO IV.

Due anni dopo le raccontate vittorie, correndo il trecencinquantasei (16 dic. 966, 5 dic. 967) Moezz significò all'emir di Sicilia la pace fermata con l'Impero, e gli ingiunse di riattare, meglio oggi che domani, dicea lo scritto, le mura e fortificazioni di Palermo; ordinare in ogni iklîm dell'isola una munita città che avesse moschea giami' e pulpito; e ridurvi la gente dell'iklîm, vietandole di soggiornare sparsa pei villaggi. Ahmed fece metter mano immantinenti ai lavori in Palermo, e mandò per tutta l'isola sceikhi preposti ad inurbare le province. Tanto e non più una cronica musulmana.[622] Ed Ibn-Haukal, venuto in Palermo sei anni appresso, ammirava le forti muraglie del Cassaro e della Khâlesa; e intendea come delle nove porte del Cassaro tre fossero state innalzate da Ahmed, una delle quali tramutata da debole a difendevol sito.[623] Delle città ristorate oltre la capitale nulla sappiam di certo.[624] Ma più monta indagare l'ordine militare ed amministrativo accennati sì laconicamente dal cronista. Ed a ciò ne proveremo; e direm poi della pace.

La prima cosa è da vedere che valga qui iklîm; la qual voce gli Arabi tolsero del greco, al par di noi;[625] le serbarono il significato che aveva in geografia fisica; e v'aggiunser quello di circoscrizione territoriale. Così la troviamo in Affrica nel decimo secolo,[626] in Sicilia nel duodecimo[627] e in Egitto nel decimoquarto;[628] dinotando per lo più quel tratto mezzano di paese ch'oggi chiameremmo distretto, o cantone: nè altro vuol dire al certo in questo rescritto di Moezz. La moschea giami' e il pulpito non portano a supporre più vasto l'iklîm; ma solo che il capoluogo fosse città importante, da farvisi la prece pubblica del venerdì.

Ma la gente[629] che si dovea dai villaggi ridurre nei capoluoghi, non poteva essere l'universale degli abitatori: cristiani o musulmani; liberi, dsimmi o schiavi; nobili e plebei. Poco men assurdo sarebbe a intender tutti i Musulmani, non esclusi i contadini, chè al certo ve n'erano in Val di Mazara; e quanto agli artefici e mercatanti, non occorrea comando del principe perchè soggiornassero nelle città. Però trattavasi della sola milizia, dei nobili cioè con lor lunghe parentele; e chi altro era tenuto gente nel medio evo, fosse in Cristianità o in terra d'islâm? Ignoriam noi se nel Val di Mazara, conquistato ormai da un secolo, le milizie fossero pagate dall'erario in moneta sonante, ovvero con iktâ', o vogliam dire delegazioni, sul kharâg di un dato territorio, che riscuotessero con lor proprie mani,[630] stanziando qua e là nelle ville. Ma ciò seguiva necessariamente in Val Demone e Val di Noto, per la fresca mutazione del tributo dei municipii, in gezîa degli individui e kharâg dei poderi; mancando il tempo di stendere i ruoli e i catasti, secondo i quali l'azienda pubblica riscuotesse il danaro o il frumento del kharâg. E però non si eran fatti nè anco iktâ' in buona forma; ma nulla toglie che le milizie, con partaggio provvisionale e tumultuario assentito o non assentito dall'emir Ahmed, avessero diviso tra loro alla grossa le entrate mal note delle nuove province, e si fossero sparse nelle campagne, esattori a libito e pagatori di sè medesimi. La qual rapina permanente rovinava i sudditi cristiani, snervava lo Stato musulmano, per le sciupate rendite presenti, la inaridita sorgente di quelle avvenire e la sciolta disciplina militare. A cotesti danni volle ovviare Moezz, forse in Val di Mazara, di certo nella Sicilia orientale, con l'ordinamento novello; per lo quale par fosse affidata a magistrati civili la riscossione, e deputati gli stessi o altri oficiali in ciascun capoluogo a vegliare i governati, e significar loro la parola del principe; il che si facea d'ordinario nella khotba, e però dal pulpito, nella moschea giami'.[631] Quali fossero allora i nomi e limiti degli iklîm di Sicilia, e se mere circoscrizioni militari, o anco di azienda, nessun ricordo di quel tempo cel dice; nè vi si può supplire con induzioni. Sol dobbiamo supporre che gli iklîm fossero stati adattati ai corpi del giund, non questi a quelli: perocchè, eccettuati gli stanziali, le altre milizie facean corpo secondo le parentele, nè agevolmente si potea dividere un corpo, nè tranquillamente tenerne insieme due o più di schiatte diverse. Da questo e dalla diversità delle entrate pubbliche sopra territorii uguali in superficie,[632] nascea la disuguaglianza grandissima di estensione degli iklîm, che si nota in varii Stati musulmani; e che durava in Sicilia infino al duodecimo secolo.[633]

La pace parve tempo opportuno a tale riforma d'amministrazione militare; o forse nelle pratiche della pace l'avea chiesta il governo bizantino, per temperare coi consigli i mali dei Cristiani di Sicilia, che non avea saputo prevenire con le armi e che non poteva ignorare, nè farne le viste coi frati e il clero di Sicilia. I quali consigli, utili anco al principe musulmano, più gratamente doveano essere ascoltati nella stretta amistà che allor nacque tra le corti di Costantinopoli e di Mehdia da comuni interessi. L'uno era il sospetto di Otone di Sassonia, il quale volle regnare in Italia quanto Carlomagno e più: ubbidito ormai senza contrasto dalle Alpi al Tevere; coronato imperatore a Roma (962); padrone della città; fattosi giudice a gastigare o vendicare i papi, ed arbitro di eleggerli e deporli; e si voltava già ai favori del principe di Benevento e contro Niceforo; assaltava (968) la Calabria, e minacciava però la Sicilia.[634] Ma in Oriente stringea Moezz a Niceforo, passione più gagliarda, la brama di spogliare altrui. Il califato abbassida, mutilo da più tempo delle estreme province, comandava or appena, e di nome solo, a Bagdad e in breve cerchio. I Buidi o Boweidi teneano la Persia; la casa di Hamdân la Mesopotamia; la dinastia d'Ikhscid la Siria e l'Egitto; i Karmati l'Arabia, donde terribili irrompeano fuori. Lo stesso nome di califo rimanea per ipocrisia o compassione dei vicini usurpatori, dei ministri o capitani di ventura avvicendatisi nella signoria della capitale, i quali vendettero gli oficii pubblici in faccia ai successori di Omar e di Harûn Rascîd, saccheggiarono la reggia, messer loro le mani addosso, lor fecero stentare la vita con una pensioncella; mentre i mercenarii turchi o deilemiti e la plebe ad ogni piè sospinto insanguinavano le strade di Bagdad. Tra tanta rovina del califato, Niceforo Foca (962-7) trionfando nell'Asia Minore, s'era innoltrato due volte in Siria; avea preso Aleppo, Laodicea e molti altri luoghi, e assediato Antiochia, che fu indi espugnata da' suoi.[635] Venuto così Niceforo alle mani con gli Ikhsciditi, nemici immediati di Moezz, probabil è che si trattasse tra l'uno e l'altro di operare d'accordo.

Tanto più che Moezz ebbe con un ambasciatore bizantino quella famigliarità che sovente nasce tra svegliati ingegni. Costui chiamossi Niccolò, mandatogli più volte da Costantinopoli a Mehdia ed al Cairo;[636] forse il medesimo che stipulò la detta pace del novecensessantasette, recati a Moezz splendidi doni di Niceforo, e avutone per riscatto o in cortesia l'eunuco Niceta.[637] L'ambasciatore, sostato per viaggio in Sicilia, andava misurando la possanza fatemita: accolto onorevolmente dal governatore dell'isola, e notato il bell'aspetto dell'esercito; viste poscia a Susa le grosse schiere che v'erano apparecchiate. Ma a Mehdia il greco si facea strada a stento nella calca dei soldati, famigliari e cortigiani, finchè, entrato nella reggia, uno splendore lo abbagliò: e condotto a Moezz che sedea maestosamente sul trono, gli parve proprio il Creatore del mondo, non uomo mortale; che se si fosse vantato di salir su in cielo gli avrebbe risposto: “è incredibile, ma tu lo farai.” Tanto si dice che confessasse Niccolò, pochi anni dopo, al principe medesimo, il quale, chiamatolo in segreto nella reggia del Cairo, gli avea domandato: “Ti sovviene del tal dì ch'io ti prediceva in Mehdia saresti venuto a salutarmi re in Egitto?” — “È vero,” rispose; e Moezz: “Ci ritroveremo adesso a Bagdad; tu ambasciatore, ed io califo.” Ma il Greco stiè zitto; e, sforzato da Moezz, gli fe' quel racconto della luce sfolgorante di Mehdia e che adesso vedea negra di tenebre la capitale, e ammorzata nella sua faccia quella terribile maestà; donde giudicava rovesciata e sinistra la fortuna. Moezz abbassò gli occhi tacendo; s'ammalò; e non guari dopo morì (975). Che che sia di cotesto dialogo, il quale non disconviene a due adetti d'astrologia del decimo secolo, si accetteranno i particolari della prima ambasceria che fanno all'argomento nostro: la condizione cioè dell'esercito siciliano; e che Moezz volentieri ragionasse di sue ambizioni orientali coi legati di Costantinopoli.[638]

Già le guerre di Niceforo e le irruzioni dei Karmati in Siria batteano la dinastia turca, fondata in Egitto da Ikhscid, capitano degli Abbassidi, il quale avea occupato la provincia commessagli e l'avea lasciata a' suoi. Venuto a morte (maggio 968) il loro liberto Kafûr che tenne con man ferma lo Stato, succedettegli di nome un Ahmed, nipote d'Ikhscid, fanciullo di undici anni, e di fatto un reggente e due ministri i quali si sfamarono in rapine e soprusi. Indi tumultuavano le soldatesche; i cittadini malcontenti prestavano orecchio alle pratiche di Moezz; e un sensale giudeo di Bagdad, che s'era fatto musulmano e straricco e strumento necessario dell'azienda d'Egitto, visto che i nuovi signori stendesser le mani a pelarlo, si rifuggì appo il Fatemita; gli svelò le condizioni del paese e le vie di insignorirsene. La pestilenza e la carestia che in quel tempo desolavan orribilmente l'Egitto, aiutarono al precipizio.[639]