Morto intanto Otone primo (973), Otone secondo, che meritò esser detto dai Romani il Sanguinario, ritentava l'impresa dell'Italia meridionale; parendogli quivi men salda che mai l'autorità dei fratelli della moglie, regnanti a Costantinopoli con poca riputazione e impedimento di nuove guerre. Allo scorcio dell'ottantuno, calato a Benevento dando voce del passaggio contro gli Infedeli, espugnata Salerno che gli ricusava l'omaggio e gli aiuti, Otone si apparecchiò al conquisto delle Calabrie.[755] Le quali, scrive Ditmar, uom sassone d'alto legnaggio, vescovo e contemporaneo, eran gravemente afflitte dai Greci e dai Saraceni.[756] Un altro cronista tedesco di quell'età, afferma che gli imperatori bizantini, non potendo stogliere Otone da cotesta impresa, condussero a soldo i Saraceni di Sicilia e altre isole, e fin d'Affrica e d'Egitto, per lanciarglieli addosso.[757] Gli annali musulmani, che maravigliosamente accordansi con Ditmar in molti particolari, notan solo che Abu-l-Kâsem bandì la guerra sacra, poichè il re dei Franchi movea contro la Sicilia.[758] Manifesto egli è dunque che i Bizantini e i Musulmani di Sicilia, rinnovandosi il comun pericolo, rifacessero la lega come al tempo di Niceforo e di Moezz.[759] Lo stratego di Calabria assoldò forse qualche compagnia musulmana, che stanziò in quelle parti e militò con essolui. Ma l'esercito siciliano non operò mai insieme coi Greci: che gli uni e gli altri combattessero contro Otone sul medesimo campo di battaglia, è falso supposto di moderni scrittori, i quali si fidarono alle compilazioni, mettendo da parte le croniche originali.
In primavera dell'ottantadue, Otone venne sopra Taranto, e in breve la espugnò, mal difesa dai Greci.[760] Nella poderosa oste militavano Sassoni, Bavari e altri Tedeschi, Italiani delle province di sopra e dei principati longobardi; condotti dai grandi vassalli dell'Impero laici ed ecclesiastici, dal fior della nobiltà di Germania e d'Italia.[761] Scarseggiando di forze navali, Otone s'acconciò coi protocarebi di due salandre, mandate fin dai tempi di Niceforo Foca a raccogliere le tasse di Calabria; i quali gli prometteano d'ardere il navilio musulmano: ch'era doppio tradimento, o quei tentennavano nella fede del signor loro, e si disponeano a seguir Otone vincitore, e vinto abbandonarlo. Erano navi, scrive Ditmar, di mirabile lunghezza e celerità, con doppia fila di remi e cencinquanta uomini ciascuna; armate di quel fuoco cui nulla spegne se non l'aceto. Due gualdane di Musulmani furon sopraffatte dall'esercito d'Otone;[762] una delle quali, o una terza che fosse, si difese in una città, credo io Rossano, poi si dette alla fuga.[763]
Abu-l-Kâsem, partito con l'esercito del mese di ramadhan trecentosettantuno (27 aprile a 26 maggio 982), saliva lungo la costiera orientale di Calabria, dove ebbe più certi avvisi delle forze del nemico accampato a Rossano.[764] Perchè non si fidando d'assalirlo, adunati i capitani che voleano andare innanzi, risolutamente ordinò la ritirata: e mandavala ad effetto con l'esercito e il navilio, quando i legni nemici che stavano alla vedetta, addandosene, mandarono spacci ad Otone che corresse sopra i Musulmani sbigottiti.[765] Ei lascia addietro gli impedimenti e col fior dei suoi fa tate diligenza che sopraggiugne i Siciliani il quindici luglio[766] su la marina di Stilo.[767] Vistili da lungi sparuti di numero, sclama che sono masnadieri, non soldati, e, incontanente comanda di dar dentro.[768] Abu-l-Kâsem, facendo alto, s'era già messo in ordine di battaglia.[769]
Dopo aspro menar di mani avvenne che uno squadrone imperiale caricando il centro de' Siciliani lo ruppe e volse in fuga. Trapassando nell'impeto fino alle bandiere difese da Abu-l-Kâsem con un forte nodo di nobili e prodi cavalieri, tennero il fermo; furon tutti mietuti e l'emiro ucciso d'un colpo al sommo della testa:[770] ma immolandosi strapparon la vittoria di mano all'imperatore tedesco. Chè a quel respitto li sbaragliati si rannodano, precipitano alla riscossa, scrive Ibn-el-Athîr, deliberati a morire; i vincitori, scrive Ditmar, dopo breve scontro sono soverchiati e tagliati a pezzi:[771] nè fa maraviglia tal subito scambio di sorti quando il centro de' Siciliani sconfitto rifacea testa più addietro, e le ali rimase intere si chiudevano su le spalle del nemico. Il rimanente dell'esercito otoniano si dileguò fuggendo. Lasciò sul campo quattromila morti e grande numero di ottimati prigioni.[772] Tra questi noverossi il vescovo di Vercelli mandato ad Alessandria d'Egitto e riscattatosi dopo lunghi anni, al par che tanti altri chierici e laici, i quali a poco a poco si vedean tornar in Germania.[773] Degli uccisi, le croniche italiane ricordano Landolfo principe di Capua, Atenolfo suo fratello e i nipoti Ingulfo, Vadiperto e Guido di Sessa;[774] le tedesche, Arrigo vescovo d'Augsburg, Wernher abate di Fulda, e molti altri prelati;[775] e dei gran baroni un Richar, un duca Odone, i conti Ditmar, Becelino, Gevehardo, Guntero, Bertoldo, Eccelino e un altro Becelino fratel suo, con Burchardo, Dedone, Corrado, Irmfrido, Arnoldo, e altri che Iddio solo conosce, scrive Ditmar, il quale vi perdè uno zio della madre.[776]
Otone il Sanguinario, fuggendo a briglia sciolta col cugino duca di Baviera, avvistò le due salandre greche presso la spiaggia, e si tenne salvo.[777] Ma arrestatoglisi il destriero, un giudeo suo fidato che lo seguiva gli grida: “Prendi il mio e dà pane ai miei figli s'io ci muoio,” onde Otone montato in sella[778] spinse il cavallo in mare; gridò e fe' cenno al nocchiero; e quei tirò dritto. Tornato a proda, trova il giudeo, Calonimo il suo nome, che l'attendeva ansioso di lui non di sè stesso: il cugino era ito, chè già si vedean venire a spron battuto i Musulmani. “E che farò?” sclamava Otone. “Ma sì ho ancora un amico!” e lanciossi di nuovo nell'onda col cavallo del giudeo.[779] Questi fu ucciso.[780] Ricettò l'imperatore l'altra salandra che passava, conoscendolo un ofiziale schiavone.[781] Fatto posare dal protocarebo sul proprio letto e interrogato, accertò sè essere Otone: lo pregò d'accostarsi a Rossano, tanto che prendesse seco la moglie e i tesori; ch'ei non voleva rimetter piè su l'infausta terra, ma andare a Costantinopoli, ove i pii imperatori renderebbero merito a chi avesse tolto a sicura morte il cognato. Il Greco assentì: navigando dì e notte giunsero a Rossano.[782] Otone mandava lo Schiavone a terra, e non guari dopo fu vista scendere alla marina la imperatrice con Thierry vescovo di Metz ed una fila di giumenti che recavano, come diceasi, il tesoro; a che il capitan greco gittò l'áncora. S'accosta con barchette il vescovo; monta su la nave egli e pochi; parla ad Otone; e questi, per accogliere onorevolmente la imperatrice, indossa abiti di gala, arriva passeggiando al bordo: e giù in mare d'un salto. Un della ciurma che lo volle ritenere, fu trafitto; gli altri ricacciati indietro dagli altri famigliari saliti con l'arme alle mani; e Otone intanto afferrava la spiaggia: talchè i Danai truffatori d'ogni gente furono burlati, conchiude soddisfatto Ditmar.[783] Nel cui racconto io non veggo nulla che rassomigli a favola. Altri recò il caso un po' diverso, come l'andava ritraendo la fama;[784] chi venne appresso v'aggiunse e tolse quanto gli parve;[785] falsarii moderni lo ricomposero a lor modo:[786] e in fine i critici nauseati sono stati lì lì per rigettar tutti gli episodii in un fascio.[787] I ricordi arabici convengono con Ditmar, sì nei primi accidenti della fuga e sì nel successo, dicendo che Otone si ridusse allo accampamento ov'era la moglie; e con lei tornossi a Roma.[788]
E veramente, soggiornato alquanto a Capua, passò nell'Italia di sopra, adunò del novecentottantatrè la dieta dell'Impero a Verona,[789] s'apprestò a far vendetta sopra la Sicilia, vantossi di gittare un ponte di barche su lo stretto di Messina,[790] e venne a morire a Roma (7 dic. 983); meno avventuroso d'Abu-I-Kâsem, ch'era caduto sul campo di battaglia. Dove la stirpe arabica pagò alla stirpe italiana l'affitto della Sicilia, coi buon colpi che sbarattarono un esercito germanico e fecer morire di rabbia e disagi l'imperatore, l'Otone, passeggiante ormai su l'estrema punta della penisola. E forse Salernitani, Romani, e Italiani d'altre province tratti a forza sotto l'insegna imperiale, benedissero le scimitarre orientali che loro balenavano dinanzi gli occhi. Prepotente forza delle necessità geografiche su le vicende delle nazioni, a vedere i Musulmani di Sicilia, guelfi innanzi tratto, guadagnare in Calabria una prima Legnano![791]
Rimasti i Siciliani signori del campo, assumea le veci d'emiro Giâber, figliuolo d'Abu-l-Kâsem; il quale immantinente fe' suonare a raccolta, non concedendo di continuare il bottino; nè pur di raccogliere le armi e attrezzi di guerra lasciati dal nemico da rifornirne gli arsenali di Sicilia. Non si ritrae se fu necessità, paura o gelosia d'affrettarsi a pigliar lo stato in Palermo; nè s'ei pensò a recar seco il cadavere del padre. Ma alle costui virtù rese merito il popolo, che chiamollo “Il Martire,” ed affidò alla storia questa epigrafe: Giusto, di specchiati costumi, tutto amore ai sudditi, affabile, elemosiniere, che non lasciò ai suoi figliuoli nè una moneta d'oro, nè una d'argento, nè un pezzetto di terreno, avendo legato ogni cosa ai poveri ed opere di carità.[792]
CAPITOLO VII.
Sì com'era incerta la elezione degli emiri tra il fatto e il dritto, così i cronisti variamente scrissero di Giâber, qual notando che i Musulmani di Sicilia lo esaltarono senza diploma del califo;[793] e qual che 'Azîz-billah, succeduto (975) a Moezz, in buona forma lo nominò.[794] Fu l'uno e l'altro di certo. Giâber, dato a voluttà, lasciò correre al peggio le cose pubbliche: donde i Siciliani il deposero,[795] o se ne richiamarono al Cairo, dove una gelosia di corte spianò loro la via. Perchè Ibn-Kellas, vizir del califo, si adombrava forte di Gia'far-ibn-Mohammed della famiglia dei Kelbiti di Sicilia, intimo di 'Azîz tanto e più che il padre Mohammed non l'era stato di Moezz.[796] Avendo pensato fin dalla morte d'Abu-l-Kâsem tôrsi d'addosso il rivale con splendido esilio, Ibn-Kellas persuase adesso 'Azîz a farlo emir di Sicilia[797] in luogo del cugino: e chi sa quanto rincalzò le querele dei Siciliani, e se nol fece domandar proprio da loro? Dicon gli annali arabi che Giâber dolentissimo lasciò, e Gia'far a malincuore prese l'oficio. Nondimeno, arrivato in Sicilia del trecentosettantatrè (14 giugno 983, 2 giugno 984), rassettò e fece prosperare il paese; lodato anco per amore degli studii e liberalità. Morto il quale del settantacinque (23 mag. 985, 11 mag. 986), succedettegli il fratello Abd-Allah, che seguì il bello esempio, e in breve anch'egli trapassò, del mese di ramadhan trecensettantanove (dic. 989); lasciato l'oficio d'emir al proprio figliuolo Abu-l-Fotûh-Iûsuf. Così espressamente il Nowairi e Ibn-abi-Dinâr; nè vi ripugna il dir degli altri compilatori. Aggiugne il Nowairi, che 'Azîz gli mandò poscia il rescritto d'investitura.[798]
Arrivò all'apice in questo tempo e repente rovinò la potenza dei Beni-abi-Hosein a corte del Cairo. Hasan-ibn-'Ammâr, il vincitor di Rametta, per riputazione propria nelle armi e di sua parentela appo la tribù di Kotama, si trovò sceikh, spontaneamente eletto, credo io, dei Kotamii stanziati in Egitto, ch'eran tuttavolta i pretoriani di casa fatemita: ed egli a un tempo lor patrono e fidato capitan del califo; tantochè 'Aziz, venendo a morte (ottobre 996), gli raccomandò il figliuolo Mansûr, soprannominato Hâkem-biamr-allah, fanciullo d'undici anni. Alla cui esaltazione, i condottieri kotamii lo sforzarono a dare il governo dello Stato a Ibn-'Ammâr, con oficio nuovo, che si chiamò il Wâsita, ossia Intermediario; e vi si aggiunse il titolo di Amîn-ed-dawla, che suona “Il Fidatissimo dell'impero.” Onoranza anche nuova a corte fatemita e di mal augurio; quando gli emîr-el-Omrâ che posero in tanto vitupero il califato abbassida s'addimandavano per simil forma La Colonna, La Pietra angolare, La Spada, e che so altro, dell'impero. E per poco i Beni-abi-Hosein non copiarono il rimanente: chè già il vecchio capitano mostrava fasto e superbia da re; nella corte, nella milizia stremava le spese per arricchire i Kutamii, e lor dava impunità d'ogni licenza e d'ogni misfatto. Un eunuco di corte presto lo sgarò, fondandosi in su gli stanziali turchi i quali spezzaron la boria ai Kotamii; onde Ibn-'Ammâr fu deposto dal comando (997), onorato e tenuto in disparte per pochi anni; finchè il pupillo, che andava assaporando il sangue, (1000) lo fece assassinare.[799]