Parve cosa degna di nota che nel breve predominio d'Ibn-'Ammâr ad un tempo reggessero, egli l'Egitto e il cugino Iûsuf la Sicilia:[800] sì com'oggi vedremmo con maraviglia, due stretti parenti, l'uno gran vizir a Costantinopoli, l'altro pascià d'Egitto. Pertanto a tutti era già manifesta la independenza della Sicilia; nè faceva specie che la corte fatemita, per procaccio, com'e' sembra, d'Ibn-'Ammâr, desse a Iûsuf il privilegio di Thiket-ed-dawla che suona “Fidanza dell'impero.”[801] Nè solamente si noverava la Sicilia tra gli stati musulmani di momento in sul Mediterraneo, ma gli altri cominciavano ad invidiar sua sorte. Alla fama in arme che le avean dato i primi tre emiri kelbiti, s'aggiunse la prosperità sotto i discendenti del kelbita cortigiano Mohammed, tra i quali segnalavasi questo Iûsuf. Leggiamo in una cronica che al suo tempo il popolo godè ogni ben che si potesse desiderare; il governo si condusse efficace e tranquillo; furono soggiogati parecchi paesi bizantini, e l'emiro mostrò quella magnanimità, liberalità e giustizia, che mancava in tanti altri principati musulmani.[802] Chi lodalo di fermezza insieme e di bontà in verso i sudditi;[803] chi d'aver superato tutti i predecessori in gloria e virtù.[804] La cultura sua e della corte ci torna dalle biografie dei poeti contemporanei.
E prima d'Ibn-Moweddib da Mehdia, cervello strano dato all'alchimia e alla pietra filosofale, uom di brutti costumi, cupido e taccagno, vago d'andare qua e là per lo mondo a buscar danaro con meschini versi; il quale, viaggiando alla volta d'un'isola adiacente alla Sicilia, era stato preso dai Bizantini e ritenuto in lunga cattività. Rimandato in Palermo con altri prigioni, quando Iûsuf fermò una tregua con l'Impero, Ibn-Moweddib ringraziavalo con un poemetto, e l'emiro lo regalava; ma non tenendosene soddisfatto, si messe a sparlare di Iûsuf sì apertamente, che fu ricerco dal bargello. Si nascose appo un conoscente, artigiano dell'arsenale. Ma uscito una sera ubbriaco per comperar nuov'esca da bere,[805] lo colsero; e il prefetto della città[806] condusselo immantinente a Iûsuf. Il quale lo rinfacciava: “Sciagurato, che è questo che sento dir di te!” E il poeta a lui: “Ciarle di spioni, che Iddio aiuti il signor emiro.” — “Ma ti sovviene,” riprese Iûsuf, “il nome di chi cantò: Ecco il valentuomo messo con le spalle al muro dai figli di male femmine?” — “Sì,” rispose Ibn-Moweddib, “il medesimo che fe' l'altro verso: L'inimicizia dei poeti, tristo chi se l'accatta!” Alla qual pronta citazione di Motenebbi,[807] l'emiro non gli disse altro; ma gli fece contare cento quartigli[808] d'oro, a condizione di andarsene tosto della città; “perchè temo,” aggiugnea, “che s'una volta gli ho perdonato, un'altra me la pagherebbe cara.”[809]
Già la fama attirava alla corte di Iûsuf non men belli ingegni e animi più alti, come Mohammed-ibn-'Abdûn nato a Susa d'illustre casa del Kairewân, pregiato tra i suoi per buona lingua e stile semplice e vigoroso. Il quale avendo cantato le lodi dell'emiro, sì gli piacque, ch'ei lo volle compagno del proprio figliuolo Gia'far dilettante di versi,[810] e questi gli si strinse di cara amistà. Tanto che volendo rimpatriare, Gia'far, succeduto nel governo al padre infermo,[811] gliel negò, ancorchè Mohammed lo chiedesse a lui ed al padre con rime piene d'affetto. Che anzi, invaghito tanto più di quel bello ingegno, Gia'far s'adontò che persistesse; gli vietò d'entrare in palagio; ed a rappattumarsi furon uopo novelli versi, e che il poeta li porgesse di furto mentre Gia'far stava a sollazzo in un casino.[812] Il quale sentendosi rassomigliare alla luna e che pari a quella si nascondesse a chi volea far ossequio, gli vennero le lagrime agli occhi e donò al poeta un tesoro.[813]
Quanto fosse pagata non so, ma valea molto a lor gusto, una Kasîda indirizzata a Iûsuf, innanzi il novecentonovantotto,[814] per la festa del Sagrifizio,[815] da un Abd-Allah della tribù di Tonûkh, detto Il figliuolo del cadi di Mîla, ond'ei pare oriundo d'Affrica. Il qual poemetto ci serbò Ibn-Khallikân, che lettolo per caso su la coperta d'un libro, lo trascrisse nelle Biografie degli uomini illustri, temendo non andasse perduto. Come richiedea la classica immutabilità della Kasîda, esordisce con lamenti amorosi, e visione di belle che sembrano allegoriche, nè schiudon le labbra se non a ricordare i riti del pellegrinaggio; talchè pervenghiamo per lungo giro alla festa del Sagrifizio, a Iûsuf e al figliuolo. La festa, sfarzosamente abbigliata, luccicante gli omeri del sottile drappo dell'Irâk, venía dopo un anno a visitare Thiket-ed-dawla, che l'ornava di collana e pendenti, e Gia'far accoglievala con lieti augurii. Ma quale gemma più lucente che l'uno e l'altro re, nobili rampolli della gente di Kodhâ'a?[816] E chi, dato fondo al proprio avere, sperando aiuto da Iûsuf, restò mai deluso? Quell'Iûsuf che corse l'arringo della gloria coi principi ed ei solo toccò la meta; il solo eroe che abbia potere di emendar il tristo secolo; il brando sguainato contro i nemici della Fede; il forte scudo dei Musulmani; la mente che vede ogni cosa e sa alternare mansuetudine e forza; il guerriero armato di due spade, che son la costanza e il fino acciaro. Ecco l'esercito inondar la terra nemica; le lance rodeinite[817] avventarsi come fieri serpi addosso ai fuggenti; i condottieri nemici tagliati a pezzi e spiccato da' busti capo insieme ed elmetto; nè cessa il martellar delle spade, perchè le armature che testè luccicavano all'alba sian gialle di polvere, anzi al polverio tutto s'oscuri il sole. Indarno sperano i miscredenti risarcire lor guasti; indarno s'apprestano a raccogliere le primizie dei campi, ch'ogni anno gli stuoli che tu mandi in guerra, battono lor monti e lor pianure, lasciando vestigio d'ignudi cadaveri capelluti e barbuti;[818] e chi scampa si riman soletto, senza la famiglia ch'è menata in cattività; e trova sì svaligiati suoi tempii, che gli è forza smettere l'idolatria. Salve, o Iûsuf, vigile scolta dell'islam nella notte di questa misera età. Lieta siati la festa; lunghissimi i tuoi giorni al ben fare, al regno, alla gloria; e perenne suoni il tuo nome dal pulpito.[819] Così il poeta metteva a un paro con le veraci virtù la sanguinosa intolleranza religiosa e lo strazio de' vicini: e fosse dileguato al tutto tal empio errore in religioni più mansuete e popoli più civili!
Pur la corte kelbita di Palermo avea fama in Italia di quella ch'era gentilezza secondo i tempi, come l'attesta un centone d'istoria e romanzo, scritto, un anno più o un anno meno, al mille di nostr'èra. L'attesta, dico, trasponendo nel passato, come sovente si fa, le idee presenti. L'autore, monaco a Roma o nei dintorni, narra i primi assalti dei Musulmani sopra la Terraferma d'Italia (842) in questo modo: che Florenti re palermitano, innamorato per fama della bella Gisa sirocchia del principe Romualdo, per rapirla adunava sciami infiniti di Saraceni d'Africa, Palermo e Babilonia; sbarcava ad Amalfi; aiutato dal perfido Radalgiso, assediava Benevento; finchè Romualdo gli uccise quarantamila uomini in una rotta, dalla quale Florenti a mala pena campò la vita.[820] La qual favola è documento non solo della possanza, ma sì della cultura dei Kelbiti allo scorcio del decimo secolo; poichè loro si attribuisce proprio un fatto di cavalleria.[821] Il cronista poi, partigiano d'Otone terzo, non dimenticò di riferire la fondazione della terribile colonia del Garigliano (883) alla medesima cagione alla quale si apponea la sconfitta d'Otone secondo (982), cioè che i Bizantini avesser mandato a Palermo ed Africa, offrendo il regno d'Italia ai Saraceni.[822]
Qual che fosse stato l'accordo tra l'impero d'Oriente e i Musulmani di Sicilia, finì con la vita d'Otone secondo. Perchè i Bizantini, vedendo sgombrare dopo la sanguinosa giornata i vincitori al par che i vinti, ripigliarono tranquillamente le Calabrie e con un po' di fatica la Puglia. Dominarono da Reggio al golfo di Policastro sul pendio occidentale d'Apennino, e sul pendio orientale da Reggio al Tronto: posta la sede del governo a Bari, e mandativi a lor usanza gli strateghi, i quali, verso il mille, cominciarono a prender titolo di Catapano.[823] Ma non mutossi la rapacità, corruzione e debolezza del reggimento bizantino. Dalla ritirata dunque d'Otone alla occupazione dei Normanni, quella provincia si travagliò tra insoffribile tirannide e impotenti sforzi a liberarsene; e talvolta v'ebbe chi per disperazione chiamò i Musulmani di Sicilia; i quali sempre da ausiliari o da nemici corsero il paese, eccetto brevi tregue, di che una sola è certa e l'anno nemmen si sa.[824] Lor fazioni non sono specificate dagli annalisti arabi; i latini le pongono con ignorante brevità, date dubbie, nomi guasti, e niuna connessione: come cicatrici di cui non si sa l'origine ma non si cancellano mai nella memoria delle genti. Ordineremo dunque gli sparsi cenni il manco male che si possa, principiando avanti e terminando dopo il regno di Iûsuf, perchè non son molti, e perchè non si abbiano ad interrompere nei capitoli seguenti i successi di Sicilia.
Saccheggiata del novecentottantasei Santa Ciriaca o Gerace;[825] l'anno appresso fatte altre scorrerie in Calabria; l'ottantotto, assediata, presa e desolata Cosenza,[826] assaliti altresì i villaggi presso Bari e riportatone uomini e donne prigioni in Sicilia.[827] Si trovò il novantuno l'oste musulmana a Taranto; dove sopraccorso un conte Atto con gente di Bari, cadde nella zuffa egli e parte de' suoi.[828] Tornavano il novantaquattro a quelle regioni; stringeano per tre mesi, espugnavano al quarto, Matera, che fu incendiata e avea patito tal fame nell'assedio, che si narra d'una donna cibatasi delle carni del figlio.[829] Dandosi intanto gli Italiani oppressi a cospirare contro i Bizantini, accadde d'ottobre del novantotto che Smagardo da Bari, accozzatosi con un condottiero Busito, che par suoni Abu-Sa'îd, giunse chetamente alla città; gli fu aperta una porta; ma il Musulmano, vistolo uscire da un'altra, si ritrasse temendo tradimento, o che fosse fallito il colpo;[830] talchè veramente fallì. Succeduta, com'e' sembra, la tregua per qualche anno, fors'anco durando la tregua col catapan bizantino, ch'indi suscitasse i Musulmani a molestare gli Stati independenti in sul Tirreno, a dì tre agosto del mille e due si mostrarono a Benevento con forze ch'è mestieri chiamar esercito, e presa la notte medesima la via di Capua, posero l'assedio alla città; poi corsero infino a Napoli, con qual successo lo ignoriamo, forse di metter grosse taglie e ritrarsi.[831] Di marzo mille e tre, innoltratisi dentro terra nel golfo di Taranto, assediavano senza frutto Montescaglioso.[832] Guerra, non incursione di predoni, fu l'altra che seguì il mille e quattro, capitanando i Musulmani il kâid Safi, rinnegato. Il quale in su l'entrar di maggio poneva il campo a Bari, vi chiudea Gregorio catapano della provincia; e avrebbe espugnata la capitale senza le armi dei Viniziani, pronti ad aiutar l'impero greco quando ne andava la sicurezza dell'Adriatico. Perchè Pietro Orseolo doge di Venezia, salpato con l'armata a dieci agosto, approdava a Bari il sei settembre in faccia ai nemici, che invano instrussero i cavalli su la costiera e fecero avvisaglie con lor navi. Rifornita Bari di vettovaglie, il doge ordinò ogni cosa per fare ad un tempo la sortita dal sobborgo e dar battaglia navale. E per tre dì fu combattuto ad armi bianche e dardi artifiziati con fuoco; finchè Safi vedendo averne la peggio, chetamente levò il campo la notte del ventidue settembre.[833]
Minori sembran le forze e meglio giudicata la vittoria, nella battaglia navale che si travagliò il sei agosto del mille e cinque a Reggio; dove i Pisani, emuli ormai di Venezia, ruppero i Musulmani.[834] D'agosto del mille e nove, spezzato il patto del capitano Sato, o cred'io Sa'îd, i Musulmani occupavano un'altra volta Cosenza.[835] Poi si legge che un Ismaele combatteva insieme coi Saraceni l'anno mille undici a Montepeloso; ch'era ucciso nella zuffa un Pasiano e che Ismaele entrava nel castel di Bari;[836] nel qual testo par si debba legger Melo in luogo d'Ismaele:[837] e sarebbe il nome, se fausto o male augurato non so, al certo venerabile e grande, del cittadin di Bari, il quale, levatosi come Smagardo contro la tirannide bizantina, comperò indi a poco le spade normanne. Che gli emiri kelbiti abbiano aiutato a cotesti movimenti di Puglia non può chiamarsi in dubbio: e se ci fossero ignote lor fazioni di guerra, basterebbe la cura che posero le croniche pugliesi a notare le mutazioni di signoria dei Musulmani dal mille quindici al mille e venti, tacendo al tutto quelle che precedettero e che seguirono.[838]
Per cagion della rivoluzione militare del millequindici onde furono menomate le forze dei Kelbiti, è da supporre venuti d'Affrica, non di Sicilia, i Musulmani i quali del mille e sedici posero a terra a Salerno; strinsero un pezzo la capitale con l'armata e con l'esercito; alfine furono costretti abbandonare l'impresa.[839] Altri narra che trovandosi per caso in Salerno quaranta gentiluomini normanni, reduci dal pellegrinaggio di Gerusalemme, sentendosi ribollire il sangue nelle vene alla vista degli Infedeli baldanzosi e dei terrazzani che tremanti s'apprestavano a pagar la taglia, chiedean armi e cavalli, prometteano liberare i Cristiani col ferro; e lor era creduto alle robuste persone e guerriero piglio ed aspetto: tantochè, assaliti alla sprovveduta i nemici, li sbaragliavano con grande strage. Il qual episodio parmi da accettare, sol che s'aggiungano al drappello straniero i cavalli e i fanti del principato salernitano, e che si tolga qualche zero alla cifra dei ventimila Saraceni che leggiamo in una compilazione. I pii guerrieri ricusavano ogni guiderdone, ripigliavano il viaggio ad onta di tutte promesse e preghiere: onde il principe di Salerno mandò secoloro un legato che conducesse a' suoi soldi campion più mondani, recando in Normandia la mostra del ben di Dio che si godeva in Italia: vestimenta di porpora, briglie di cavalli ricoperte a lamine d'oro, melarance, mandorle e noci confettate.[840] E gli stranieri corsero all'esca; ma divorarono insieme la man che la porgea.
Mentre le armi normanne cominciavano con piccoli auspicii a mostrarsi in Puglia, i ribelli avendo uopo di più forti aiuti, non restarono di chiamare i Musulmani di Sicilia. I quali del mille e venti, accozzatisi con un Rayca, pugliese, assediarono e presero Bisignano:[841] che sembra la prima impresa dell'emiro Akhal. Si legge poi che di giugno del milleventitrè un kâid Gia'far con Rayca pose il campo a Bari; donde partitosi il dì appresso, espugnò Palasciano:[842] nel qual testo il nome va corretto forse Abu-Gia'far e sarebbe il medesimo Akhal[843]. Delle altre scorrerie di costui, delle arsioni e guasti e saccheggi in Calabria, vagamente accennati negli annali arabici[844], ignoriamo i particolari, non avendo croniche cristiane di Calabria in questo tempo, ma sol qualche ricordo della Puglia. Tornò ad osteggiar la Puglia il milleventinove Gia'far, o Akhal, insieme con Rayca; assediò il castello d'Obbiano; e si ritrasse per accordo coi terrazzani che dessergli prigioni gli stranieri, com'ei pare, il presidio bizantino[845]. Stavano per cominciare in Sicilia i rivolgimenti che distrussero la dinastia kelbita e la dominazione musulmana, quando di giugno milletrentuno i Musulmani occupavan Cassano; e il tre luglio davano una rotta al catapano Potho.[846]