D'allora in poi non s'intende d'assalti loro in Terraferma, nè v'ha luogo a supporne, ove si consideri lo scompiglio dell'isola, la vittoria di Maniace, l'ingrossar dei venturieri normanni in Puglia e Calabria. I Musulmani che rimasero quivi fino al conquisto della Sicilia, erano rifuggiti o mercatanti. Tale al certo la popolazione infedele di Reggio, la quale il millesessanta s'accozzò coi Cristiani in una infelice fazione navale contro la patria, per isfogare odii di parte o mostrar fede ai novelli signori.[847] Qualche altro esule sventurato, qualche avventuriere di negozio o di scienza, stanziò in questo tempo a Salerno, come sarà detto a suo luogo. Ma il flagello che aveva afflitta per due secoli l'Italia dal Tevere al Faro, si trovò spezzato innanzi la metà dell'undecimo.
Le battiture del quale, furono al certo più spesse e crudeli che non ci sia venuto fatto di raccontarle su i ricordi, pochi e dispersi, di due secoli oscurissimi; delle quali notizie alcune si trovano senza data nè certezza di nomi topografici nelle agiografie; e però non ci si può fare assegnamento.[848] Migliore testimonianza danno i nomi che leggiam tuttavia su le carte geografiche in luoghi di cui non fan motto gli annali cristiani nè dello islam: i quali nomi, e tanti che ne ignoriamo, e tanti che si sono dileguati, ragion vuole derivino dai casi del nono e decimo secolo, anzi che del decimoterzo, quando le squadre musulmane di Federigo secondo e di Manfredi non faceano un passo che gli scrittori guelfi immantinenti non ne ritraessero l'orma. Nido dei Musulmani par sia stato nel nono secolo il Monte Saraceno, come si addimanda, su la costa meridionale del Gargano,[849] a settentrione del qual promontorio, tra Viesti e il lago di Varano, è anche una Punta Saracena. Un monte Saraceno s'innalza rimpetto al comune di San Bartolomeo di Capitanata su l'altra sponda del Fortore. Un altro in Calabria Citeriore, a ponente di Rocca imperiale. Nella stessa provincia s'addimanda Saracena un Comune posto a libeccio di Castrovillari a poche miglia; e sbocca nel Jonio, tra Amendolara e la foce del Crati, il fiumicello Seracino; presso al quale in sala marina è una Torre Saracina come la chiamano. Lo stesso nome di Torre Saracena si scorge nelle carte del secol decimottavo in Calabria Citeriore, tra Longobuco e Bocchigliero. Fino nello Stato papale a poche miglia a greco da Tivoli giace la terra di Saracinesco; a mezzogiorno della quale è l'altra detta Siciliano: nomi lasciati per avventura nei principii del decimo secolo dalle masnade del Garigliano, o alla fine dell'undecimo dai Musulmani di Sicilia, che menò seco Roberto Guiscardo, per liberare papa Ildebrando dai Romani e dai Tedeschi.
CAPITOLO VIII.
Dopo otto anni di prospero reggimento, Iûsuf, colpito d'emiplegía del lato sinistro, risegnò l'emirato al figliuolo Gia'far, al quale avea già procacciato in cancelleria d'Egitto il diploma di sostituzione:[850] e adesso a nome del califo Hâkem-biamr-Allah gli erano inviate le bandiere del comando, con prerogativa di Tâg-ed-dawla e Seif-el-milla, che suonan “Corona dell'Impero e Spada della Fede.”[851] Faccende di cancelleria, parendo che ormai i califi fatemiti non pretendessero esercitare autorità in Sicilia, nè eleggerne gli emiri, ma sol mantenere le cerimonie dell'investitura, come faceano in Affrica; dove ciò non togliea che gli emiri zîriti loro contendessero qualche città di frontiera con le ragioni e con la spada.[852] E veramente nella vita di Hâkem, di che sappiam tante minuzie, non si fa motto mai della Sicilia, nè del reggimento nè degli emiri di quella; se non che alcun Siciliano, nativo ovvero oriundo, comparisce nella storia politica e letteraria dell'Egitto, non altrimenti che gli stranieri, dell'Irâk, di Siria, d'Affrica. Di cotesti Siciliani diremo là dove cadrà in acconcio. Da un'altra mano la corte degli emiri in Palermo del tutto si ordinava come di principi independenti. Si veggono nel regno di Gia'far gli oficii di vizîr e di hâgib, ossia ministro e ciambellano; i quali mai non furono, nè il poteano, appo gli emiri di provincia. I poeti in loro apostrofe a Iûsuf e al figliuolo chiamavanli Malek, che suona re, titol nuovo nell'islamismo; e scrivean come se mai non fosse stato al mondo il califato d'Egitto.[853]
Gia'far ebbe dal padre, insieme col principato, ciò che si potea tramandare per liberale educazione: non le virtù dell'animo nè della mente. Fece mediocri versi; entrò nelle antologie degli Arabi in grazia d'un epigramma improvvisato in Egitto (1035), dove andò a finir comodamente la vita quando il cacciarono di Sicilia: volgare antitesi sopra due paggi che gli venner visti in abiti di dibâg[854] l'un rosso e l'altro nero; la qual freddura piacque assai in quell'Arcadia arabica dell'undecimo e duodecimo secolo.[855] Del rimanente, indole pigra, avara, crudele: nelle sue mani casa kelbita diè la volta al comun precipizio delle dinastie musulmane, nelle quali ad una o due generazioni di guerrieri succedettero per lo più i Sardanapali; come se il naturale intristir dei sangui regii s'affrettasse dentro le mura dell'harem, dove si sciupa il padre, e la fiacca prole alla sua volta vi lascia quel po' di spirito rimaso nella razza.
Dal martire Abu-l-Kâsem in poi, gli emiri siciliani aveano amato meglio i piaceri della reggia in Palermo che i combattimenti di Terraferma. Così il buon Iûsuf, così Gia'far; il quale par quel desso ch'edificò il castel di Maredolce tra le abbondanti acque e i lieti giardini che furon poi delizia dei re normanni.[856] I capitani, intanto, mandati in guerra, riportavano a casa, con qualche poco di bottino, la vergogna della ritirata a Bari (1004) e della sconfitta a Reggio (1005): il principe stracurato e i ministri procaccianti aprian la strada a domestiche ambizioni. Donde Ali, figliuolo di Iûsuf, congiurò contro il fratello coi Berberi e gli schiavi negri; coi quali negli ultimi di gennaio del mille e quindici, ridottosi in un luogo non lungi di Palermo, si chiarì ribelle. Gia'far gli mandava incontro senza indugio il giund e le milizie della capitale:[857] a dì trenta gennaio si venne alla zuffa, la quale finì con molto sangue dei sollevati, e il rimanente diessi alla fuga. Ali preso, menato al fratello; il quale comandò di metterlo a morte, non curando le lagrime del padre paralitico: talchè entro otto giorni il temerario giovane si giocò la testa e la perdette. Gia'far fe' trucidar dal primo all'ultimo gli schiavi ribellati, e i Berberi scacciò dall'isola con le famiglie loro, niuno eccettuato; i quali si ridussero in Affrica.[858]
Le croniche danno un insolito barlume su la ragione degli avvenimenti, aggiugnendo, che rimaso a Gia'far il solo giund siciliano e menomato l'esercito, i Siciliani imbaldanzirono contro i governanti.[859] Indi si vede essere stati i Negri squadre stanziali. I Berberi, avanzo delle colonie spopolate un tempo (940) da Khalîl-ibn-Ishak, o piuttosto delle soldatesche venute d'Affrica sotto i due primi emiri kelbiti, sembran anco milizia stanziale: squadre di giund che gli emiri tenessero appo di loro, pronte a servirli in casa e fuori, stipendiate con assegnazione temporanea di dhiâ, o vogliam dir poderi demaniali: picciola mano di gente, poichè tornò sì agevole di cacciarla via. L'attentato di Ali fu dunque cospirazione militare. Gia'far con le stragi e il bando volle vendicarsi e assicurarsi; ma non pensò che, rimanendo nelle forze di coloro che l'avean mantenuto sul trono, non potea maltrattarli senza pericolo.
A nulla forse ei pensava se non alle vanità e voluttà del principato; rimettendo ad altri la cura di trovar moneta che bastasse allo spendio. Per sua mala sorte s'avvenne in un segretario Hasan-ibn-Mohammed da Bâghâia in Affrica,[860] e fecelo vizîr. Ai cui consigli Gia'far comandava che in luogo dell'antica tassa invariabile d'un tanto ad aratata[861] su i terreni, si levasse il dieci per cento su i grani e le frutta; allegando l'usanza generale degli Stati musulmani.[862] I terreni, s'intenda, tassati a kharâg perpetuo: ed era arbitrario l'atto; non potendosi in giure musulmano mutar nè la quantità nè il modo di riscossione fermati al conquisto e diversi secondo i paesi, talchè la costumanza degli altri luoghi, molti o pochi, non potea far legge in Sicilia.[863] Che tal novazione aumentasse il peso, non occorre dimostrarlo, quando il ministro e l'emiro la vollero, e i possessori se ne mossero a far quel che fecero. Il vizîr aggravò il mal tolto trattando con modi villani e superbi i kâid e gli sceikhi, che è a dire i capi delle nobili famiglie militari e i notabili della cittadinanza. E l'emiro, al quale è naturale che se ne richiamassero, parlò ed operò leonino.[864]
Riposava sicuro, nella severità sua e sagacità del ministro, quando, il sei di moharrem del quattrocento dieci (13 maggio 1019), sollevatasi repente la capitale, nobili e plebei trassero al palagio; l'assalirono, abbatterono certi casamenti esteriori e facendosi notte intorniarono le mura come in assedio. Già già mancavan le forze ai pochi difensori; le turbe stavano per saltar dentro, quando si vide uscire in portantina il paralitico Iûsuf; e per carità e riverenza s'arrestarono a un tratto gli assalitori. Il quale si studiò a calmarli con parole e promessa di far quant'e' vorrebbono; e quelli al veder il povero vegliardo rifinito dagli acciacchi e dall'ansietà, ruppero in lagrime: quasi supplicando si rifecero a contargli tutte le angherie sostenute. Iûsuf rispondea farsi mallevadore del figliuolo, e ch'ei medesimo volea gastigarlo, e dargli lo scambio in persona di cui lor paresse. Domandarono l'altro figliuolo Ahmed, soprannominato Akhal;[865] e incontanente Iûsuf facea promulgare la deposizione di Gia'far, e la esaltazione di Ahmed. Domandarono Hasan di Bâghâia e il ciambellano Abu-Râfi'; i quali consegnati al popolo furono entrambi uccisi e condotta in giro per la città la testa del vizîr, ch'era più odiato, e arso il tronco, senza sepoltura. E ciascuno se ne tornò a casa.
Iûsuf intanto temendo non inviperissero peggio gustato il sangue, avea fatto imbarcare Gia'far sopra un legno che sciogliea per l'Egitto; e poco appresso in altra nave ei lo seguì. Moriron poscia entrambi in Egitto, dove avean recato secoloro in contanti seicento settantamila dinâr, che son circa dieci milioni di lire italiane. I cronisti arabi, lodando a lor uso la carità e liberalità, notano che Iûsuf possedeva in Sicilia tredici o quattordici mila giumente, senza contarvi gli altri animali da sella e da soma, e che venendo a morte non lasciò pure un ronzino.[866] Ma a considerar meglio i fatti, quello stupendo armento, per non dir nulla dei dieci milioni di moneta, prova la quantità dei poderi tenuti in demanio nei regni di Iûsuf e di Gia'far. È verosimile che costui, cacciati i Berberi ribelli del mille e quindici, abbia ritenuto i poderi, anzichè concederli in beneficio militare ai Siciliani; e che il dispetto di tal avarizia abbia fatto sentir più dura l'offesa dell'aggravata tassa prediale.