Mentre germogliavano in Sicilia così fatte discordie, crebbe in Affrica la dominazione zîrita; la cui potenza e le vicende interiori e il crollo che le diè una nuova irruzione di Arabi, a volta a volta si risentirono nell'isola. Bolukkîn con le armi di Sanhâgia, la riputazione di Moezz, e gli ordini dell'antica colonia arabica, occupò tanto o quanto il paese infino a Ceuta; raffrenò gli Omeiadi di Spagna che tenean parte della costiera; si spinse a mezzogiorno dell'Atlante; rintuzzò la rivale nazione di Zenata; ebbe dal califo Azîz le città su i confini dell'Egitto, negategli nella prima concessione: talchè, venendo a morte (984), era ubbidito più come principe che vicario da Tripoli a Fez. Succedettegli il figliuolo Mansûr, il quale mantenne con varia fortuna la potenza del padre; sottopose al giogo la tribù di Kotama.[867] E ch'ei si sentisse saldo in sol trono, lo mostran le parole: “Mio padre e l'avolo comandarono con la spada; quanto a me non adoprerò forza se non che i benefizii.” E l'altro detto: “Ho ereditato questo reame da' miei, nol tengo in virtù d'un rescritto, nè mel farà lasciare un rescritto.”[868]
Furon serbate contuttociò le apparenze; sì che esaltato, alla morte di Mansûr, il figliuolo Badîs (996), gli vennero del Cairo, a nome di Hakem, le vestimenta, il diploma[869] e il titolo di Nasr-ed-dawla, ch'è a dir “Sostegno dell'Impero.”[870] Ma a capo di tre anni, il governatore di Tripoli per Badîs, tradito il signor suo, offriva la città alla corte fatemita; e questa, come di furto, se la prendea, commettendola a Iânis il Siciliano, governatore di Barca, forse liberto di sangue cristiano. Appo il quale mandando Badîs a dolersi, rispose altero: e il principe d'Affrica, quasi il califo non ci entrasse e fosse la contesa tra lui e Iânis, gl'inviava di Mehdia con genti un Gia'far-ibn-Habîb; il quale pose il campo ad Agiâs tra Cabès e Tripoli. Mandò poi a dire a Iânis che di tre partiti scegliesse l'uno: rappresentarsi a Badîs; mostrare il diploma che avessegli affidato il governo di Tripoli; o disporsi alla battaglia. E Iânis gli scrivea: “Ch'io vada a corte del tuo signore, non ne parliamo. Esibir diploma non debbo, sondo io vicario del Principe, dei Credenti in provincia maggior di Tripoli. Dell'altro caso, che rimane, non darti briga: aspetta dove sei, chè ci vedrem presto.” Entrambi mossero; s'affrontarono tra gli uliveti di un villaggio detto Zânzûr. Dove Iânis fu rotto con molta strage l'anno trecentonovanta (12 dic. 999 — 30 novembre 1000); e fatto prigione, pregò il recassero a Gia'far, ma gliene portaron la sola testa. Li sbaragliati s'afforzarono a Tripoli[871] la quale debolmente aiutata dal siciliano Zeidân, com'altri legge, lo schiavone Reidân,[872] che reggeva allora la corte del Cairo, tornò in potere di Badîs, dopo lunghe vicende che a noi non occorre di raccontare.[873]
Fortunosa età per la schiatta berbera, la quale dopo due secoli si sciogliea, senza ferir colpo, dalla dominazione degli Arabi, serbando gli elementi di civiltà di quegli stranieri: religione, leggi, scienze, lettere, industrie, ed una popolazione cittadinesca data a cotesti esercizii, impotente ormai per numero e tenor di vita a ripigliare il comando. Gli aborigeni del continente affricano dal Mediterraneo al Tropico, non erano mai stati sì padroni in casa loro, dacchè Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi occuparono l'un dopo l'altro la regione settentrionale. Ma il veleno della discordia c'hanno nel sangue, sempre lor tolse di cacciare gli stranieri; e quando rimaser soli, non fe' allignar tra loro nè fratellanza, nè amistà, nè almeno persuasione di dover vivere insieme; ed ha negato all'universale infino a questi dì nostri l'incivilimento al quale gli individui parrebbero maravigliosamente disposti. Senza dir dell'antagonismo tra i varii rami del ceppo berbero e soprattutto dei Zenata, che furon sempre dei più selvatichi, contro i Sanhâgia, che sembrano di più docil natura, la divisione nacque nella stessa casa zîrita, sotto il regno di Badîs, quando Hammâd, figliuol dell'avolo Bolukkîn, dopo aver combattuto a pro della dinastia, ribellatosi (1014), fondò uno Stato independente nelle odierne province di Costantina ed Algeri.[874] Altre calamità piovvero su que' lacerati dalla guerra civile.
Del trecentonovantacinque (1004-5), al dir del contemporaneo Ibn-Rekîk, la carestia e la pestilenza si messero a gara a spopolar l'Affrica propria; i contadini fuggirono dalle terre non trovando di che mangiare; deserti i villaggi; consumato presto quel che teneasi in serbo nelle città; e, in alcune tribù, i Berberi s'ammazzaron tra loro per isfamarsi di carne umana. Ad un tempo la peste[875] mieteva a centinaia e migliaia gli abitatori delle città: chi ha visto l'orrida scena con gli occhi suoi la raffigura nei particolari narrati dal cronista. Fu tanto che a Kairewân rimasero abbandonate moschee, forni, bagni, chi non avea da ardere, andava a far legna nelle porte e nei tetti delle case senza padrone. Cacciati da quei flagelli, moltissimi abitatori delle città e delle campagne ripararono in Sicilia. La moría cessò; la carestia mitigossi;[876] poi ricomparve, con le cavallette e con la guerra civile, l'anno quattrocentosei (1015-16) e di nuovo il quattrocentonove (1018-19) e il quattrocentotredici (1022-23), e così di tratto in tratto.[877]
Morto intanto Badîs (aprile 1016) ed esaltato il figliuolo Moezz, Scerf-ed-dawla, ossia “Gloria dell'Impero” come era scritto nella patente del califo,[878] divampò in quelle parti crudelissima proscrizione religiosa. Gli ortodossi d'Affrica, calcati per un secolo dagli Sciiti, rimbaldanzirono alla sgombrar della corte fatemita: ormai sì grossi e rabbiosi, che Hammâd fece assegnamento sopra di loro per togliere mezzo il regno ai nipoti; onde, chiaritosi ribelle, ristorò (1014) il culto sunnita, pose mano al sangue degli eretici nelle province che gli ubbidivano, ed entrato per forza d'armi a Bugia, tanto stigò i cittadini di Tunis che ammazzarono popolarmente que' della setta,[879] degni di mille morti, perchè non volean ripetere che Abu-Bekr ed Omar fossero in grazia di Dio. Così la cupidigia e la vendetta prendon sempre una maschera più brutta dello stesso ceffo loro, se lo mostrassero scoperto. Soffiavan entro il fuoco dal Kairewân quegli indomiti dottori di schiatta arabica; rincalzando forse gli argomenti teologici con l'esempio delle orribilità che faceva ogni dì in Egitto il pontefice delli Sciiti, il sanguinario e matto Hâkem, arrivato non guari dopo al colmo d'ogni empietà, quando (1016-1021) assentì a dirsi Iddio in una religione di suo conio, e per diletto mise a sangue ed a fuoco la capitale.[880] L'opinione pubblica trapelava, com'avviene, nella stessa reggia degli Zîriti; dove il precettore di Moezz stillò la credenza ortodossa nell'animo baldanzoso d'un re d'otto anni. Ond'ecco un dì (luglio 1016) che cavalcando il fanciullo nelle vie di Kairewân, gli sfugge di bocca una benedizione ad Abu-Bekr ed Omar; e ne scoppia repentino scompiglio tra il popolo e i seguaci del principe che in parte erano Sciiti. Fatti questi miseri in pezzi, cominciato a saccheggiare le case, a ricercare per ogni luogo i sospetti di quella, e di qual si fosse eresia, ad ammazzarli, uomini, donne e fanciulli; e ardean poscia i cadaveri e rapivano quanto poteano. La proscrizione tumultuaria propagossi in un attimo a Mehdia e per tutte le città dell'Affrica propria; s'allargò nei villaggi. Fra que' che morirono difendendosi, e quei che furono scannati come pecore, sommarono a parecchie migliaia. Rimase il nome di “Lago di Sangue” alla contrada ove caddero i primi tremila, e il fatto passò in proverbio, come la Saint-Barthélemi.[881]
Durò almen due anni la persecuzione, mettendovi mano il principe per risparmiar, com'ei pare, il sangue; e non stando sempre a' patti il popolazzo. Perchè, del quattrocentonove (19 maggio 1018, 7 maggio 1019) si nota l'eccidio d'una man di Sciiti che se n'andavan esuli in Sicilia. Da dugento uomini montati a cavallo, e forse disarmati, i quali con lor famigliuole e lor genti di casa viaggiavano sotto scorta di cavalleria alla volta di Mehdia, per imbarcarsi. Pernottando alla borgata detta di Kâmil, rimorse la coscienza ai villani de' contorni se li lasciassero andar vivi: s'armarono; dettero addosso agli eretici non difesi da loro guardie e tutti li trucidarono; delle donne quante eran giovani e quante lor parvero belle disonorarono e poscia le uccisero.[882] Il miserando caso ci attesta che al par dei cacciati dalla fame del mille e cinque, riparavano in Sicilia gli eretici perseguitati in questi due anni, e che il governo d'Affrica sopravvedeva all'uscita, fornia forse le navi.
Suggellossi col sangue degli Sciiti l'amistà della nuova dinastia e delle popolazioni arabiche, ristrette ormai nelle città; poichè prima gli Aghlabiti, poscia i Fatemiti, per corta ragion di Stato, avean battuto e annichilato i nobili del giund stanziati nei villaggi.[883] In molte città i Berberi, in alcune anche gli Afarika, avanzi de' Cristiani del paese, soggiornavano con gli Arabi,[884] e già parea che le varie genti e la novella dinastia si acconciassero a far una nazione. Già gli Zîriti, abbandonata l'antica lor sede di Ascîr nelle montagne di Titeri, s'eran posti a Mansuria a mezzo miglio del Kairewân, o piuttosto dentro la stessa capitale arabica, la quale fu poi congiunta da fortificazioni a Mansuria.[885] Fiorirono in questo tempo le manifatture e i commerci, condotti da una mano nel Mediterraneo con Sicilia, Spagna e altri paesi marittimi;[886] dall'altra mano con le regioni interne del continente affricano. La quale prosperità industriale si potrebbe d'altronde argomentar dallo smodato lusso della corte zîrita in feste pubbliche, sposalizii, funerali, doni ai califi d'Egitto; ed anche dallo sminuito valore, o vogliasi dire cresciuta copia, dei preziosi metalli.[887] Attestano i commerci con l'Affrica centrale i presenti mandati a Mansûr dai principi del Sudân (992) e la barbarica pompa degli Zîriti che in lor solenni cavalcate usciano con elefanti, e giraffe, oltre le belve indigene dell'Atlante.[888]
Nè la potenza sembrava minore del fasto nel regno di Moezz-ibn-Badîs, temuto da tutti per mezzo secolo, com'uomo intraprendente e savio nei consigli e gagliardo nelle armi. Infino agli ultimi anni, quando subita rovina lo ridusse quasi al nulla (1053), ei fu per vero il più possente principe musulmano delle regioni bagnate dal Mediterraneo.[889] Comprendendo la comodità che gli dava il mare ad allargar suo dominio, egli il primo di sua schiatta, provvide a ristorare il navilio affricano, del quale non si fa motto da che il califo fatimita Moezz mutò la sede e portò via quanto potè in Egitto. Del mille ventitrè, Moezz-ibn-Bâdîs facea racconciare gli arsenali di Mehdia, fabbricare attrezzi navali in copia non più vista, costruir legni da guerra e bandire l'arruolamento dei marinari:[890] ed a capo di pochi anni, l'armata affricana, collegata con la siciliana, combattea contro i Bizantini nell'Arcipelago; e il principe zîrita facea prova a insignorirsi della Sicilia. Sventura dei Musulmani dell'isola ch'egli ebbe tanto rigoglio quando cominciaron tra loro le guerre civili, e si trovò povero e disarmato quando si fece in pezzi lo stato kelbita.
CAPITOLO IX.
Akhal cominciò con lieti auspicii. Ridotto all'obbedienza qualche castello che se ne fosse spiccato agli avvisi della rivoluzione;[891] avuto da Hâkem il titolo di Teaîd-ed-dawla (Sostegno dell'impero), attese alle faccende pubbliche; ristorò la tranquillità e contentezza in casa e la guerra fuori.[892] Nè sol mandava le gualdane in Terraferma, chè sovente capitanò egli stesso gli eserciti, favoreggiando, com'abbiam detto, i ribelli di Puglia.[893]