Tra il novecensettantatrè e il millecinquantaquattro dell'èra cristiana, tra il mercatante Ibn-Haukal che appuntava maraviglie e vizii in qualche osteria di Palermo, e l'Edrisi prole di principi, che stendea la descrizione dell'isola sotto gli occhi di re Ruggiero, vissero in Sicilia due eruditi i quali ci lasciaron alcun cenno geografico. Scrittori entrambi di storia o cronica del paese, l'uno verso il millecinquanta per nome Abu-Ali-Hasan; l'altro, alla fine del secolo, l'illustre filologo Ibn-Kattâ': ed entrambi ebbero alle mani memorie più antiche. Fiorì anche nell'undecimo secolo il geografo spagnuolo Bekri, due cenni del quale su la Sicilia si trovano presso uno scoliasta.[1038] Dobbiamo i frammenti di Abu Ali e d'Ibn-Kattâ' all'erudito Iakût; il quale pubblicò il milledugentoventotto il Mo'gem-el-Boldân, ossia Dizionario geografico, e par abbia tolto da loro quasi tutte le notizie che dà sulla Sicilia.[1039] Si scoprono nel Mo'gem pochi nomi raddoppiati e altre mende inevitabili in compilazioni di tal fatta, non gravi errori da scemar fede all'opera.

Al dire d'un cadi Abu-Fadhl, citato da Abu-Ali, si noveravano in Sicilia diciotto città e più di trecentoventi rôcche;[1040] ed Ibn-Kattâ' attestava aver letto nelle annotazioni d'un anonimo ch'erano nell'isola ventitrè cittadi, tredici fortezze[1041] e innumerevoli gruppi di case rurali.[1042] Coteste due notizie pur si riferiscono entrambe alla seconda metà del decimo o alla prima dell'undecimo secolo; nè fa caso il divario, quando le appellazioni città, fortezza, o rôcca corron sì vaghe ed arbitrarie appo gli Arabi come appo noi quelle di città, terra, o villaggio. Il numero diverso delle città non prova dunque mutata la condizion delle cose, è però diversa l'età degli eruditi che le scrissero. Quanto alle rôcche annoverate dal primo, tornano a un di presso a quel che oggi diremmo Comuni; perchè allora tra guerre straniere e guerre civili, le popolazioni amaron siti forti ed alpestri, e quelle chiamate al piano dall'agricoltura o dal traffico ebbero sempre qualche castello su nel monte dove potersi rifuggire.[1043] La più parte dunque delle rôcche d'Abu-Fadhl eran le acropoli degli abitatori di quelle masserie e villaggi, dei quali avea perso il conto l'annotatore citato da Ibn-Kattâ'. In oggi il numero dei Comuni risponde a un di presso a quello d'Abu-Fadhl; ma non sarebbe sì malagevole a noverar le borgate rurali, che scemarono a mano a mano dalla istituzione alla abolizione della feudalità, dal conquisto normanno al parlamento del milleottocento dodici.[1044]

I nomi di città notati nel Mo'gem, i quali senza troppo discostarci dal vero possiamo supporre tolti da Abu-Ali e Ibn-Kattâ',[1045] sono in ordine alfabetico: Adornò,[1046] Alcamo, Boèo,[1047] Bonifato,[1048] Carini,[1049] Castrogiovanni, Catania,[1050] Cefalù, Corleone, Demona,[1051] Gelso,[1052] Khalesa,[1053] Marsala, Mazara, Messina,[1054] Milazzo,[1055] Mineo, Palermo, Partinico, Patti, Sciacca, Scopello,[1056] Siracusa, Trapani,[1057] che sommano a ventiquattro; e tolto il raddoppiamento di Marsala chiamata Boèo da Abu-Ali, farebbero appunto il numero d'Ibn-Kattâ'.[1058] Col nome di beled (paese) Iakût aggiugne Camerata, Termini e Girgenti, scaduta al certo nel decimo secolo dopo la ribellione. Chiama beleda (terra) Cinisi, Tusa e Mascali; boleida (paesetto) Villanuova;[1059] kala' (rôcca) Taormina, Tripoli, Aci e Bellût (Caltabellotta); kerîa (villaggio) Mili,[1060] Giattini[1061] e Sementara;[1062] dhia' (podere o villa) Kerkûd,[1063] e dà senza qualificazione Oliveri, e Caronia.[1064] Ma è da notare che le terre minori non si ricordano nel Mo'gem per la importanza loro, ma perchè occorreano nella storia letteraria degli Arabi, che l'autore si propose d'illustrare con sì vasto dizionario geografico.

Le terre minori e villaggi che si leggono in Edrisi e altri scrittori arabi del duodecimo secolo e nei diplomi infino al decimoquinto, sommano quasi a novecento; dei quali se una parte fu fondata da coloni cristiani nel secol duodecimo, altrettanta per lo meno si dee supporre distrutta nella guerra normanna; onde lo stesso numero si può anco ritenere innanzi il conquisto.[1065] I nomi d'origine arabica, o berbera, o son prettamente arabici,[1066] o si scernono per note etimologie di schiatte[1067] e per voci ch'entrino nelle appellazioni composte: ain, gar, ras, menzîl, rahl, kala' burgi:[1068] e dinotano a un di presso i novelli nodi di popolazione formati nell'epoca musulmana da una parte dei coloni arabi e berberi, mentre un'altra parte prendeva a stanziar nelle ville, castella e città ch'erano in piè; onde non perdeano i nomi antichi.[1069] I novelli, senza contarvi quei di fiumi, monti, cale e capi disabitati che moltissimi pur ve n'ha d'origine arabica,[1070] tornano a trecentoventotto, dei quali dugentonove in Val di Mazara, cento in Val di Noto e diciannove in Val Demone. Se risguardiamo all'area di ciascuna valle[1071] cotesti numeri confermano ciò che sappiam dalla storia, che i Musulmani occupassero tutto il Val di Mazara, e avessero posto qualche presidio in Val Demone. E dimostrano il fatto accennato soltanto dalle croniche, dico le grosse colonie che si sparsero in Val di Noto.[1072]

Descrizioni di città non avvene, fuorchè di Palermo per Ibn-Haukal; pur si raccoglie qua e là qualche particolare. Sappiamo da Bekri, e però innanzi la guerra normanna, che Siracusa, grande città, occupava la penisola, congiunta alla spiaggia per sottile istmo, tra il maggiore e il minor porto, tra i quali era condotto un fosso che si varcava sopra un ponte; che l'era circondata di triplice muro, credo io, dalla parte dell'istmo; e che il gran porto apprestava stazione d'inverno alle navi.[1073] Ibn-Herawi, nel duodecimo secolo, narrava che nelle parti orientali di Catania rimanessero le tombe d'una trentina di martiri musulmani[1074] quivi uccisi nel primo secolo dell'egira; e che tra Catania e Castrogiovanni fosse il sepolcro d'Ased-ibn-Forat, conquistatore della Sicilia. D'altra sorgente, che sembra più antica, abbiamo Catania chiamarsi anco la Città dell'Elefante, da un simulacro di pietra in figura di questo animale, e ammirarvisi bei monumenti dei tempi andati, e chiese con pavimenti di marmo bianco e nero.[1075] Cefalù, al dir d'Abu-Ali, era forte città, guardata da un castello sovra alta rupe a cavaliere della spiaggia;[1076] Castrogiovanni, maraviglia del secolo, gran città su la vetta d'un monte che fa centro all'isola, avea scaturigini abbondanti, terre da seminato e giardini, chiusi tutti entro il muro che torreggiava lì a mezz'aria.[1077] Non obliò il diligente Iakût di notare la postura astronomica delle tre città primarie, Palermo, Messina e Siracusa, secondo il Kitâb-el-Melhema, ossia “Libro della Divinazione”[1078] attribuito a Tolomeo, composto da qualche astrologo arabo o siriaco; il quale sapea leggere forse nei destini, ma sbagliava, come i contemporanei, le latitudini e longitudini.[1079]

Più sodi ragguagli ritraggiamo in questo tempo dell'Etna, sì mal noto ai primi cosmografi arabi. Masûdi, scrivendo a Bagdad nella prima metà del decimo secolo, aveva ignorato il gran monte di Sicilia, o confusolo con l'Isola di Vulcano; favoleggiato che nelle eruzioni saltasser fuori strane sembianze d'uomini mozzi del capo; che il fuoco rischiarasse la terra e il mare oltre cento parasanghe;[1080] nè conoscea bene altro prodotto vulcanico che le pomici, adoperate a levigare le pergamene e tavolette da scrivere e stropicciare i piè nel bagno.[1081] Ma Abu-Ali-Hasan vide i luoghi e forse alcuna eruzione. “Il monte del fuoco, dic'egli, altissimo sovrasta al mare tra Catania e Mascali, non lungi da Taormina: gira la base tre giornate di cammino; abbondante di alberi fruttiferi; irsuto di boschi la più parte di castagne, nocelle, pini e cedri;[1082] ricoperto la cima di neve anche la state, ammantata di nugoli; ma il verno è tutto neve dal capo al piè. Sorgongli intorno molti edifizii e maestosi avanzi dei tempi andati, e rovine che danno a vedere la frequenza del popolo che vi soggiornava; di che narrasi, Tûra antico re di Taormina[1083] aver messo in campo sessantamila combattenti. In su l'alto s'aprono spiragli[1084] ond'esce fuoco e fumo; e talvolta il fuoco scorrendo da alcun lato brucia che che trovi, poi si fa scorie, come quelle del ferro, onde gli si dà nome di akhbâth;[1085] dove oggi non spunta fil d'erba, nè animale vi s'arrischia.”[1086] Al tempo d'Abu-Ali spesseggiarono gli incendii nella costa orientale, poich'egli scrive che alcuni anni il fuoco scendea come rivo infine al mare e tanto sfolgorava, che parecchie notti in Taormina e altre terre non si acceser lumi e si viaggiò per que' paesi come se fosse giorno.[1087] Così egli ch'era nato o avea fatto dimora in Sicilia. Un cristiano di Calabria di quell'età, rassegnando le maraviglie della Sicilia, non descrive conflagrazioni dell'Etna, ma ne fa supporre seguíte di recente, poichè riflette che tanti filosofi de' tempi antichi e de' suoi proprii avean sottilizzato su l'origine di quel fuoco senz'altra conchiusione che d'accrescere i dubbii e provar la ignoranza dei mortali.[1088] Bekri, contemporaneo e straniero, parla solo del borkân in due isolette adiacenti, dalla parte di settentrione, al certo Stromboli e Vulcano: prodigio di natura, dove tacendo il vento meridionale s'udiva un terribil fragore come di tuono.[1089] Altri scrivean del fuoco perenne dell'Etna al quale uom non osava appressarsi; ed aggiungeano maravigliando che la materia ignita tolta dal suo luogo si spegnesse incontanente.[1090] Le medesime eruzioni che Abu-Ali, o alcuna più recente, vide il dotto e devoto Siciliano Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim, rifuggito a Bagdad; dov'ei narrava, forse il millecentoventidue,[1091] al viaggiatore Abu-Hâmid da Granata, il fuoco dell'Etna risplendere talvolta a dieci parasanghe, in guisa che non occorre fiaccola nè lucerna nei villaggi o strade di campagna. Tra le fiamme, proseguia, scagliansi in alto massi di fuoco, somiglianti a balle di cotone, i quali infrangendosi ricadon a terra e si fan pietra bianca, o in mare e tornano in pietra nera e porosa, l'una e l'altra lieve da galleggiare sull'acqua. Aggiugnea suoi prodigi: i sassi e la sabbia, tocchi da quel fuoco, avvampar quasi bambagia, e divenir polve negra simile all'antimonio; ma l'erbe e le vestimenta non accendersi alla lava, che consuma soltanto le pietre e gli animali, sì com'è scritto del fuoco della gehenna.[1092] Un altro barbassoro musulmano di Sicilia affermava al viaggiatore Herawi dopo il millecentosettantatrè, che un uccello color di piombo in forma d'una quaglia solea svolazzare dal fuoco dell'Etna e rituffarvisi, ed era appunto la salamandra; ma io non ho visto altro che pomici nere, aggiugne Herawi.[1093] Tanto ricaviamo dagli Arabi su la storia naturale dell'Etna: nel che non ho voluto metter da canto nè le minuzie nè le favole, e con Herawi son giunto infino alle eruzioni della seconda metà del duodecimo secolo, ricordate ormai dagli scrittori latini. Notevol è che Edrisi, dicendo del Monte del Fuoco, non faccia motto delle eruzioni, e poi descriva minutamente, anzi che no, i fenomeni di Stromboli e Vulcano. E ciò parmi indizio di lungo riposo dell'Etna nella prima metà del duodecimo secolo dopo gli incendii dell'undecimo, supposti fin qui su debolissimi argomenti,[1094] e provati adesso dalle testimonianze di Abu-Ali e d'Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim.

Dall'Etna faremo principio alle produzioni minerali della Sicilia, tra le quali Masûdi pone il diaspro ch'ei tenea rimedio al mal di ventre, applicandolo esteriormente; ed anche, non so come, base del corallo.[1095] Del diaspro par che dica Iakût supponendo trovarsene montagne in Sicilia:[1096] ch'è esagerazione, non tutta bugia. Si cavava dall'Etna il sale ammoniaco, gran capo di commercio con la Spagna ed altri paesi.[1097] Delle pomici abbiam già detto, adoperate dagli Arabi nel bagno e nello scrittoio;[1098] e Bekri supponea costruite di pomici di Sicilia le volte del teatro romano a Susa.[1099] In lista con le ricchezze minerali del Mongibello Abu-Ali ponea l'oro, argomentandolo dalle note miniere d'Ali, ovvero da qualche pirite; ed immaginò, non so per qual errore, l'Etna aver preso nome in lingua rûmi dall'oro che chiudea nelle viscere.[1100] Con ciò narrano si cavasse nell'isola ogni altro metallo d'uso comune, argento, rame, ferro, piombo, mercurio.[1101] L'autor della vita di San Filareto parla del cristallino e lucente salgemma di Sicilia.[1102] Gli Arabi contemporanei noverano l'antimonio, l'allume e il vitriolo.[1103] Lo zolfo e la nafta, adoperati allora nei fuochi da guerra e non ignoti ai Musulmani di Sicilia nell'undecimo secolo,[1104] par non si fossero cavati nell'isola che alla fine del duodecimo.[1105]

L'abbondanza delle acque di fonti o fiumi accennata per le generali da Iakût,[1106] sembra veramente maggiore dell'attuale, ove si risguardi alla descrizione particolareggiata che faceane Edrisi il millecencinquantaquattro ed ai fiumi ch'ei dice navigabili a barcacce di trasporto ed or più nol sono.[1107] E così dovea intervenire per la distruzione dei boschi che s'è fatta dal duodecimo secolo in qua;[1108] la quale non credo incominciata per man degli Arabi, poichè il sapiente agricoltore rispetta i boschi, e lo sciocco e affamato li taglia. Di notizie precise, Abu-Ali ne fornisce su le due regioni boschive che per natura sono le principali dell'isola: l'Etna e la catena d'Apennino. Della prima delle quali abbiam fatto parola. Dell'altra Abu-Ali afferma, le eccelse montagne e spaziose valli sopra Cefalù abbondar d'ogni maniera di legname atto a costruzioni navali.[1109] Il monaco Nilo loda i cedri di Sicilia, i cipressi e i pini dritti e maestosi, i cui rami servivan di fiaccole.[1110]

Vengon poscia le ubertose produzioni dei giardini, dei campi e della pastorizia lodate da Bekri;[1111] le frutta d'ogni colore e sapore che non mancavano state nè verno, scrive Iakût, forse da Abu-Ali;[1112] le mèssi che coprivano la più parte dell'isola secondo Ibn-Haukal;[1113] lo zafferano che vi germogliava spontaneo;[1114] il cotone e il canape coltivati a Giattini[1115] e altrove; il primo dei quali sembra venuto dell'Affrica;[1116] gli ortaggi che parean troppi ad Ibn-Haukal.[1117] Nessuno scrittore arabo fa menzione degli ulivi, che in Sicilia comunemente si credono accresciuti in quella età, perchè i contadini soglion chiamar saracinesco qual veggano più possente di ceppo, e pittoresco di tronco e rami. Nel che i contadini s'accostano forse al vero, e gli altri no. La coltura dell'ulivo in Sicilia risalisce al quinto secolo innanzi l'era volgare, nè mai si abbandonò, ma decadde al par che tante altre sotto i Romani, nè rifiorì sotto gli Arabi; poichè sappiamo dell'olio che l'Affrica vendeva alla Sicilia nel nono, undecimo e duodecimo secolo.[1118] Parmi piuttosto che l'isola debba ai Musulmani le melarance e altri agrumi ch'or son capo sì ricco di commercio;[1119] ed anco la canna da zucchero,[1120] i datteri[1121] e i gelsi, o almeno la seta.[1122] Al contrario se la vite non si sbarbicò per ogni luogo, se i poeti arabi di Sicilia lodarono il vin del paese con tal fervore anacreontico, i vigneti scemarono contuttociò sotto la dominazione musulmana; e sì lentamente si rifornirono in due secoli, che la Sicilia facea venir vini da Napoli verso la fine del decimoterzo.[1123]

Le razze equine di Sicilia, ricordate dagli Arabi nell'undicesimo secolo,[1124] fornivano, al dir d'un autore cristiano, animosi destrieri, d'egregie forme e vario pelo;[1125] abbondavano i muli[1126] dalla zampa sicura nelle montagne, adoprati alla soma ed al tiro;[1127] e con quelli, asini,[1128] buoi, vaste greggi di pecore;[1129] nè era smessa l'antica educazione delle api. Copiosa la pesca, e nei porti, scrive il monaco Nilo, le ostriche, e le conchiglie che danno la porpora.[1130] Le foreste e montagne ripiene di cacciagione.[1131] Nè vi mancan le belve, che giovano a spirare il timor di Dio negli animi semplici, riflette il frate,[1132] volendo significare al certo i lupi. Gli Arabi, avvezzi ad altro che spauracchi da bambini, noveravano tra i pregi della Sicilia non esservi lioni, leopardi, iene, nè grossi serpenti, e gratuitamente aggiugneano nè vipere, nè scorpioni.[1133]