L'ubertà del paese non si riconoscea dalla sola matura, come direi forse trattando d'altri tempi; chè possentemente l'aiutava la industria degli abitatori, sulla quale dà un po' di lume il “Libro dell'agricoltura” d'Ibn-Awwâm, spagnuolo della metà dell'undecimo secolo, sagace compilatore degli insegnamenti d'opere più antiche forse fin dal tempo de' Nabatei, alle quali aggiunse le proprie osservazioni su le pratiche agrarie della Spagna. Da lui sappiamo che il modo più acconcio di piantare gli ortaggi, sopratutto le cipolle e i poponi, era detto alla Siciliana; e la minuta descrizione ch'ei ne fa, risponde appunto a quel congegno di schiene e rigagnoli che si pratica tuttavia in Sicilia.[1134] Le voci arabiche d'orticultura che rimangono nel dialetto siciliano, non lascian dubbio sul tempo in cui ebbero origine queste e simili pratiche.[1135] Un fiore ch'è forse la malvetta rosata,[1136] si chiamava in Spagna al tempo d'Ibn-'Awwâm Malva siciliana, onde sembra venuto di Sicilia.[1137] Quinci passò in Spagna una composizione di mostarda con miele e senape, descritta per filo e per segno in un luogo d'Ibn-Besâl.[1138] Ma importantissima sopra ogni altra la pratica di porre il cotone in terreni ingrati che Ibn-Fassâl citato da Ibn-'Awwâm riferisce ai Siciliani, e la dice imitata con profitto nelle costiere di Spagna.[1139] Un altro trattato arabico d'agricoltura ricorda che i Siciliani sarchiassero fino a dieci volte il terreno da seminare a cotone.[1140] Rimase in Sicilia l'utile pianta nel duodecimo secolo;[1141] e infino alla metà del decimoterzo;[1142] ma allo scorcio del decimoquarto se n'era ita, seguendo quasi la schiatta arabica, in Malta, Stromboli e Pantellaria:[1143] ed appena par che cominci a tornare adesso nelle spiagge di Pachino e su le sponde del Simeto.
In fatto d'opificii abbiam ricordo del prezioso drappo, al certo di seta, detto di Sicilia, del quale si trovò una catasta tra i tesori d'Abda, figliuola del califo fatemita Moezz, morta in Egitto in su la fine del decimo o principio dell'undecimo secolo.[1144] Che innanzi quell'età si lavorasse la seta in Sicilia lo prova d'altronde la biografia del pio Abu-Hasaa-Hariri,[1145] e v'accenna il nome di Kalat-et-Tirazi, castello in oggi abbandonato presso Corleone,[1146] non che il regio Tirâz di Palermo, avanzo dell'industria arabica nel duodecimo secolo, di che sarà detto a suo luogo. Similmente abbiam pochi cenni del commercio, per non curanza degli scrittori o dispersione degli scritti. Oltre la esportazione del sale ammoniaco testè ricordata,[1147] sappiamo la importazione dell'olio da Sfax,[1148] e la frequente navigazione dalla Sicilia a Mehdia e Susa.[1149] I patti di Hasan-ibn-Ali del novecencinquantadue[1150] ci attestano l'importanza del traffico tra l'isola e Reggio; nè picciola parte dovea tornare alla Sicilia dalle relazioni commerciali ch'ebbe coi Musulmani la costiera di Terraferma bagnata dal Tirreno. Lasciando le regioni dal Tevere in su, lo conferma Ibn-Haukal per Napoli, Salerno, Amalfi;[1151] lo conferma il doppio nome di Keitona-el-Arab che ritenne il Promontorio Circeo fino al tempo di Edrisi; nome analogo a quel che davano ad una città nelle parti meridionali della Sardegna,[1152] ed a quel c'ha tuttavia la Catona in faccia a Messina.[1153] Maggiore d'ogni altra prova è che a Salerno, fors'anco a Napoli e Amalfi, si contraffacea, non per frode ma per bisogno del commercio, la moneta d'oro di Sicilia,[1154] come infino ne' tempi nostri v'ebbero belli e buoni colonnati di Spagna battuti in altri paesi.
Ove ponghiamo mente al genio randagio degli Arabi, alla comunanza di leggi, usi, costumi e in gran parte anco di schiatta, dei Musulmani che teneano il bacino occidentale del Mediterraneo, non staremo in forse che la Sicilia partecipò delle arti e lusso della Spagna e costiera d'Affrica, sì come è provato che ebbe analoghe vicende politiche e cultura di lettere. Così anco dei monumenti. Perirono nella guerra normanna quasi tutti que' dei Musulmani; e pur non vi ha menomo dubbio del loro splendore, quando l'autor della vita di San Filareto lodava i tempii ed altri sontuosi edifizii delle città maggiori della Sicilia;[1155] e il conte Ruggiero, dopo averci lavorato per trent'anni con ferro e fuoco, scrivea patetico in un diploma del millenovanta, delle vaste e frequenti rovine delle città e castella saracene; de' vestigii di lor palazzi, fabbricati con mirabile artifizio, adatti, non che ai comodi, ad ogni lusso e delizia della vita.[1156] Nel sesto libro toccheremo l'architettura arabica sotto i Normanni, alla quale dobbiam tutti i monumenti che avanzano in Sicilia del medio evo, da pochissimi in fuori. Dico due o tre, da che la iscrizione neskhi intagliata a mo' di fregio nelle mura del palagio della Cuba, porta il nome di re Guglielmo secondo e la data del millecentottanta.[1157] Bagni di Cefalà e il palagio della Zisa sembrano più antichi, alla gravità della scrittura cufica che altra volta li coronò;[1158] e il palagio e bagno di Maredolce, ancorchè non vi si trovino iscrizioni, parrebbe contemporaneo; ma rimanendo sempre incerta l'epoca, e sendo state racconce le fabbriche di poi, e la Zisa anche abbellita dai Normanni, non vi si può fondare giudizio su l'arte arabica di Sicilia nell'undecimo secolo. Questo sol noterò, che le linee di prospetto del cubo allungato e dell'arco aguzzo dei tempi normanni si trovano nelle cornici delle iscrizioni arabiche di Sicilia dell'epoca musulmana. Qui un rettangolo sormontato da una punta in forma di mitra vescovile;[1159] lì inscritto dentro il rettangolo un arco spezzato in tre lobi alla foggia che s'è chiamata moresca.[1160]
Avvien sempre che sfugga alla più cruda rabbia di guerre o persecuzioni qualche monumento di minor mole, per trascuranza o stanchezza delle mani vandaliche, per capriccio o gusto d'alcun uomo: e così parecchie iscrizioni arabiche della dominazione musulmana rimasero in Sicilia, senza contar quelle de' tempi normanni delle quali si dirà a suo luogo. Quantunque i rami pubblicati dal Di Gregorio sian delineati così così, e io non abbia avuto sotto gli occhi migliori disegni delle iscrizioni inedite, potrò pur toccare la calligrafia lapidaria, la quale col disegno architettonico e coi rabeschi tenea luogo di tutt'arte grafica appo i Musulmani.[1161] Ci occorse già far parola delle iscrizioni della torre di Baich in Palermo,[1162] e del castello di Termini;[1163] l'una perduta, se non che abbozzossi il disegno d'alcun brano; e l'altra pessimamente delineata, e temo adesso ita a male: entrambe del decimo secolo. Alla medesima età mi par da riferire la leggenda intagliata nel vecchio edifizio dei bagni di Cefalà, logora da lungo tempo, e in oggi, mi si dice, dileguata del tutto.[1164] Le iscrizioni conservate sono sentenze coraniche scolpite in colonette di marmo che si tolsero dalle moschee e si murarono nelle chiese, ovvero epitaffii svelti dalle tombe, collocati in musei o case private. La scrittura cufica, semplice, robusta, con poche fioriture, e nessun ghiribizzo qual si notava nella torre di Baich,[1165] appar anco nei due cippi sepolcrali del Museo di Verona,[1166] in altri due di casa Calzola a Pozzuoli,[1167] nei tre di Marsala, Siracusa e Messina, che non hanno data;[1168] in quello del Museo Daniele a Caserta,[1169] e in un picciol marmo di casa Emmanuele a Trapani,[1170] e un altro del Museo di Messina:[1171] le quali forme di caratteri, molto svariate e pur tutte appartenenti alla classe che ho posta, non differiscono dallo stile dei monumenti analoghi sparsi da Cordova infino a Bagdad. Frammisto a quello si vede nella stessa epoca in Sicilia, sì come in ogni altro paese musulmano, con linee più tortuose e bizzarre, il cufico ornato e talvolta intralciato di rabeschi, che si è chiamato impropriamente scrittura carmatica. Bellissima in questo stile, nè sopraccarica di capricci è la lapide sepolcrale di Oma-er-Rahman che si trovò pochi anni addietro in Palermo, dove manca la data, ma sembra alla vista del decimo o undecimo secolo.[1172] Similmente dell'epoca musulmana le iscrizioni coraniche delle Chiese delle Vergini e San Francesco d'Assisi in Palermo,[1173] del convento dei Francescani in Trapani,[1174] che son più o meno ornate, ma di bella struttura di caratteri; e l'altra assai logora e ignuda, nè di forme eleganti, di una colonna nel portico meridionale della cattedrale di Palermo.[1175] Un bel neskhi, o corsivo, modificato a forme monumentali, spoglio di ornamenti e notato di punti diacritici, si scorge in una pietra sepolcrale di Mazara, in parte logora, se il vizio non è nella stampa ch'io n'ho alle mani.[1176] È scritto in neskhi grossolano, con qualche punto diacritico e qualche errore di grammatica, l'epitaffio mutilo che si serba nella Biblioteca comunale di Palermo: e stava su la tomba d'un Abu-Hasan-Ali, morto il trecencinquantanove dell'egira.[1177]
Farò cenno in ultimo delle monete dei Musulmani di Sicilia, su le quali manca un lavoro compiuto, nè io potrei provarmici, nè sarebbe da stenderlo qui.[1178] Mi ristringo pertanto ai risultamenti, ritraendoli dall'accurato catalogo del Mortillaro, aggiugnendo qualche altra notizia che s'è pubblicata appresso e le monete inedite del Museo parigino. Degli Aghlabiti, dei quali è si povera la numismatica, rimangono poche monete siciliane.[1179] Per lo contrario abbondano le fatemite; sì che ve n'ha di tutti i califi che regnarono di fatto o di nome in Sicilia, da Obeid-allah fondatore della dinastia fino ad Abu-Tamim-Mostanser-Billah, o meglio al quattrocentoquarantacinque dell'egira dopo caduta la dominazione kelbita:[1180] un centinaio di monete, la più parte d'oro, due sole d'argento e non poche di vetro di varii colori, che sembran usate in luogo dei quattrini di rame.[1181] Hanno leggende cufiche; formole fatemite, molte con data e col nome della Sicilia. Quelle d'oro, quando se n'è fatto saggio, si son trovate di buona lega. Son tutte del peso d'un grammo più o meno, che torna alla quarta parte del dinâr omeiade, abbassida e fatemita: di certo il robâ'i, ossia quartiglio, del quale si legge nei ricordi arabici della Sicilia nel decimo e duodecimo secolo.[1182] Picciola e comoda moneta come gli odierni cinque franchi d'oro, coniata tuttavia sotto i Normanni con leggende arabiche, e chiamata tari in un diploma greco, e tareni nelle croniche e carte latine di quel tempo.[1183]
Il commercio musulmano di Sicilia, non che mantener suoi robâ'i nell'isola sotto la dominazione normanna, avea costretto ad usarli, fin dai principii del decimo secolo, Napoli, Salerno, Amalfi; ed a batterne in casa propria, ed anteporli a tutt'altro conio. I diplomi latini di Napoli di quel secolo portan le vendite in solidi bizantini e più spesso in tari,[1184] dei quali quattro faceano un solido bizantino, ch'era lo stesso del dinâr arabo. Dai medesimi atti si rileva che i solidi scarseggiavano o mancavan del tutto alla metà del secolo, ancorchè sempre si notassero come moneta legale; e che rimanea quasi solo conio corrente d'oro il tari.[1185] Da un'altra mano i musei del regno di Napoli ci mostrano quartigli d'oro della stessa forma e peso di que' di Sicilia, col nome del califo fatemita Moezz (953-975); se non che comparisce la mano straniera, al cufico men franco, e la lega men buona, e si mostra talvolta alla scoperta, aggiugnendo in mezzo dell'impronta arabica “Salerno” e altre lettere latine: e perfino stampò la croce tra le sentenze unitarie dei Fatemiti, o scrisse sul dritto il nome di Gisulfo principe di Salerno (1052-1076) e sul rovescio quel di Moezz morto un secolo innanzi.[1186] Parmi non cada in dubbio che i tari dei diplomi napoletani fossero appunto i robâ'i di Sicilia, e le copie più o men fedeli che se ne faceano nell'Italia meridionale. La voce tari, ignota di là del Garigliano, ignota nelle altre province bizantine, si accosta per articolazioni ed accento a dirhem o dirhim pronunziata velocemente dagli Arabi trihm,[1187] ed al plurale terâhîm o trâhîm e trâhî, mangiandosi l'ultima consonante e battendo l'accento sull'ì. Le bocche italiane ne fecero tari. Nè questa è conghiettura, ove si ricordi il tari denominazione di peso, che risponde senza dubbio al dirhem, il quale gli eruditi di Sicilia scrissero tari-peso, ma il popolo credo l'abbia detto sempre trappeso, rendendo nella prima sillaba la volgare pronunzia arabica.[1188] Così i Napoletani e i Siciliani del medio evo ripigliavano dagli Arabi il vocabolo drachma, che quelli aveano tolto dai Bizantini e mutato in dirhem.
CAPITOLO XIV.
Arrivati a scoprire per quante vie s'era messo lo spirito umano al tempo dell'antica civiltà, i popoli musulmani le tentaron qua e là con ardore giovanile; in molte si lasciarono addietro i Cristiani contemporanei; sovente aggiunsero lor trovati al patrimonio degli antichi; il che non avveniva allora in Cristianità. Sopra ogni altro lussureggiarono in due esercizii connaturali a loro società. L'arte della parola in rima e in prosa, antico vanto degli Arabi, mutando corso nell'islamismo e allontanandosi dalle forme del bello, si allargò in ogni più sottile investigazione di grammatica, lessicografia, versificazione, delle quali parteciparono i popoli conquistati: talchè per tutta Musulmanità fu studiata la filologia minore quanto nol fecero mai i Greci nè i Latini; e se le Muse dessero la corona a chi più s'affatica, gli Arabi se l'avrebbero senza contrasto. Surse dal Corano quella scienza mescolata di teologia e dritto, la quale, sendo come il pan quotidiano dei Musulmani, non è maraviglia che attirasse tutti gli ingegni disposti a così fatte contemplazioni e bramosi di onori e stato. La filologia e le scienze coraniche, per aver sì profonde radici l'una nella schiatta arabica, le altre nella società musulmana, occuparono quasi tutto il campo, rinvigorite dalla metafisica e dialettica dell'Occidente; rimasero sole dopo la decadenza politica e sociale dagli Arabi; e si possono dir vegete fino ai dì nostri dovunque regga la legge di Maometto, dal Gange allo stretto di Gibilterra. Ma le scienze antiche, come le chiamarono gli Arabi per averle tolte in presto dai Greci, trovarono ostacolo nella tenacità semitica del popolo dominatore, il quale se n'era invaghito per ebbrezza di nuovo acquisto, e d'un subito s'arretrò, spaventato, dal cammin che credea lo menasse all'inferno. Poi prevalendo genti più grossiere, in Levante i Turchi, in Occidente i Berberi; irrompendo Cristiani d'ogni banda nell'impero musulmano, esacerbaronsi le passioni religiose, rinnegòssi il secolo di Harûn Rascîd, e quelle sospette scienze sparvero ad una ad una tra le tenebre ricadenti sul mondo musulmano.
Le ristorate dottrine dunque d'Aristotele, d'Euclide, d'Ippocrate, non solo ebbero minor tratta di seguaci al tempo della civiltà arabica, ma sendo ite in bando dalla terra d'islam, dileguavasi dal decimoquarto secolo in poi la memoria di cui le coltivò. I biografi tuttavia s'affaticarono a rintracciare nomi e aneddoti di grammatici, retori, lessicografi, interpreti del Corano, tradizionisti, giureconsulti, teologi e mistici d'ogni maniera, e vennero a capo di trovarne molti sfuggiti alle ricerche dei predecessori; ma fecero guarda e passa nelle altre scienze. Similmente si smettea di copiarne i libri. Ho voluto notare cotesta disuguaglianza nelle proporzioni della storia letteraria e le due cause da che venne, perchè la non sembri difetto peculiare degli Arabi Siciliani. Un pugno d'uomini, del resto, datisi alla cultura intellettuale per qualche secolo e mezzo, soggiogati quando coglieano il frutto, perseguitati e dispersi entro un altro secolo: meraviglia è che ce ne rimanga qualche brano di memorie letterarie per carità di cui accolse in casa gli esuli sconsolati. Nei paesi rimasti musulmani, l'amor di patria o la vanagloria municipale dei tempi di decadenza, religiosamente ragunò ogni ricordo dei cittadini più o meno illustri. E i coloni di Spagna, più numerosi assai dei Siciliani, pervenuti all'incivilimento dopo tre secoli, n'ebber agio altri quattro a compiere il pio oficio pria che sgombrassero d'Europa.
Il solo autore arabo che appositamente abbia scritto la storia dei filosofi, matematici e medici, non ricorda altri Siciliani che un del duodecimo, secolo e tre dell'antichità, Archimede, Empedocle, Corace;[1189] su i quali dà ragguagli meno scontraffatti che non si potrebbero aspettare così di rimbalzo; ma non appartengono al nostro argomento. Del resto, se l'abbiano ignorato Zuzeni al tempo di Federigo secondo ed Ibn-Khallikân nella generazione seguente, si coltivaron pure le sciente matematiche in Sicilia sotto la dominazione arabica. Ne fan fede le memorie dei tempi normanni, delle quali diremo a suo luogo; ed anco alcun cenno immediato dell'undecimo secolo. Makrizi nella Topografia dell'Egitto, venendo a parlare dell'osservatorio che fondò al Cairo il mecenate Afdhal l'anno cinquecento tredici (1119-20), e il califo Amer spiantò a capo di sei anni, novera tra gli astronomi che v'erano condotti a stipendio, il geometra siciliano Abu-Mohammed-Abd-el-Kerîm,[1190] esule ch'ei sembra dopo il conquisto normanno. Ibn-Kattâ', nell'Antologia dei poeti siciliani, trascrivendo alcuni versi di Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan-ibn-Kûni con due righi di cenno biografico, gli diè lode anco di geometra ed astronomo. Il titol che aggiugne di Kâtib, ossia segretario; mostra che quest'Omar il fu in alcun oficio pubblico, forse nella segreteria di Stato. Del quale se i versi d'amore son troppo geometrici, v'ha uno squarcio d'elegia che direbbesi scritto da stoico romano anzi che da credente arabo: sì sdegnoso il pensiero, alto senza puntello di religione; ed anco semplice e grave nella forma; se non forse per due bisticci che il poeta incastrò nell'ultimo verso.[1191] Ibn-Kattâ' similmente fa ricordo del Segretario Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Kereni,[1192] astronomo, aritmetico e poeta.[1193]