Che la matematica e l'astronomia si fossero applicate in Sicilia a studii topografici, non si può negar nè affermare. In vero scorgiamo una bella. correzione della postura dell'isola rispetto all'Affrica. Ibn-Haukal Bel decimo secolo supponea la Sicilia guardare dritto Bugia, Tabarca e Marsa Kharez (La Calle); cioè la spingea due gradi più a ponente.[1194] Ibn-Iûnis, il celebre astronomo del Cairo, alla fine del decimo secolo, con errore contrario la tirava dieci gradi a levante di Tunis.[1195] Ma una notizia anonima che leggiamo in Iakût e par si debba riferire a sorgenti siciliane dell'undecimo secolo, pone vicinissima alla Sicilia tra le terre d'Affrica l'antica Clipea presso il Capo Bon, aggiugnendo correr tra quella e l'isola cenquaranta miglia, ossia due giornate di navigazione con buon vento, e, da un altro lato, lo Stretto del Faro misurarsi due miglia, là dove l'isola più s'accosta alla terraferma.[1196] Donde parmi che la correzione sopraddetta si debba riferire ai navigatori siciliani ed affricani, non agli astronomi; tanto più che lo sbaglio delle longitudini non si potea riconoscere da privati senza un osservatorio fornito di quegli smisurati stromenti che gli Arabi furon primi a costruire. Ignoriamo in qual tempo visse chi immaginò l'isola triangolo equilatero, misurandovi sette giornate di cammino da un vertice all'altro.[1197] Ibn-Haukal s'avvalse forse delle nozioni che correano nel paese e avvicinossi al vero quando assomigliò la Sicilia a triangolo isoscele con la punta rivolta a ponente,[1198] la base di quattro giornate, e ciascun lato di sette.[1199] Bekri ne fe' triangolo scaleno, troppo largo alla base, di cencinquantasette miglia, con censettantasette di lato maggiore e cinquecento di perimetro.[1200] Altri diè il giro di quindici giornate.[1201] Infine una misura che sembra oficiale e dell'undecimo secolo, portava undici merhele o diremmo stazioni di posta, da Trapani a Messina, e tre giornate di larghezza;[1202] onde s'argomenta che mancassero i rilievi di posta nella riviera orientale, e le distanze perciò si ritraessero il manco male che si potea dai viandanti. La somma è che i dotti siciliani studiarono piuttosto la geografia descrittiva che la geografia matematica del suolo ov'erano nati.

Lo Sceikh Abu-Sa'îd-ibn-Ibrahim, detto il Maghrebino e il Siciliano, compilò un libro di terapeutica, del quale v'hanno due codici, ad Oxford e Parigi. S'intitola il primo Ausiliare alla guarigione d'ogni sorta di morbi ed acciacchi;[1203] e il secondo Taccuino[1204] dei medicamenti semplici: unica opera, della quale il manoscritto bodleiano parmi il primo dettato, e il parigino la seconda edizione, corretta e semplificata. Considerato, che vogliansi adattare i medicamenti alle particolarità degli individui e dei mali; e che fin qui le opere di materia medica siano state compilate secondo i nomi dei semplici o delle malattie, l'autore si propone di presentar l'uno e l'altro ordine uniti insieme a colpo d'occhio per sussidio di memoria al medico. Fa dunque un volume di tavole sinottiche, notando nelle linee orizzontali ciascun semplice con sue qualità ed usi, secondo le divisioni che fanno le linee verticali o vogliam dire colonne. Pon quattro classi di malattie; del capo, degli organi respiratorii, degli organi digestivi e del corpo tutto; e poi nota nella linea orizzontale la denominazione tecnica della infermità. Tratta soltanto dei medicamenti semplici i quali son messi nell'ordine dell'antico alfabeto detto Abuged,[1205] seguíto sempre dai medici e matematici arabi. Nella introduzione si discorrono con dotta brevità i principii generali della materia medica.[1206]

Spedito ed utile manuale, il cui linguaggio tecnico, le divisioni, le teorie e qualche tradizione greca che s'accenna nella introduzione, rispondono al corpo di dottrine mediche che possedeano gli Arabi nell'undecimo secolo, qual si vede nella famosa compilazione d'Avicenna. Il riscontro col Canone ci conduce inoltre a supporre contemporaneo o anteriore ad Avicenna (980-1037) il Siciliano Abu-Sa'îd, il quale afferma niuno avere steso prima di lui tavole comparate di rimedii e malattie; e noi le troviamo appunto nel secondo libro del Canone.[1207] D'Abu-Sa'îd non avanza alcun cenno biografico. Tuttavia nè menzogna nè plagio non son da sospettare, quand'ei fa categorie patologiche diverse da quelle d'Avicenna; e dà un catalogo di semplici molto minore, dove pur se ne trova di tali che mancano nel Canone, ed è diversa la disposizione dei nomi identici. Se imitazione v'ebbe, par dunque l'abbia fatta Avicenna da Abu-Sa'îd, o ch'entrambi abbiano attinto alle medesime sorgenti, e recato nelle esposizione della materia medica quel genio simmetrico degli Arabi, senza conoscere i lavori l'uno dell'altro in regioni si lontane. Se non che il manuale apposito del Siciliano fu ecclissato dal trattato generale del Persiano, al quale poi si è attribuito, come a Tolomeo, Averroès ed altri compilatori antichi e moderni, tutto l'onor delle dottrine ch'egli coordinò ed espose.

Più che Abu-Sa'îd meritò della scienza il Siciliano Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm, sceriffo, ch'è a dir della stirpe d'Ali, autore d'un trattato di medicina che serbasi a Leyde ed era intitolato: Il libro dei medici su tutte le malattie dal capo alle piante.[1208] Limitandosi ai medicamenti semplici, chè i composti, dice egli, difficilmente riescono nè mai n'è certo lo sperimento, Ahmed breve accenna i rimedii indicati secondo le diagnosi; non tacendo le credenze volgari e contrapponendovi i dettami dei maestri greci ed arabi e sovente la propria esperienza. Divide l'opera in venti capitoli; da alcuno dei quali che ho percorso, specialmente il paragrafo su l'idrofobia, il Libro dei medici mi sembra ricco di osservazioni, dettato con quella saviezza sperimentale che si fa scorta delle teorie e ch'è sola via dritta in quest'arte. Ma pieno giudizio non se ne potrà dare, se la storia della medicina appo gli Arabi non sia meglio studiata che al presente, e se eruditi medici non approfondiscano quest'opera, la quale a prima vista sembra di gran momento. Ahmed ne compose un'altra, forse d'igiene, intitolata: Conservazione della salute; divisa in ottanta capitoli e dedicata ad un Abu-Fâres-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed; della quale tanto sol sappiamo da Hagi-Khalfa, e che l'autore si appellava Siciliano e Tunisino.[1209] Di lui non troviamo cenno nelle biografie dei medici arabi; talchè dobbiam lasciarlo tra quei d'età incerta, non potendo affidarci ad un barlume che ci condurrebbe all'ultima emigrazione dei Musulmani di Sicilia, sotto Federigo secondo imperatore.[1210] Visse di certo nella dominazione musulmana Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Tazi, poeta e letterato di gran fama in Sicilia, al quale Ibn-Kattâ' dà appellazione di medico, senza dirne altro;[1211] e noi ne riparleremo tra i poeti con l'onore e il biasimo ch'ei meritò. Del rimanente questo picciol numero di medici, le cui notizie ci pervengono come per caso, non prova che la scienza fosse trascurata in Sicilia.

Scarsi al paro i ricordi di cui seguì la filosofia antica, che gli Arabi chiamarono col proprio nome greco: e diceano Kelâm ossia “ragionamento,” la metafisica e logica religiosa acconciate a lor modo. I filosofi, spesso perseguitati in vita e dimenticati dopo morte, non tornan a galla nella storia letteraria degli Arabi, se non li spinge su qualche vestimento più leggiero: poesia o filologia. Così ci vien trovato nelle biografie dei linguisti di Soiuti, un Sa'îd-ibn-Fethûn-ibn-Mokram da Cordova, della illustre gente dei Togibiti, grammatico, filologo e scrittor di due trattati di versificazione; dato anche, dice Soiuti, alla filosofia. Fu costui contemporaneo del terribil ministro Ibn-Abi-'Amir, detto Almanzor, protettore delle lettere, persecutore delle scienze antiche; quel che bruciò i libri di filosofia ed astronomia della biblioteca di Cordova. Sa'îd, accusato non sappiamo se di scetticismo o ribellione, forse senz'altra colpa che il nascer di schiatta possente e temuta, fu chiamato da Almanzor, interrogato severamente e messo in prigione. Poi lasciaronlo andare in esilio; ed elesse la Sicilia, dove passò il resto de' suoi giorni, alla fine del decimo o principio dell'undecimo secolo.[1212]

Primaria scienza sacra appo loro la lettura del Corano, la quale portando seco interpretazione, riesce a gravi conseguenze legali, dommatiche e morali. Fu dettato il Corano quando tra gli Arabi contavasi a dito chi sapesse scrivere; nè a grammatica si pensava pur anco nè ad ortografia. Poscia Othmân nell'edizione canonica eliminò i luoghi apocrifi, le frasi estranee al dialetto coreiscita, ma non potè mettere in carta la sacra parola con segni più perfetti che gli Arabi non ne possedessero. Cioè che notavano precise tanto o quanto le consonanti,[1213] e delle vocali sol quelle rinforzate da accento, e non pur tutte: donde l'ambiguità di tanti vocaboli che non sono distinti se non dalle vocali, di tanti periodi varii di significato secondo i modi grammaticali che si accennassero leggendo.[1214] Il testo dunque sendo scritto, come oggi diremmo, in cifera di stenografia, nè bastando averlo sotto gli occhi per saperne appunto il tenore, era forza supplirvi con la tradizione orale e con le regole della grammatica. Indi i Lettori, i maestri di Lettura, i trattati e anche poemi didascalici, le sette scuole principali di lettura e non so quante secondarie, gli arabici assottigliamenti in cotesta novella scienza; e s'arrivò a notare il Corano con segni più presto musicali che ortografici: lettere, punti, lineette, sigle che si dipingeano a varii colori intorno gli arcaici caratteri negri del testo d'Othmân, e prescrivean le pause, le modulazioni e oficio dell'a, le articolazioni da elidere o permutare e simili.

Fu dei più rinomati Lettori del Corano al suo tempo Abd-er-Rahmân-ibn-Abi-Bekr-ibn-'Atîk-ibn-Khelef da Siracusa, detto Ibn-Fehhâm (Il figlio del Carbonaro), nato il quattrocencinquantaquattro (1062), uscito, com'è probabile, alla presa di Siracusa, l'ottantotto (1095), e morto il cinquecento sedici (1122-3). Andò cercando in Oriente i dottori principi della Lettura; praticò con parecchi d'Egitto; e soggiornò, forse diè studio, in Alessandria, essendo stato chiamato lo Sceikh Alessandrino. Compose il Soddisfacimento a chi brami saper bene le Sette Lezioni, e La Gemma Solitaria d'Ibn-Fehhâm su la Lettura: com'è vezzo degli scrittori arabi di porre titoli millantatori e avviluppati, purchè sembrino bizzarri. Si ricorda inoltre un suo Commentario su i Prolegomeni Grammaticali d'Ibn-Babesciâds: che grammatico ei fu anco e giurista, e poeta. Abbiamo, solo avanzo de' suoi scritti, qualche verso, elegante di lingua e stile, studiato di immagini, se il raccoglitore non trascelse appunto gli squarci ampollosi per dare un bel saggio.[1215] Nella poesia erotica d'Ibn-Fehhâm è tenerezza e delicatezza d'affetto non comune.[1216] Il disinganno d'uom battuto dalla fortuna gli dettò un epigramma, contro il suo secolo, ma la saetta arriva fin qui.[1217]

Segnalossi nella medesima scienza Abu-Tâher-Ismail-ibn-Kelef-ibn-Sa'îd-ibn-'Amrân, autore d'un trattato in nove volumi su le forme grammaticali[1218] del Corano, e d'un sommario intitolato Cenno su la Lettura: dov'ei messe a riscontro le Sette Lezioni, con dettato conciso da potersi tenere a mente, facile agli scolari, bastante anco ai dotti. Libro rinomato ai tempi d'Ibn-Kallikân, comentato poscia da molti e rimaso in onore fino al decimosettimo secolo, quando ne fe lode Hagi-Khalfa. Compendiò inoltre questo Ismail un'opera, credo teologica, intitolata L'Argomento, di Faresi. Fu noverato tra i primi letterati dell'età sua. Ibn-Khallikân, su la fede dello spagnuola Ibn-Baskowâl, gli dà per patria Saragozza; Soiuti lo ricorda coi due nomi di Siciliano e Spagnuolo; ed Hagi-Khalfa alterna l'uno e l'altro. Secondo tutti, fu Ansâri, cioè oriundo di Medina, e morì il quattrocentocinquantacinque (1063), in Spagna, credo io, dov'egli si fosse rifuggito, lasciando la Sicilia quando caddero i Kelbiti, o in quel torno.[1219]

Visse nella generazione seguente, e forse uscì di Sicilia al conquisto, Abu-Amr-Othmân-ibn-Ali-ibn-Omar da Siracusa, discepolo d'Ibn-Fehhâm in lettura e d'altri rinomati professori in tradizione, uomo di molta dottrina a giudizio del dotto Silefi che usò con lui; autor di varie opere di lettura, grammatica e versificazione, linguista inoltre e poeta, il quale tenea scuola di lettura del Corano nella moschea d'Amru[1220] al Cairo vecchio, verso la metà del duodecimo secolo.[1221] L'età non sappiamo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Haiun, siciliano, che scrisse al dir di Casiri un'appendice alla Parafrasi poetica del Corano, di cui v'ha un codice all'Escuriale.[1222] Vengon poscia i Lettori che non lasciaron opere, tra i quali si ricorda Kholûf-ibn-Abd-Allah da Barca, dimorante in Sicilia alla metà del quinto secolo dell'egira, dotto nelle due parti della grammatica cioè forma e sintassi, non digiuno delle scienze filosofiche e morali, e buon poeta al dir di Dsehebi.[1223] Lettore e moralista Abu-l-Kâsim-Abd-er-Rahman-ibn-Abdel-Ghanî; lettori anco Abu-Bekr-'Atîk-ibn-Abd-Allah-ibn-Rahmûn della tribù di Khaulân, passata in Siria e Spagna nei primi conquisti degli Arabi, ed Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Waddâni, il qual nome lo mostra oriundo d'Affrica. Tutti e tre poeti e vissuti nel decimo o undecimo secolo; i pochi versi dei quali, che trascrive Imâd-ed-dîn, mi sembran di pulite forme, e battono su la instabilità delle cose umane e consolazione delle sventure, tema grato ai Musulmani.[1224] Nella prima metà dell'undecimo secolo, levò grido il Lettore siciliano Abu-Bekr-ibn-Nebt-el-'Orûk, sì che un valente giovane spagnuolo, che poi meritò importanti ofici in patria, tornando dalla Mecca e dall'Egitto dove avea compiuto gli studii, fermossi in Sicilia a ripigliare quei di lettura coranica con questo Abu-Bekr, e del dritto con Abd-el-Hakk-ibn-Harûn.[1225] Si ricorda infine tra i Lettori il grammatico, linguista e poeta Abn-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah che volentieri direi venuto d'Affrica in Sicilia,[1226] finito pazzo, se ben m'appongo a quel che ci narran di lui. In sua vita d'austera morale e uggiosa pietà, gli venne visto un giovanetto figlio d'alcun capitano o regolo dell'isola; e non osando svelare il brutto pensiero che gli nacque, trafitto di dolore, si fece pelle ed ossa; il sangue, dirompendo dal fegato, che gli Arabi tengon sede delle passioni, gli offese il petto, lo portò via, scrive Dsehebi, da questo all'altro mondo, innanzi tempo. Con altro giudizio che quel degli Arabi, si direbbe che la consunzione gli turbò il cervello, il che pur suole avvenire, e com'uomo nudrito negli scrupoli immaginò tal peccato ch'ei non avea. Nè vale la sua propria confessione in eleganti versi, degni di men tristo argomento, i quali incominciano col dubbio ch'ei fosse fuor di sè, e si chiudono con affrettare la morte.[1227]

I detti e pratiche di Maometto, raccontati con sommo zelo dai contemporanei, messi in carta da quei che vennero appresso, sono, come ognun sa, la seconda sorgente della dottrina musulmana nelle scuole ortodosse; se non che l'ampia raccolta non fu mai compilata in forma autentica, non porta a quel che i Musulmani chiaman precetto divino, e i dottori, secondo lor giudizio, ne accettano e ricusano, esercitando la critica non meno su l'autenticità, che su la interpretazione dei vocaboli antiquati e frasi oscure. Studio vasto che diè origine a scuole mal note l'una all'altra, e condusse i tradizionisti a lunghe peregrinazioni qua e là, dove fosse alcun rinomato dottore o chi aveva appreso da lui. Fanno le tradizioni importantissimo corpo di dritto pubblico, civile e penale, e disciplina religiosa; avvegna che proveggano alla spicciolata a tanti casi non contemplati dal Corano: onde la tradizione è preparamento necessario, anzi parte integrale della giurisprudenza.[1228] S'ei fosse da stare ad una conghiettura dell'erudito Iakût, avrebbe preso soprannome dalla Calabria un Abu-Abbas, dei più antichi critici delle tradizioni: discepolo d'Abu-Ishak-Hadhrami, e maestro di Abu-Dâwûd-Soleiman, che dettò il Sinan, autorevole compendio. Ma Abu-Dâwûd morì l'ottocentottantotto di nostr'èra; onde si dovrebbe supporre che Abu-Abbâs-Kalawri avesse militato nelle prime squadre musulmane, che d'Affrica, Sicilia o Creta assaltarono la terraferma d'Italia (842). E non reggendo il supposto di Iakût altrimenti che su l'analogia del nome etnico, nè accompagnandolo alcun ragguaglio di biografia, ne rimarremo a questo cenno.[1229]