Si avanzò primo Ruggiero dalla parte di levante per le falde de’ monti, il dì appresso il raccontato scontro; occupò un sontuoso palagio e le ville dei contorni; le saccheggiò; fece abbondante caccia di prigioni, i quali nulla sapeano del nuovo gioco, quando si videro cinti da un cerchio di cavalli e stretti e presi e venduti.[265] La vanguardia apparecchiava per tal modo le stanze ai capi dell’oste: «Que’ dilettosi giardini, scrive Amato, irrigati d’acque, ricchi di frutta; dove albergarono con agi da principi, fino i cavalieri minori, proprio in un paradiso terrestre.» Appresentatosi quindi al Castel Giovanni, e uscitogli incontro il picciolo presidio,[266] uccidea quindici cavalieri musulmani, ne prendea prigioni trenta, e, insignoritosi del luogo, vi chiamava Roberto,[267] il quale indi sembra sbarcato lo stesso dì. Il quartier generale, come or si direbbe, fu posto in quel castello e ultimato il disegno di assedio. Rimasevi Roberto capitanando i Pugliesi e i Calabresi dell’oste; Ruggiero con le sue genti stanziò, com’e’ pare, dove or sorge la chiesa della Vittoria, a settecento metri dalla odierna porta Nuova, su lo stradone che mena a Morreale.[268] Talchè stando l’uno a ponente-libeccio l’altro a scirocco-levante e comunicando insieme, investivano la città, per più d’un terzo del suo perimetro, dal lato meridionale. A greco l’armata chiudeva il porto. Le picciole forze navali che rimaneano a’ Palermitani[269] furonvi ricacciate, perdendo un gatto ed una galea.[270]

Del rimanente s’era la città apparecchiata bene alla difesa; onde i Musulmani, stretti ch’e’ furono nelle mura, per frequenti sortite, con varia fortuna sturbavano le opere degli assedianti,[271] con indefessa vigilanza si guardavano, con valore e ostinazione combatteano.[272] I particolari non ripeterò, perchè trovansi nella sola cronica ritmica di Guglielmo: luoghi comuni che forse pareano corredo necessario delle Muse. Pur non passerò sotto silenzio un episodio narrato dall’Anonimo del duodecimo secolo: che lasciando spesso i Palermitani le porte della città aperte, quasi sfida ad entrare, egli avvenne che un terribile cavaliere musulmano tornando in città dopo avere uccisi parecchi Normanni, sostasse sotto la porta rivolgendo pur la faccia a’ nemici, quando un giovane guerriero, parente di casa Hauteville, adontato del piglio minaccevole, spronò contro costui. E trapassollo fuor fuora con la lancia. Ma richiusagli la porta dietro le spalle, senza stare un attimo in forse, spinge innanzi il cavallo in carriera disperata tra i Musulmani che il saettavano e gli davano addosso ed uscito illeso da un’altra porta, giugne tra’ suoi mentre il piagnean morto.[273] La quale avventura da Tavola Rotonda ci parrà meno inverosimile se la supponghiamo seguita nella Khalesa, piccolo ricinto con quattro porte che s’aprian tutte nel breve tratto dell’istmo.[274] Grandi combattimenti non seguirono infino all’inverno, studiandosi invano i nemici ad offendere la città.[275] Giugnean intanto aiuti d’Affrica, di forze navali, com’e’ pare, e non molte.[276] Già i principi della casa di Salerno, tediandosi d’una impresa che lor propria non era, ritornavano in Terraferma, dove più lieto spettacolo che l’assedio di Palermo offriva papa Alessandro, consacrando la nuova basilica di Monte Cassino, il primo ottobre.[277] E Roberto impaziente chiedea rinforzi in Terraferma; tra gli altri, al rivale principe Riccardo, il quale gli promesse dugento lance capitanate dal figliuolo Giordano e sì avviolle, ma le richiamò pria che passassero il Faro. Si disperava tanto della vittoria, che Riccardo collegatosi con la famiglia de’ conti di Trani e con altri antichi nemici di Roberto, osò assalire le costui terre in Calabria ed in Puglia. Il Guiscardo non si spuntò per questo dal suo proponimento,[278] sapendo bene che egli avrebbe trionfato di tutti in Palermo.

«In quel medesimo tempo (così Amato), era gran carestia nella città, mancando le vittuaglie, che non si trovava da comperarne. Era altresì grande pestilenza e mortalità, per cagione de’ cadaveri insepolti; ingombra la città di feriti, d’infermi, d’uomini fiaccati dalla fame, la debile mano dei quali più volentieri stendeasi a chiedere la limosina che a combattere. E i maliziosi Normanni spezzavan del pane e lasciavanlo a piè delle mura.[279] I Saraceni a venti ed a trenta correano a prenderlo. E il secondo giorno que’ posero il pane un po’ più lungi dalla terra e gli altri a correre, a darvi di piglio, ad assicurarsi e più numero ne veniva. Il terzo dì poi i Normanni messero l’esca più lungi, e quando i Pagani vennero fuori tutti, furon presi e tenuti schiavi o venduti in lontani paesi.»[280] Così il cronista, compiaciuto o indifferente, non so. Pur si commove al narrare come mancato il vino nel campo di Roberto, ancorchè vi abbondassero carni squisite, il duca e la moglie di acqua sola si dissetavano; il che, aggiugne, non potea fare specie a Roberto il cui paese non produce del vino; «ma considera, o lettore, la nobile sua donna, la quale, a casa il padre Guaimario, principe di Salerno, solea bere com’acqua fresca del vin chiaro e schietto!»[281]

Rincorò i Normanni il successo d’un combattimento navale provocato da’ Palermitani quand’ebbero gli aiuti d’Affrica, disperando tuttavia di snidare il nemico da’ posti occupati nella pianura. Avvistosi de’ preparamenti, Roberto apprestò anch’egli sue navi; nelle quali fece tendere intorno intorno le tolde de’ teli di feltro rosso da parare i sassi e le saette:[282] e quel colore potea tornar a mente a’ Normanni le imprese dei padri loro, i quali l’aveano reso terribile in sul mare, che la tradizione nazionale lo serba fin oggi nelle divise militari d’Inghilterra e di Danimarca. Ancorchè si possa tenere più numeroso il navilio normanno che il musulmano, par avesse disavvantaggio nella struttura non adatta alla guerra. Era questo d’altronde, dopo il fatto di Bari, il primo cimento navale dei dominatori normanni d’Italia; nè la memoria era spenta di quelle armate che infin dal nono secolo uscirono dal porto di Palermo a desolare le spiagge meridionali della Penisola; nè non vedea Roberto che una sconfitta sul mare l’avrebbe costretto a levare l’assedio per la seconda volta. Donde ai suoi disse ch’era uopo vincere o morire: li fece confessar delle peccata e solennemente prendere l’eucaristia. Confortate di tal cibo, continua Guglielmo di Puglia, le fedeli turbe, Normanni, Calabresi, Baresi ed Argivi entrano in nave; nè basta a spaventarli il suono degli strumenti, il tonante grido di guerra de’ Musulmani. Si scontrano le armate: resistono i Siciliani e gli Affricani, finchè sforzati da un cenno divino, voltan le prore. Qual nave fu presa, qual sommersa; la più parte si rifugge nel porto, chiudelo con la catena, e questa spezzano i vincitori, e fan preda d’altri legni, a parecchi appiccan fuoco.[283] Altro non dice il cronista; ond’e’ si vede che l’armata normanna, superate le prime difese del porto, fu costretta a ritirarsi.

Minacciati tuttavia i Musulmani da quest’altra banda,[284] scemati per le spesse morti, affranti dalla fame, dalla pestilenza, dalle fatiche, Roberto non differì l’assalto generale. Aveva egli fatte costruire quattordici scale[285] congegnate con artifizio che parve mirabile in quel tempo,[286] da innalzarsi a ragguaglio delle mura. Mandate nottetempo sette delle scale a Ruggiero, va egli stesso a trovarlo; concertano gli ordini dell’assalto, i segnali e ogni cosa.[287] Lo sforzo più grave fu affidato a Ruggiero contro la fortezza principale, cioè la città vecchia, da libeccio; onde passava a quella parte il grosso dello esercito di Roberto. A greco dovea minacciare, e non altro, il navilio. Roberto riserbossi uno stratagemma nel caso che fallisse Ruggiero: un colpo di mano su la Khalesa ch’avea mura più basse.

Presso a compiersi i cinque mesi d’assedio, il primo o un de’ primi giorni dell’anno millesettantadue, al far dell’alba,[288] il clamore che si levò nel campo di Ruggiero facea correre precipitosamente i Palermitani a quelle mura.[289] I fanti nemici s’avanzano ratti; con frombole ed archi tiravano ai difensori in su i merli, quando i cittadini, sortiti con grande impeto, spazzavano la turba nemica, inseguivano a piè ed a cavallo i fuggenti. Caricò allora la cavalleria normanna, ruppe a sua volta gli assediati, ricacciolli in città, stringendoli sì gagliardamente sino alla porta, che già erano per entrare insieme alla rinfusa. Allo estremo pericolo, i Musulmani calan giù la saracinesca; serran fuori i loro fratelli, de’ quali i Normanni, sotto gli occhi loro, tra il grido e il compianto, fecero un macello.[290] E i Normanni a ripigliar l’assalto delle mura. Adducono la prima scala; già tocca a’ merli: chi salirà? Si guardavano l’un l’altro negli occhi. Un Archifredo subitamente fa il segno della croce e si slancia su pei gradini; due guerrieri il seguono, saltano sul muro, quand’ecco sfasciata e infranta la scala. Soli incontro a cento, andati in pezzi gli scudi loro, gittaronsi giù dalle mura, e sani e salvi rimasero, al dir di Amato. Gli altri ch’eran saliti per altre scale furon anco respinti. Allenarono i Normanni, si ritrassero.[291] Avvicinandosi già la sera, parea fallito l’assalto.

Ma alle eloquenti parole di Roberto, dice Guglielmo di Puglia e le mette in versi, ai conforti, crediam noi, di Ruggiero e secondo il disegno già ordinato col duca, ritornarono pur i Normanni a piè delle mura: e i cittadini traeano tutti al posto minacciato; sicuri di buttar giù ne’ fossi un altra volta gli assalitori, non poneano mente alla Khalesa dove quel dì non avea romoreggiato la battaglia. Quando Roberto, a un segno dato da Ruggiero, chetamente con trecento[292] uomini eletti arriva, tra gli alberi dei giardini, alla Khalesa. Corrono in fretta con le scale ad un muro difeso da poca gente; pria che venga aiuto dalla città vecchia, sbarattano i difensori, saltan dentro, spezzano la porta; ond’entra Roberto col resto de’ suoi.[293] La quale stava dietro l’odierno convento della Gancia, sur una piazzetta cui è rimaso il titolo della Vittoria, al par che ad una chiesa ove la tradizione addita, nel primo altare a destra, gli avanzi della porta sforzata da Roberto ed un’immagine votiva.[294] Ma accorrendo lì i cittadini quando si seppe entrato il nemico, seguì disperata zuffa insino a notte; rimase tutto coperto di cadaveri il suolo; rimaserne padroni i Normanni, rifuggendosi nella città vecchia i Musulmani che camparono alla strage. I Normanni intanto saccheggiavano le case, uccideano gli adulti, partivansi tra loro i fanciulli per venderli schiavi.[295] La notte stessa il conte recò rinforzi a Roberto, esposto nella Khalesa, con un pugno di gente, alla vendetta degli abitatori non vinti della città vecchia.[296] Furon indi messe guardie alle torri che fronteggiavano quelle mura superbe.[297] Parea che nuova battaglia fosse da combattere la dimane, e forse da ricominciare l’assedio.

La discordia de’ Palermitani abbreviò le fatiche a’ nemici. Nella lunga notte che questi passarono afforzandosi nelle mura della Khalesa, le fazioni della città vecchia disputavan tra loro se fosse da riprendere la battaglia. Vinse il partito avverso: la notte medesima mandò a dir a’ Normanni che la città fosse pronta a sottomettersi e dare ostaggi.[298] Ed aggiornando, due capitani che avean preso il reggimento della città in luogo del consiglio municipale, si appresentarono con altri notabili a Ruggiero per trattare i patti.[299] Fermati i quali, Ruggiero entrava nella città vecchia; guardigno, accompagnato da valorosi cavalieri, sopravvedeva i luoghi, mettea guardie ne’ posti più opportuni e ritornava a Roberto. Il quale al quarto dì, solennemente recossi al duomo, preceduto da mille cavalli, accompagnato dalla moglie, dal fratello, da’ fratelli della moglie e da altri baroni. Smontano alle soglie, umili, compunti, lagrimando di tenerezza. Sgomberati i simboli musulmani,[300] forniti i riti della nuova consecrazione, l’arcivescovo, il greco Nicodemo, che soleva uficiare nella povera chiesa di Santa Ciriaca, celebrò la messa dinanzi a’ vincitori nell’antica chiesa, divenuta giâmi’ dell’islam, rifatta or cattedrale col titolo di Santa Maria: e dotolla Roberto di entrate e di sacri arredi.[301] Alcuno buon cristiano, scrive il buon Amato, vi udì la voce degli angioli che cantavano dolcissimi Osanna; e il tempio talvolta apparve illuminato della luce di Dio, mille volte più splendente che niun’altra del mondo.

I patti della resa variamente si leggono presso gli storiografi dei due rami sovrani di casa d’Hauteville. Guglielmo di Puglia verseggia che i Palermitani s’arresero, salva la vita, e che Roberto non solo l’accordò, ma anco promesse di non far loro alcun male ancorchè e’ fossero Pagani, e mantenne la parola, nè cacciò alcuno dalla città. Amato, robertista anch’egli, parla di resa a discrezione.[302] Il Malaterra, al contrario, afferma stipulato il patto che nessuno fosse sforzato a rinnegare la fede musulmana, nessuno aggravato con nuove e ingiuste leggi.[303] Più preciso l’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, dice pattuite le medesime condizioni che si osservavano a’ giorni suoi.[304] Delle quali se non abbiamo il testo, puossi tuttavia tenere per fermo che, oltre la tolleranza religiosa, i Musulmani di Palermo godessero la libertà e sicurezza delle persone, il mantenimento delle proprietà, i giudizii tra loro secondo leggi musulmane e da’ loro magistrati: nè egli è punto provato, nè probabile, che fossero sottoposti alla gezia. Ma di ciò più largamente a suo luogo.[305]

Ritornò per tal modo Palermo, dopo dugenquaranta anni, al nome cristiano, assai più splendida, vasta, popolosa, ricca, civile, ma bagnata di sangue e di lagrime; chè “il numero dei Saraceni che furono uccisi e di quei che furono presi e furono venduti, dice Amato, passò ogni esempio.” Poco appresso Palermo, si diede a Roberto spontaneamente la città di Mazara, obbligandosi a pagare tributo.[306]