«Art.... Ogni socio, la sera in cui sarà accolto, narrerà in stile sublime la storia della sua vocazione, e in istile dimesso la storia dei suoi primi amori».
Parlammo di primi amori e di ultimi, comparativamente; si cadde d'accordo che convien lasciar soli a narrare i loro amori i poeti capelluti che vivono sulla anatomia patologica del proprio cuore; e di discorso in discorso contrassi il debito con voi di narrarvi qualche avventura mia di viaggio: questo debito vengo ora a pagarvi, come soglio pagar i debiti, tardi.
La scena è in Egitto, a Khankah (non pronunzierete mai bene questo nome se non con una spina di pesce confitta nella gola): siamo al Nord-est del Cairo, una trentina di chilometri discosto dalla gran capitale, un po' meno dal Nilo, sulle sabbie dove comincia il deserto di Gessen, e proprio là dove s'accampano a pernottare, dopo la prima giornata di cammino, le carovane che dal Cairo muovono verso la Mecca.
Dalla parte del villaggio che guarda verso il Cairo, v'ha moschea abbastanza grande e bella; e una delle prime casipole presso la moschea, non meno cadente delle altre, è il caffè. Dentro è una tana buia ove non entra nessuno; fuori, due mattoni ritti con un po' di carbone acceso fan da caminetto; una stoia in terra fa da sedile; una stoia stesa sopra, e il fogliame di un sicomoro, fanno da parasole.
Il gusto di esercitarmi nella lingua del paese e di studiarne i costumi m'avea tratto, verso il tramonto di un bel giorno di ottobre, a quel caffè, e me ne stavo accovacciato sulla stoia presso ai personaggi più segnalati del luogo, il scek beled, o capo del villaggio o sindaco, il cadì o giudice, l'imam o prete della moschea, e qualche altro: essi vestivano l'abito civile del paese, caftan, cintura, babbucce e turbante, quel vestimento che gl'Italiani in Egitto chiamano alla lunga: io vestiva alla nizam, cioè come i zuavi, e portava al petto la mezzaluna ottomana secondo il mio grado militare di capitano aiutante maggiore. Per quelle misteriose vie il mio destino mi guidava alla toga!
Accosto al caffè v'era la bottega del barbiere, e veniva ad ogni tratto qualcuno a farsi radere il capo.
La conversazione era lenta, più il fumare che il parlare; io mandava giù il fumo fragrante che mi veniva dal lungo e tortuoso tubo del narghileh, e teneva gli occhi lungamente fisi a ponente, ove i raggi del sole al tramonto facevano su quella parte del cielo un mare di fuoco, fiammeggiante di vivissima fiamma.
Signora, io aveva allora venticinque anni, e, come il vecchio Schiller, aveva già vedute molte sventure mie ed altrui.
I miei vicini mi scossero, indicandomi un dromedario e un asino che venivano per le sabbie dalla parte del Cairo, portando ciascuno rispettivamente un uomo: il dromedario veniva a passo lento, l'asino di portante e assai celeremente, per tenersi a fianco del suo compagno di via.
I due viaggiatori erano vestiti alla nizam, ma appena si appressarono potemmo scorgere che uno solo dei due era indigeno; l'altro, quando le fattezze non l'avessero detto apertamente subito, si mostrava europeo al modo impacciato con cui portava il suo vestimento, al modo in cui si teneva sul dromedario, allo sfoggio delle armi di cui s'era coperto: schioppo, pistole, scimitarra, cangiar; peggio di un arnauto, dicevano i miei vicini.