La coscienza, l’io individuale, non sarebbe concepibile, negli stati successivi del tempo, se non poggiasse su base stabile ed invariabile che si rende evidente nella fisonomia di ciascun atto, e serve ad enucleare le nostre azioni in organismo compatto ed analogo, pur subendo svariate trasformazioni. Ciò che è per l’individuo, è per l’uomo collettivo; ciò che è per la specie, è pel genere. Mercè l’astrazione noi ci formiamo l’idea del tipo, simbolo d’un modo di essere differenziato e permanente. L’osservazione sulla esistenza e sulle norme regolatrici d’individui formanti la gran maggioranza sociale ci mena all’induzione di regole di funzionamento e di condotta comune, donde l’idea astratta del tipo di uomo normale. Le variazioni, cui il tipo è soggetto, sono analoghe alle condizioni di ambiente o sociale o storico o etnico. Insomma, il concetto di tipo non si diparte da ciò che è inerente a qualunque altro concetto della nostra mente e che si riassume nell’infrascritto principio: il pensiero non è che il prodotto necessario della relatività delle nostre funzioni psichiche.

Nell’antagonismo di forze divergenti il centro di gravità del processo intero è sempre fisso; nella deviazione di moto l’azione e la reazione corrispondono ad oscillazioni compensatrici. Allo stesso modo, la instabilità e la stabilità dell’equilibrio psichico dipende, nella serie di oscillazioni, dall’uso maggiore o minore di potere inibitorio o di forza di resistenza e di arresto. Ciò, in seguito, sarà ampiamente dimostrato.

5.—L’equivalente etico dello squilibrio psichico risponde al disordine causato da volizioni ed azioni non conformi alla media di esistenza sociale in armonia al benessere individuale o collettivo; il delitto turba, di per sè, questa media di ordine, e ciò perchè con esso il comune centro di gravità della nostra attività è spostato; è scosso o negato l’accordo tra l’individuo ed i suoi simili. Uno dei tratti della condotta detta immorale—osserva Spencer—è l’eccesso, mentre la morale ha per carattere la moderazione. Gli eccessi implicano divergenze delle azioni da un medio; la moderazione, per contro, implica conservazione della via di mezzo; donde segue, che le azioni dell’ultima specie possono essere definite più facilmente che non quelle della prima. Chiaramente, la condotta che non è repressa si raggira fra grandi ad incalcolabili oscillazioni, per cui differisce dalla condotta che è moderata, le cui oscillazioni naturalmente sono fra limiti ristretti. Ed essendo fra limiti ristretti, apporta necessariamente determinazioni relative di movimenti[10].

Le regole di condotta ci apprendono che vi sieno determinati intenti a cui dobbiamo dirigere le azioni; e che vi siano modi o maniere da prescegliere onde si pervenga ai detti intenti. La nostra attività, estrinsecandosi, è accompagnata, negli atti consecutivi, dalla consapevolezza, spontanea immanente o riflessa, di relazioni preordinate o sistematizzate a causa della nostra previsione o dell’abitudine. Il delitto, cagionando danno privato e pubblico, è in contraddizione con i fini della coesistenza, di concorrere al benessere dei simili; ed è in contraddizione, ancora, con i modi o le maniere onde debba estrinsecarsi l’attività nelle azioni. L’esquilibrio, quindi, dal soggettivo si proietta nel mondo oggettivo; e desta allarme, perchè scuote la sicurezza del benessere altrui e minaccia di privare, la esistenza, delle condizioni che le sono più propizie. Finchè l’esquilibrio resta nello stato soggettivo, non vi è ragione di esserne allarmati; vi sono dei primi atti di estrinsecazione, i quali neppure richiedono di essere repressi: potendo i medesimi servire a scopi indifferenti o criminosi, nel dubbio, il dovere impone di sospendere qualunque decisione. Ma, tostochè dagli atti incerti, di mera preparazione, si passa agli atti di esecuzione, accrescendosi il pericolo sociale, la legge provvede a che la minaccia sia repressa, poichè nessuno ha il diritto di turbare quell’ordine od equilibrio di vita, il quale è fondamento e condizione imprescindibile di esistenza. Proseguendo a riflettere, si avrà il perchè certi fatti, pur ristretti in termini di mera possibilità di danno, sieno dalla legge puniti; ad esempio il tentativo in alcuni reati, la falsità in atti che debbono serbare la impronta della pubblica fede. L’esquilibrio proprio del delitto, obbiettivandosi esteriormente, conserva sempre i caratteri intrinseci di soggettività: senza che si renda causa di atti che materialmente o realmente offendano i simili, in costoro, soggettivamente, apporta un’alterazione di benessere, il cui esponente è l’allarme o il timore di veder rotta la compagine sociale, ed infranto il reciproco dovere di assistenza e di rispetto tra i componenti l’aggregato. Il concetto di equilibrio o di esquilibrio etico o sociale, soggettivo od oggettivo, va inteso sempre comparativamente alle esigenze di condotta o di benessere comune tra le persone facienti parte d’una società; donde il dovere d’una giustizia distributiva, che s’ispiri, cioè, all’obbligo di salvaguardare il diritto di ciascuno in proporzione del bisogno di mantener saldi i legami delle parti verso il tutto. I costumi, gli usi, le leggi sono tanti termini delimitativi delle umane azioni; sono le pietre miliari che segnano le tappe progressive dell’uomo sul cammino della civiltà. Ma sono, anche, argini opposti al dilagare di correnti che minacciano di travolgere povere vittime. Ciò che altera la costante evenienza dei fenomeni di natura non può tornar mai di bene per l’uomo; ed il delitto n’è l’esempio.

6.—Riassumendo, diciamo, che le funzioni psichiche criminose, considerate nel loro aspetto intrinseco, sono l’equivalente di facoltà disadatte all’uso del potere inibitorio ed allo stato di equilibrio; considerate nell’aspetto estrinseco, sono le cause di turbamento di quell’ordine sociale che è la forza specifica del benessere individuale in accordo col benessere collettivo.


CAPO II.

Gli elementi psichici criminosi.

1. Legge di continuità nei fenomeni psicofisici; legge di correlazione tra l’essere ed il suo ambiente.—2. La legge di continuità e di ambiente rispetto al delitto.—3. Ragioni per cui il funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge all’analisi sperimentale; norme relative alla prova della genesi fisica del delitto.—4. Gli elementi psicofisici del delitto e l’interno stato di equilibrio.—5. Stato di esquilibrio psichico; forza e movimento; motivo, causa ed azione.—6. Che cosa s’intenda per impulso; duplice principio fondamentale della psicologia monistica.—7. La psicofisica ed il suo valore nei fenomeni di esquilibrio del delitto.