4.—Ontogeneticamente la sensibilità del criminale dipende in primo luogo dalla eredità. È fin dal momento della generazione e della vita intrauterina che le qualità malefiche pigliano consistenza e cominciano a palesarsi. Le leggi della eredità fisiologica e patologica si applicano specialmente alla biogenesi del delitto. Le varietà di risultati, che spesso mettono in dubbio la verità delle leggi generali, dipendono dalla infinita serie di circostanze imprevedibili. Ma la indagine accurata sui germi embriologici del delitto, non trascurando alcuno degli elementi ereditarî ed atavici, i quali potettero influire direttamente o indirettamente sulle qualità acquisite dalla nascita, deve fornirci molti lumi, intorno alla conoscenza delle qualità medesime, senza i quali resteremmo di fronte ad imperscrutabili misteri.
Fin dal momento che la vita individua comincia con la cellula-uovo fecondata o cellula stipite (cytula), i caratteri organici dei genitori si trasmettono nella prole. Il dubbio che ne potrebbe sorgere, secondo che abbiamo detto, è dal non conoscersi ancora esattamente le trasformazioni tutte inerenti alla legge di variazione nei novelli organismi sôrti dalla unione dei germi dei genitori: però eziandio in ciò vige il principio universale dell’unità della vita nello spazio e nel tempo, non che l’altro della varietà con la identità sostanziale degli esseri.
5.—Dalla biogenesi cenestetica del criminale passiamo ai primi stadî di sviluppo, alla infanzia. Qui troveremo analoghi caratteri tra ciò che si osserva nei fanciulli e la delinquenza nei selvaggi. L’imprevidenza, la crudeltà, la insensibilità, l’impetuosità, sono distintivi dell’infanzia del criminale e trovano perfetto riscontro in uomini barbari a livello sottostante alla civiltà. La natura di questo scritto mi dispensa dall’addurre esempî comprovanti l’asserto, i quali, d’altronde, furono così bene raccolti dal Lombroso nel primo volume del suo Uomo delinquente. Concludendo, diciamo, che la genealogia del delitto, sopratutto nelle forme inferiori della vita psicofisica, non deve mai scompagnarsi dagli opportuni riscontri con lo sviluppo delle qualità criminose dell’individuo; i due campi di studî s’integrano e si completano a vicenda.
Vogliamo soltanto aggiungere, che le anomalie di sensibilità, fisica o morale, del fanciullo, più che da costituzione organica, dipendono dalla deficienza o mancanza di discernimento di molte operazioni causanti effetti dolorosi per sè o per gli altri. Molti psicologi dell’infanzia furono sorpresi di atti in apparenza crudeli in fanciulli che, cresciuti in età adulta, diedero prova di squisita sensibilità e tendenze altruistiche. Essi attribuirono il mutamento, in bene, all’opera della istruzione e della educazione. Si ingannarono. La insensibilità era l’effetto dello stato d’incoscienza o di imprevidenza del fanciullo; la qualità opposta nacque dal momento che si acquistò consapevolezza di ciò che equivalga produrre uno stato doloroso. L’attenzione, facoltà molto tarda a svilupparsi; la riflessione, prodotta dalla padronanza negli interni processi di arresto, giuocano influenza massima sui fenomeni di percezioni sensitive: mancando di regola, od essendo molto deboli nei fanciulli, non vi è a meravigliarsi se questi si mostrino così poco sensibili e sì poco inchinevoli alla pietà per i dolori altrui.
6.—Conosciuta la cenestesi del criminale, riprendiamo la trattazione dei motivi, sotto il riguardo della teoria fisio-psicologica. Abbiamo visto che l’azione dei motivi, sulla nostra sensibilità, interna od esterna, obbedisce a leggi affatto dinamiche. Essi, in altri termini, non sono che altrettanti coefficienti di energie.
La loro principale legge è la legge della dinamogenesi, per cui ogni stato di coscienza tende a continuarsi in un movimento. I motivi furono da noi distinti in esterni ed interni. Essi, però, in quanto sono efficienti o coefficienti dei delitti, non sono che equivalenti di sentimenti o di idee. Vedremo, a suo tempo, la natura differenziale delle emozioni criminose, e quanta efficacia abbiano nel predisporre al delitto.
Per ora diciamo, che l’azione dei motivi, con la energia di sentimenti, svolgesi nella regione dei fenomeni affettivi. Senza pretendere, che non ne sarebbe il luogo, di fare distinzioni dei fenomeni medesimi, basterà dire, pel nostro intento, che essi tutti o sono causa di dolore, ovvero di piacere. Ridotta la energia dei motivi alle due forme primigenie della nostra vita emotiva od affettiva, non resta che ricorrere alle leggi generali, onde quelle sono rette, per concludere a nozioni soddisfacenti.
Il piacere ed il dolore sono i due limiti estremi in cui si polarizza la nostra vita. Corrispondono al primo tutti gli stati psicofisici che rialzano la tonalità delle funzioni al grado di maggiore successo, per esuberanza di energia attuale che non superi la media del bisogno e che agevoli l’opera dell’attenzione ad effettuarsi senza incontrare ostacoli.
Corrispondono al secondo gli stati depressivi delle energie psicofisiche; ne sono cause le difficoltà al funzionamento, l’arresto o l’impedimento alla soddisfazione di bisogni, lo squilibrio parziale o totale dell’organismo. Che vi sieno stati interni indifferenti io non ne dubito; ma indifferenti verso chi?—Certo verso il soggetto che non li avverte, non in sè stessi considerati o nelle loro cause. Il passaggio da un estremo ad un altro, in ogni specie di fenomeno, è segnato da punti intermedî. Il campo visivo della coscienza ha dei limiti abbastanza mutabili, che acquistano o perdono estensione a seconda della luce mentale riflessa: ma chi può dire che nei più oscuri confini essa manchi di contenuto; o che, al disotto o nei pressi della sua soglia, non funzionino delle energie di cui non abbiamo neppure il sospetto?