17.—Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici, secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di ciascuna sensazione da noi percepita.
La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici dell’esperienza ma l’esperienza generale nella sua natura immediata, non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel causale collegamento di essi (Wundt).
Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali, l’esperimento e l’osservazione. L’esperimento consiste, giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria dell’osservatore; l’osservazione, poi, in senso stretto, studia i fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.
L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.
Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni, rientrando nel còmpito della psicofisica; altri si estendono ai processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia della psicometria. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare tutti i sistemi pratici che si tengono per constatare le leggi, a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che, con l’uso degli esperimenti psicometrici, si pervenga a misurare il cosidetto tempo di reazione, l’estensione della coscienza e dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto. Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione, ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia possibile usare il metodo sperimentale ed egualmente alcuno per la cui ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].
Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?
I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione, la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti, abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata, più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero, continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attività e leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?, si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.
18.—Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve in unità elementare—la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo, la chimica nella monade eterea—la psicologia criminale si risolve nei motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima del delinquente.
Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta, dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano, senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere, di prevedere; alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva, ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto, bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesi tecnico! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati. Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia, appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse, cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi, rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il criterio a posteriori della pena, del quale avanti facemmo motto, si integrerà col criterio a priori dell’intima conoscenza del prevenuto, ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.