Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e il Cagliostro sono due eccezioni e l'eccezione in casi simili che cosa vale? Il primo è l'espressione d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di una congenita ribalderia, la quale finisce come ha cominciato, e due tipi come questi ogni tempo può darli.„

L'argomento prova troppo, dunque non prova niente, come diceva un mio vecchio professore di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà il pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro hanno sfruttato; non ogni tempo vi offrirà al pari della seconda metà del secolo XVIII una folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche proporzioni di quei due, abbiano con essi comuni tante disposizioni psicologiche e tante forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi non si sa dove, tentare mille espedienti, mille professioni, correre mille avventure, sempre in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla realtà che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, nell'aria respirabile della seconda metà del Settecento, che la letteratura stessa, se nei romanzi deve immaginare un protagonista (si chiami esso Tom Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace o De Grieux) non se lo sa immaginare che così.

XI.

E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella realtà, cominciano, se non altro, come avventurieri, dato anche che poi non finiscano come tali. Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca il tempo e mi contento di finire, ricordando alcuni dei nomi, che ho accennati in principio. Non è una vita d'avventuriere quella del Da Ponte, che da romanzetti erotici di gondola e di Ridotto in Venezia passa a sfoggiare teorie alla Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi incendiari, è bandito, capita a Vienna alla morte del Metastasio, rivaleggia col Casti, scrive il bellissimo melodramma del Don Giovanni pel Mozart, cade in disgrazia per amore d'una cantante, erra per un pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, fallisce come impresario di teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e finalmente va a cercar fortuna in America cogli abiti che ha indosso e possedendo per tutto viatico una cassetta di corde da violino? Non sono vite d'avventurieri quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi, semipoliticanti e appartenenti entrambi a quel gruppetto di piccoli e grossi avventurieri italiani, che si stringe intorno a Stanislao Augusto re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina di Russia al trono dei Batory e dei Wasa? Il Piattoli è fiorentino, e della sua vita finora poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi a Varsavia mescolato ai grandi imbrogli diplomatici pei successivi sbrani della Polonia, pare l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il Thiers, che nella sua storia lo indica per uno di quegli ingegnosi avventurieri recanti nel Nord l'esprit et le savoir du Midi, pretende che entrato poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamente suggerite non poche delle idee, che prevalsero nei trattati di Vienna del 1815. Una Krüdener uomo!!

Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista nello spedale di Santa Maria Nova va chirurgo a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore nel Kentuky in America, dove porta contadini Lucchesi, contrae amicizia e coopera cogli uomini più eminenti dell'indipendenza Americana, torna loro agente segreto in Europa, e quindi entrato così nella diplomazia, diviene agente segreto del re di Polonia, e in tale qualità assiste alle prime grandi scene della rivoluzione francese, fonda con altri in opposizione al club dei forsennati Giacobini un club di moderati, che naturalmente non fece nè caldo nè freddo, dopo di che ritornato in Toscana a vita privata, scrive senz'arte alcuna, ma con una certa ingenuità non ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni.

Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, Milanese, il quale dopo aver militato in Germania aspira al trono di Corsica, senza scoraggiarsi della trista fine di quell'altro grande avventuriere tedesco, che era stato Teodoro di Neuhof, gira mezzo mondo in cerca d'aderenti al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere dal Pombal nominato generale in Portogallo e guastatosi con lui corre sotto la bandiera dei filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di tutto, si getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce a Ginevra, scrivendo i ricordi d'una vita, a cui non erano mancati i prestigi alla Cagliostro e gli amori alla Casanova?

Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, fino a che nel 1762 si posa finalmente a Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, chi sa tra che squallore e che angosce, durante l'interregno del Terrore.

XII.

Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire: il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellione letteraria ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa, non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini; l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo, amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da Federico il Grande, divulgatore galante di scienza ad uso delle dame, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno (tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto d' opera buffa a trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: anima di Platone e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino, e tutti lo festeggiano a gara e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i teologi;„ il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista, uomo di Stato, autore d'un Alceste, in cui entrano Morte, Inferno, Paradiso, “tutti i novissimi, come diceva il Metastasio, tranne il Giudizio „ introduce in Francia (di balla col Casanova) il giuoco del lotto; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita, dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato, così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi tratti la fisonomia e le strane vicende.

V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza, la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa, vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti a cavaliere dei due secoli, fra la fine della frolla e tarlata società del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche, agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia l'uragano vicino a scoppiare.