L'ABATE GALIANI
(1728-1787)
CONFERENZA
DI
Vittorio Pica.
Nei parecchi volumi della corrispondenza di Federico-Melchiorre Grimm e di quella di Dionigi Diderot con madamigella Voland, nei quali così bene rispecchiasi la fisonomia originalissima di quella società parigina della fine del Settecento, in seno a cui andavasi maturando uno dei maggiori rivolgimenti della storia dell'umanità, il nome di un Italiano viene assai di sovente ripetuto ed esso è sempre accompagnato dalle più lusinghiere espressioni di simpatia e dalle più enfatiche frasi laudative; e questo nome lo si ritrova non meno magnificato in alcune lettere di Caterina di Russia ed in varie pagine di Voltaire, di Marmontel, dell'abate Morellet e di altri illustri scrittori della medesima epoca.
Chi era mai quest'uomo eccezionale per aver saputo accaparrarsi tante autorevoli simpatie in un centro così altamente intellettuale quale ci appare, nel secolo scorso, Parigi, verso cui rivolgevansi le menti dell'Europa intera; chi mai era quest'uomo, che, nei salotti parigini, i quali con le brillanti ed insieme profonde conversazioni sur ogni argomento politico, letterario, morale, contribuivano forse molto più di ogni libro al grande movimento filosofico e sociale, era riuscito ad occupare uno dei posti più importanti, tanto che, siccome afferma il Marmontel, tutti tacevano per starlo ad ascoltare durante ore intere; chi era mai quest'uomo, che con gli acuti ed originali suoi apprezzamenti sulle più svariate questioni sapeva tenere sempre desta la perspicace attenzione degli Enciclopedisti e, nell'istesso tempo, sapeva, con le inesauribili sue barzellette, coi suoi amenissimi aneddoti, con la sua esilarante mimica meridionale, affascinare le dame, e che, nella capitale dello spirito, faceva sfoggio di tanta arguzia, e di tale instancabile brio da fare esclamare alla leggiadra ed intelligente Duchessa de Choiseul: “In Francia lo spirito trovasi in moneta spicciola, in Italia in verghe d'oro„?
Egli era un abate napoletano, poco più che trentenne, ed aveva nome Ferdinando Galiani. A Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel sapiente conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro Bernardo Tanucci, come segretario d'ambasciata presso il conte de Cantillana, un gentiluomo spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che mediocre, a cui era affidato l'incarico di rappresentare il Re di Napoli presso la Corte di Francia.
La prima impressione prodotta dal Galiani a Parigi era stata affatto grottesca: egli era alto poco più d'un metro, sicchè, quando il conte de Cantillana lo presentò, nella grande sala delle udienze di Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, al veder la sua personcina di pigmeo vestita da abate, non potettero trattenersi dal ridere ed il monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; ma l'abatino napoletano, senza punto turbarsi e con la maggiore serietà, fatto il profondo inchino di rito, disse: “ Sire, vous ne voyez à present que l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient après. „ Tale arguta prontezza sorprese e piacque immensamente e può dirsi che fin da quel momento il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione di persona di spirito, che doveva raffermarsi ed accrescersi sempre più durante i dieci anni di sua dimora a Parigi.
La suscettibilità del suo amor proprio era però fin d'allora eccessiva e quasi morbosa, sicchè egli, per quell'incidente, da cui pure era uscito vittorioso, prese in odio la Francia e mandò lettere su lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo a Napoli. “Io mi sono disingannato„ — egli gli scriveva — “e riconosco di non essere punto fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il mio modo di pensare e tutti i miei difetti naturali mi renderanno qui insopportabile sempre ai Francesi ed a me stesso.„
Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un fido amico ed un intelligente collaboratore della sua opera politica a Parigi, non gli dette ascolto e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia col Grimm e col barone Gleichen e presentato da costoro nei salotti della signora Geoffrin, della duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay, del barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione che il dover lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, fu forse il maggior dolore della sua vita.