Per potersi spiegare la primitiva impressione ostile così acutamente risentita in Francia dal troppo suscettibile abate, non bisogna dimenticare che egli, trovatosi d'un tratto balzato in mezzo ad una società, per cui non era che uno sconosciuto dall'apparenza abbastanza comica, godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, non soltanto a Napoli, ma in tutta l'Italia, di una non comune celebrità e come erudito, e come economista, e come letterato.
Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato e gentiluomo foggiano, Ferdinando Galiani erasi recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era stato educato ed istruito, insieme col fratello maggiore Bernardo, da un savio e colto prelato, lo zio suo Celestino Galiani, che, per varii anni, coprì l'onorifica carica di Prefetto dell'Università degli Studii.
Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno pronto e vivacissimo, che andò sempre più ringagliardendosi nella compagnia degli illustri uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, Intieri e Rinuccini, che frequentavano la casa del Prefetto dell'Università e che, interessati dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti, assai volentieri intrattenevansi a conversare ed a discutere con loro. Spinto verso le discipline economiche dalla particolare benevolenza addimostratagli dai dotti toscani marchese Rinuccini e Bartolommeo Intieri, il giovane Ferdinando aveva già tradotto dall'inglese due trattati del Locke ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè un curioso episodio lo persuase a scrivere un opuscolo satirico, che doveva richiamare su lui l'attenzione del pubblico napoletano.
Da una delle tante accademie, che in quel tempo gareggiavano in Napoli di enfasi retorica e di vaniloquenza, era stato dato incarico a Bernardo Galiani di comporre un'orazione in lode dell'Immacolata; ma, essendosi egli dovuto recare, per affari di famiglia, a Chieti, commise di scrivere e di recitare l'orazione al fratello Ferdinando, il quale, avendo accettato molto volentieri, vi lavorò attorno con grande amore alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata, si recò all'accademia, col suo scartafaccio in tasca. Ma quando egli, fra orgoglioso e trepidante, presentossi al presidente, certo avvocato Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, così sbarbatello e di così minuscola persona, burbanzosamente si rifiutò, pel decoro dell'accademia, di fargli leggere l'elaborata orazione ed invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, che teneva già pronto.
Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del Galiani per un simile affronto, ed egli, nel segreto dell'anima, decise di farne aspra vendetta. E l'occasione di burlarsi dei componenti dell'Accademia presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì a poco l'improvvisa morte del boia della città. Costumanza assai frequente delle accademie, che allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare raccolte di scritti in morte di personaggi più o meno illustri; or bene il nostro Ferdinando compose, in collaborazione col suo intimo amico Pasquale Carcani, tutta una serie di poesie e di prose secondo lo stile gonfio ed artefatto dei varii accademici e li raccolse in un volumino che portava il titolo di “ Componimenti varj — per la morte di Domenico Jannacone — carnefice della G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in luce da Giannantonio Sergio — avvocato napoletano „ e che era preceduto da una dedica di un Pastore Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto Boia.
La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci anni dopo, da Federigo il Grande col suo panegirico di un calzolaio, che fingevasi scritto da un diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza di un secolo e mezzo, appare assai graziosa.
Del resto a darvene un'idea approssimativa varrà la seguente nota apposta a piè di un sonetto: “Della giustezza di questi versi nessuno può dubitare essendo tutti misurati collo spago„, e quest'altro sonetto, in cui un arcade, che aveva incominciata una sua lirica sulla Concezione così:
Se mai non fosse Iddio Santo in Natura,
E sia per mera ipotesi ciò detto, ecc....
viene messo argutamente in burletta: