Non bisogna però credere che, durante i dieci anni circa che il Galiani rimase in Francia, ad altro egli non pensasse che a menare vita brillante e che sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza spendendolo tutto nella picciola moneta della conversazione. No, egli, oltre ad avere incominciato un originale commento delle Odi di Orazio, di cui alcuni brani assai caratteristici furono pubblicati dall'abate Arnaud sulla sua Gazette littéraire d'Europe, ed aver scritto un libro di economia politica, che suscitò furiose polemiche e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile diplomatico e fedele rappresentante dell'accorta e patriottica politica del marchese Tanucci.

Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall' Archivio Storico per le provincie Napoletane, dimostra l'alta stima che l'illustre ministro di Ferdinando I nutriva pel Galiani, a cui scriveva settimanalmente di affari di stato, a cui a volta chiedeva anche consiglio e che considerava come il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto vero che, non soltanto gli affidò varie delicate missioni, ma, allorquando nel 1760 l'ambasciatore De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, lo nominò incaricato d'affari con la paga mensile di 300 ducati.

Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, a cui pure è da attribuirsi lo straordinario suo successo parigino, quell'inatteso richiamo dalla Francia, che così profondamente lo addolorò.

L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal famoso patto di famiglia tra la Francia e la Spagna, erasi alleata con la Russia e con la Danimarca, e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò fra i due gruppi di alleati, una lotta, che prendeva le mosse dalle contese dei due partiti svedesi soprannominati dei Cappelli e dei Berretti, dei quali l'uno era fautore delle regie prerogative e dell'alleanza francese e l'altro del governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo i Cappelli alla perfine ottenuta la prevalenza, l'Inghilterra riuscì a persuadere la Danimarca ad armare una flotta in favore dei Berretti; ma, saputolo il ministro francese Choiseul, costui protestò con grande energia contro tale armamento, e poco mancò che non iscoppiasse una guerra, la quale, secondo le parole dell'ambasciatore di Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, ma non prevedere dove andrebbe a finire.„

Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo diplomatico, il nostro abate commise la leggerezza di rivelare al barone Gleichen, ministro di Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, il quale, non soltanto non approvava il patto di famiglia, ma, pur non negando l'utilità di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva si dovessero accomunare in tutto e per tutto gl'interessi dei due paesi. L'imprudente discorso venne riferito al duca di Choiseul, che già da qualche tempo non vedeva di buon occhio il troppo linguacciuto segretario d'ambasciata napoletano, e, in seguito ad un carteggio fra la Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, il Tanucci, convintosi di non poter salvare il suo favorito, scrisse la seguente laconica missiva, che piombò sul povero abate come un fulmine a ciel sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima fra quattro giorni da questo dispaccio esca da Parigi per ritornare in Napoli al suo destino di Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo prevengo nel Real nome perchè così eseguisca.„

Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il manoscritto di un libro intorno a cui già da qualche tempo lavorava e di cui il suo fido amico curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente alla partenza di lui, con la data di Londra, senza nome di autore e col titolo di “Dialogues sur le commerce des bleds.„ Questo lavoro del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo nel campo degli Economisti, che vi erano vivacissimamente attaccati e che della loro difesa e della confutazione incaricarono l'abate Morellet, discuteva, in forma dialogica e con un brio affatto insolito in tali trattazioni, di una delle più importanti questioni del momento.

In seguito ad una carestia che aveva generati gravi tumulti popolari, Luigi XV, persuaso di giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato un editto, col quale permettevasi a tutte le province del regno la libera esportazione dei grani. Sopravvenne un'annata sterile, ed i mali ai quali erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani prese da ciò occasione per combattere l'opportunità della libera esportazione, intendendo dimostrare che in fatto di commercio di grani ogni sistema assoluto riesce nocivo e che variando le circostanze degli Stati conviene variare eziandio le norme di tale commercio. A provare il suo assunto egli immaginò una serie di conversazioni prima e dopo il pranzo fra un motteggiatore cavalier Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi opposta, ma che si lascia trascinare a tali concessioni ed a tali confessioni su materie che, in apparenza, non hanno coi grani alcun rapporto, da rimanere poi stupefatto di aver dato egli medesimo, con le sue parole, le armi all'avversario per incalzarlo e debellarlo.

Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni che vennero letti con vivo piacere perfino dal pubblico femminile e che il Voltaire ne scriveva con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che Platone e Molière si siano uniti insieme per comporre tale opera„ e nel suo dizionario enciclopedico, alla parola blé, ne dava il seguente lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, napoletano, rallegrò la nazione francese sulla questione dell'esportazione; giacchè egli trovò il segreto di fare, anche in lingua francese, dei dialoghi divertenti quanto i migliori nostri romanzi, ed istruttivi quanto i migliori nostri libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il prezzo del pane, procurò molto diletto alla nazione, ciò che per essa vale assai meglio.„

Ho detto che questo volume venne pubblicato senza nome di autore e l'istesso ho detto antecedentemente del trattato della moneta e si potrebbe dire della maggior parte delle opere del Galiani. Ora l'abate napoletano non faceva certo ciò per modestia, perchè la modestia non fu mai tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? Ecco la graziosa ragione che egli medesimo ne dà in uno degli ultimi suoi opuscoli: “Un abbominevole abuso invalso fa che tutti vogliono avere i libri in dono dal loro autore. Chi dona un libro lo perde, chi lo nega perde un amico, quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo senza il mio nome. Così potevo anche dallo spaccio inferire in qualche modo il merito del libro, essendo certissimo che quell'edizione che si sarà tutta venduta si avrebbe potuto tutta donarla, mentre non è sicuro del pari che quella che si è donata si avrebbe potuto venderla tutta.„ Il vero motivo però era che il Galiani sapeva di possedere, così in Italia come in Francia, molti amici, ma anche molti nemici, e che, soltanto col celare il proprio nome egli sperava di poter ottenere il suo intento. E non ingannavasi, giacchè, siccome afferma uno scrittore del principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere di lui furono giudicate secondo il valore intrinseco la fama ne fu grande, ma non appena fu squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama ad intorbidarsene: non potendosi negare il merito dell'opera, si negò che fosse o che ne fosse egli solo l'autore, diceria del resto non risparmiata nè a Beccaria, nè a Filangieri.

Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani abbandonò quella Parigi, in cui egli menava una così gioconda esistenza e dove aveva tanti cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, in cui aveva ritrovato l'ambiente elevatamente spirituale adatto alla sua intelligenza; quella Parigi che lo aveva così bene apprezzato e che egli con immagine felice, aveva definita le café de l'Europe.