A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il biglietto sconsolato, che egli scrisse al D'Alembert nel momento della partenza: “Vi fo, mio caro D'Alembert, i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi da voi, sono questi istanti terribili per un cuore sensibile, quando ci si deve separare per sempre dagli amici e dalle persone che si amano e si stimano e si onorano e che hanno formato la felicità della mia vita durante la mia dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, io vi scriverò, e spero che voi mi darete qualche volta notizie della vostra salute, e così potrò credere ancora di non essere uscito dal mondo.„
Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni mesi a Genova, sperando forse che il suo richiamo non fosse definitivo, ma dovette pure decidersi alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza del Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, gli furono attribuiti i più onorifici e lucrosi incarichi, senza però che egli mai si consolasse e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la nostalgica ferita per l'obbligatorio abbandono di Parigi, dove, malgrado l'ardente suo desiderio, non doveva mai più ritornare.
Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato ritorno in patria, si trovano di continuo rimpianti per la dolce terra di Francia e, al contrario, disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, in cui era costretto a vivere. Alla signora Necker egli scrive: “Ma è proprio vero che io sia partito? È possibile che io abbia potuto uscire da Parigi? Per dove, come, per quale barriera, in qual modo è accaduto? Io non ci capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora d'Épinay: “Parigi è la mia patria; per quanto si faccia per esiliarmi da essa io vi ricadrò.„ E poi: “Vedete come sono allegro: non ne credete niente. Io sono triste ed infelice e mi rincresce molto di farvelo sapere. Cerco di distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. Qui diverto tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno un momento sull'idea di Parigi e dei miei amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci siete, ecco i due punti della mia melanconica e desolante meditazione.„ Ed ancora: “Sapete che oggi è l'anniversario del giorno della mia partenza da Parigi? Posso essere allegro con siffatto ricordo?„ Ed infine alla signora Geoffrin scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, il vostro piccolo abate, votre petite chose. Io sono seduto sur una soffice poltrona, ed agito piedi e mani come un energumeno, colla parrucca di traverso, parlando molto e dicendo cose che erano giudicate sublimi e che mi venivano attribuite. Ah! signora quale errore! non ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre poltrone sono tripodi apollinei ed io era la Sibilla. Siate pur sicura che, sulle seggiole di paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„
Napoli, al povero abate così festeggiato nei brillanti salotti parigini, non appare semplicemente come una città di provincia, poco colta e molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in cui non trova chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo come a Parigi. E le lamentanze ed i rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono nelle forme più colorite, più liriche e più graziosamente satiriche. “Qui non ho nulla che mi tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, nè piaceri, nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè cene, nè denaro, nè salute, nè allegria, nè affari giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo delle calunnie, seccatori a non finire, i processi, il Tribunale, la Corte, le zampogne per le vie ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi annoio mortalmente qui; non veggo nessun'altro che due o tre francesi che sono qui. Parmi d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli Huyhuhums, il quale non ricerca altra società che quella dei due suoi cavalli. Vado a fare visite di dovere alle mogli dei due ministri di Stato e delle Finanze e poi dormo o sogno. Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita vi è di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di niente, neppure di religione. Ah, mia cara Parigi, quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando, per una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte dei denti, egli prima se ne lamenta; “Se non avessi perduto che il piacere di mangiare, non lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io non parlo più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto nel voler parlare, sovra tutto in italiano: tra i miei denti formasi una specie di zufolio molto sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e subito taccio per tema di annoiare gli altri. Ora immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No, non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; credete pure che non esagero„; e poi trova una consolazione assai più triste del male: “I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più bisogno di parlare; qui nessuno m'intende e nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„
Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la sua vena satirica si risveglia ed egli scrive tutta una serie di opuscoli epigrammatici, che poi pubblica sotto il nome di don Onofrio Galeota, un bizzarro tipo di grafomane e di bohèmien, che viveva in Napoli ai suoi tempi e vi era popolarissimo. Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato e tutto intessuto di grossolani napoletanismi di don Onofrio, il più caratteristico è, senza dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di un'eruzione del Vesuvio e che porta per titolo: “ Spaventosissima descrizione — dello spaventoso spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione del Vesuvio la sera degli otto d'agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco — di D. Onofrio Galeota — poeta e filosofo all'impronta. „ A dare un'idea di questa parodia piena di spirito basterà che io ve ne legga una mezza pagina; udite: “La prima meraviglia fu vedere quella gran colonna di lava infocata, che usciva dalla bocca e andava tanto alta. Veramente alzava assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. Mi è stato avvisato che, quando fu l'eruzione del 1631, li libri d'allora, stampati tutti con licenza dei superiori, hanno detto che la colonna di fuoco s'alzò diciassette miglia. Ora, io dico, una delle due, o l'eruzioni che si facevano in quelli tempi erano più grandi di quelle che si fanno adesso, o li spropositi, che si dicevano allora, erano più grandi di quelli che si dicono adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia. Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, e io manco lo credo, e dico che fu meno assai, e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però mi rimetto a chi l'ha misurata, perchè io non ci voglio rimettere di coscienza, e queste cose di pesi e misure sono materie delicate, e per la mezza canna, o quanti vanno all'inferno, che il Signore ce ne liberi!„
Qualche anno prima della pubblicazione di questo opuscolo era stato rappresentato il famoso “ Socrate immaginario „, ad ascoltare il quale, a quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi Giacomo Leopardi e di cui lo Scherillo ha potuto dire, non interamente a torto, che esso onora la letteratura drammatica italiana quanto la migliore delle commedie di Goldoni.
Molto si è disputato per sapere chi fosse il vero autore di questo capolavoro del teatro napoletano, ma ora sembra assodato che l'idea prima l'abbia avuta il Galiani, che egli n'abbia dato il canovaccio a G. B. Lorenzi, noto autore di molti libretti di opere buffe napoletane, e che inoltre, dopo che costui l'ebbe verseggiato, vi abbia aggiunto parecchi sali, e qualche scena più delle altre originale. La musica poi ne fu scritta dal Paisiello. Eccone l'argomento, secondo vien raccontato dal Galiani medesimo in una delle sue lettere: “È un'imitazione del Don Chisciotte. S'immagina un buon borghese di provincia, che si è fitto in capo di ristabilire l'antica filosofia, l'antica musica, la ginnastica, ecc. Egli si crede Socrate. Ha preso il suo barbiere e ne ha fatto Platone (è il Sancio-Panza). Sua moglie è bisbetica, e continuamente lo bastona: così è una Santippe. Va nel suo giardino a consultare il suo demone, alla fine gli si fa bere un sonnifero dandogli a credere che sia la cicuta, e, mercè l'oppio, allorquando risvegliasi, si trova guarito della sua follia„.
Rappresentata nell'ottobre del 1775, la giocondissima commedia del Galiani e del Lorenzi ottenne uno strepitoso successo d'ilarità, ma, essendosi scoverto che sotto i panni del protagonista si nascondeva una caricatura di don Saverio Mattei, professore di lingue orientali nell'Università di Napoli, poeta metastasiano, cultore fervente di musica, appassionato della letteratura e della filosofia greca e pazientissimo nel sopportare gli scoppii di gelosia e l'umore irascibile della sua consorte, donna Giulia Capece-Piscicelli, si ricorse dagli interessati al Re, che, ad evitare un più lungo scandalo, proibì ogni ulteriore rappresentazione del “ Socrate immaginario „, veto che non doveva venir tolto che cinque anni dopo.
Ma diciamolo pure, il buon don Saverio, non aveva avuto tutti i torti di adirarsi, giacchè la satira era davvero spietata.
Alla moglie che gli chiede: