Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire.
D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli Italiani, non par facile congetturare.
Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò, ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino, Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la pubblicazione dei Rerum Italicarum scriptores precedette, nel pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini.
Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici, dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere giustizia e civiltà.
I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana, rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite, volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi e spensierati.
Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce.
E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli l'ingegno umano, se potesse afferrare, anche soltanto nel passato, una sicura sintesi delle cagioni. Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che fermano al problema delle origini le più audaci indagini dello scienziato, trattengono intorno al problema delle leggi evolutive il moralista o il filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, quei salti che turbano, senza impedirlo, il lento avanzarsi delle razze umane verso il miglioramento indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi nei fatti, ma non si riesce a sottoporli a discipline di pensiero; come si constata, ma non si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi degli strati nella storia geologica.
Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, i periodi demolitori e i periodi ricostruttori, le epoche, in cui l'uomo precipita verso gli abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo. Supporre che nell'avvenire queste alternative debbano cessare e i periodi storici non segnino più che nobili gare verso sempre maggiori svolgimenti di bene, può essere una speranza, non è una legge che abbia stabilito i suoi termini. Il che non impedisce che nell'uomo rimangano però immutabili i termini del dovere morale, che consiste nell'opporre ogni resistenza alle ragioni del male, anche quando un concorso di forze irresponsabili sembri impedire o allontanare il trionfo del bene.
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Ma tornando all'argomento storico, dopo questa scappata, forse inopportuna, nelle regioni dell'etica, è bene avvertire come, anche in questo mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze innovatrici siano state di due sorta, ed assai diverse così nella rapidità come nella intensità degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un cammino calmo, costante, non audace, pacifico; dal 1795 alla fine del secolo, è un correre vertiginoso, spensierato, fatale, una distruzione implacabile, una ricostruzione tumultuosa. Nel primo periodo di 47 anni, l'impulso è dato da elementi nazionali, da pensatori, da principi o da ministri di principi; nel secondo periodo di soli cinque anni, è dato da invasioni straniere, da prepotenza d'armi, da subitaneità d'interessi, da esigenze di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. Il primo periodo si suole chiamare delle riforme, il secondo, della rivoluzione.