Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di storia patria, se il moto rivoluzionario esotico abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi effetti di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno. Forse anzi è questa la tesi storica del secolo decimottavo, intorno a cui si siano più affatioate le menti e le ipotesi dei polemisti. È inutile aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, la situazione è rimasta quella di prima. Nè gli adoratori della Rivoluzione francese riescono a persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca del metodo giacobino; nè questi possono presumere di vaticinare che cosa sarebbe stato il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori del 1789. Certo, i progressi economici e civili raggiunti in Toscana sotto l'amministrazione leopoldina non furono superati da quelli a cui posero mano i commissari francesi o la principessa Elisa Bonaparte. E quando, nel 1790, il conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi, contro l'opinione del Visconti e del Botta, di chiedere all'imperatore Leopoldo una Costituzione, l'opinione pubblica lombarda doveva già trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, cinquantasette anni dopo, l'opinione pubblica piemontese, quando il conte di Cavour propose ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e del Valerio, di chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione dello Statuto.
Del resto — ripeto — siffatta disputa non può servire oggimai a nessuno scopo scientifico, quando non sia quello d'un'acuta ginnastica intellettuale. Potrebbe chiudersi tutt'al più con quella vigorosa frase sintetica, colla quale a Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una polemica quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: “forse il mondo sarebbe stato più felice se io e lui non fossimo nati.„
Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate le masse, ma era stato preveduto, in parte favorito dagli uomini di pensiero.
Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era sfuggito alla sagacia del ministro piemontese, conte Bogino, il quale, guardando alla Francia, era morto esclamando: “povera Italia! povera Europa!„ Viaggiando in Francia, al seguito di una dama lombarda, illustre per bellezza e per intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro Verri, Francesco Melzi, Cesare Beccaria s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori della società parigina e riportavano in patria l'impressione che il periodo delle riforme stava per chiudersi. Un abate napoletano, pozzo di spirito e di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in grande dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e scriveva da Parigi ai suoi compatrioti, informandoli di tutte le agitazioni e le preparazioni che bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori s'affaccendavano gli avventurieri, razza che non manca mai di entrare in iscena alla vigilia delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno la moralità, non mai l'ingegno o l'audacia.
Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con mirabile ardire dalla prigione dei Piombi, aveva percorso l'Europa, rompendo tutte le discipline sociali; imponendosi con astuzie di finanza al conte di Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a Maria Teresa; bisticciandosi col conte di San Germano e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei giuochi, pei duelli, per gli amori, pei debiti.
Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato più addentro negli organismi delle vecchie sette europee; le aveva dominate coi misteri nuovi del mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di Cagliostro nell'aristocrazia europea, corrompeva principi, aizzava plebi, abbarbagliava ignoranti, spargeva dappertutto i semi della miscredenza e della rivolta.
Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi delle più spinte dottrine demagogiche, s'era volontariamente sbandito dalla patria ai primi sintomi della commozione francese; s'era fatto intimo dei più scamiciati giacobini dell'epoca; aveva accettato missioni segrete di agitatore in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto dell'arciduca Ferdinando, era stato radiato dall'albo della nobiltà milanese e, coi procedimenti giudiziari ancora in uso, gli erano state confiscate le proprietà.
Era sotto queste impressioni e sotto queste influenze, dirette o indirette, che cominciava a suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole alle dottrine umaniste, quantunque risolutamente contraria alle applicazioni inumane dei rivoluzionari francesi.
Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, sopratutto nella regione lombarda, la più indicata a ricevere il primo urto delle idee e dei fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione ostile, fatta, sin dal 1789, nel teatro della Scala al conte d'Artois, e nel tempo stesso l'avversione acuta, universale ond'erano circondati i violenti energumeni che del Comitato di Salute Pubblica parigino s'erano fatti fra noi apologisti e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio Ranza e Carlo Salvador.
Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre e senza rimedio, gli esagerati si organizzavano e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi e non i secondi si trovarono pronti a cogliere i vantaggi ed esercitare le influenze che la procella politica stava per sostituire ai vecchi ordinamenti sociali.