Questi resistettero, come meglio seppero, in Piemonte e in Lombardia, finchè le minaccie partirono soltanto da elementi indigeni e da cospirazioni paesane; si frantumarono, come statue di gesso, a cui venisse tolto il sostegno, appena furono visti dalle Alpi scender armati, e, come ai tempi del Filicaja,

Bever l'onda del Po gallici armenti.

Per dire il vero, quegli armati non scendevano “a torrenti„ come il Filicaja narra del tempo suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio nutriti; ma li guidava un'idea fatale e un giovane anche più fatale dell'idea.

Era un generale in capo di ventisette anni, non alto di statura, gracile di complessione, pallido di colorito, coi capelli spioventi sulla fronte e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo sguardo d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, implacabile. Il suo paese lo aveva veduto sedare in dodici ore una formidabile insurrezione per le vie di Parigi, rioccupare Tolone a colpi di cannone, e strisciare come un sollecitatore nelle anticamere del disonesto Barras, dispensatore di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato a vederlo fulmineo vincitor di battaglie, distruttore di regni e di repubbliche, improvvisatore di governi e di costituzioni politiche, saccheggiatore di codici e di opere d'arte, nemico formidabile di despotismi e di libertà, detronizzatore di principi e di pontefici, restauratore di ordine, di studî e di religione, imperioso con generali, con popoli, con regnanti, schiavo umile e innamorato di una sposa bella, frivola e traditrice.

L'ora che corre segna in tutta Europa una specie di ripresa della leggenda napoleonica. Non si sa se sia ammirazione della fortuna, delle virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. Non si sa se il mondo discopra quel tumulo per cercarvi una volontà potente, una direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza inferiore, o se frughi fra quelle ossa per trovarvi i residui del dispotismo illimitato e spensierato, a cui anelino di prostrarsi società frolle e scettiche, stanche di pensare e di combattere por idealità da cui non aspettano nessun vantaggio.

Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di questa natura agitava i contemporanei, quando il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira e supera nel tempo stesso la catena dell'Appennino ligure, si ficca come un cuneo fra le colonne austriache e le piemontesi, batte le prime a Montenotte e a Dego, le seconde a Millesimo, forza ad un armistizio il governo sardo, scende difilato lungo la corrente del Po, lo varca a Piacenza mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, si getta su Lodi, vi sbaraglia l'esercito austriaco ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale, mentre tutte le difese gli si erano opposte dal lato occidentale.

Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese, di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra, le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre, reazioni egualmente torbide.

E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa, e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia. Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori, il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata dalle bande che gridavano: viva Maria; a capo delle quali entrò in Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo, Alessandrina Mari di Montevarchi.

Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli, mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi, per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove diplomazie.

È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità.