Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati e gl'illustri, e l'intendimento di frenarne gli errori. Tale distinzione è in riscontro a quella sul principio del poema, là dove si fa la supposizione doppia, che il giovin signore discenda o da antica famiglia o da un padre arricchito in pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per censo s'imbrancano tra loro: con cinquecento fiorini si diventava un don, con duemila cinquecento si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a' nobili soli di data antica, si volge dunque la satira del Parini. Ed anche a' ricchi borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il Corso non ommetterà le figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe silvestri, che vorrebbero farsi credere delle Dee maggiori. Hanno un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di cocchiere e di staffiere al cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse chiuso a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche queste maschere ei conosce; e di quei nobili, e de' borghesi che ostentano i vizii de' nobili, vuole il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sprecate sì malamente.
Non si correggono gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo. Il Parini educatore disse chiare le idee sue nell'ode per la guarigione dell'Imbonati, nè mi è necessario rammentarle a voi, che tutti avete in mente i precetti di Chirone ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera non è quella che si eredita dagli avi; è quella che ci acquistiamo noi stessi col merito delle opere nostre. A divenir nobili occorre quindi l'esercizio di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo; anche delle membra, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva ed efficace. Membra sane non valgono al bene se non son rette e mosse da un'idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede, purchè non sia nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto è quegli solo che adopera corpo ed anima, con sacrificio di sè, pel vantaggio degli altri.
VI.
Se il giovin signore ammaestrato nel Giorno è proprio il rovescio dell'Achille dell'ode, il precettore che nel Giorno lo ammaestra non è il rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin signore (che che altri allora ne malignasse e qualche critico abbia poi cercato dimostrare) non è una data persona; è un tipo imaginario, composto di chi sa quante persone, atteggiato in chi sa quanti modi, che il poeta aveva osservati e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, così da non poter essere neppure un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il poema è, in fondo, il Parini medesimo che si vale dell'ironia. Per maneggiarla a dovere egli usa ogni accortezza; per non romperla si frena quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze lo distraggono di continuo, tentano sviarlo: le campagne della sua Brianza, e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio cui si volge. Campagne lontane; effetti troppo spesso presenti.
Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era meglio (par che dica il poeta) restare tra voi, e uscir la mattina all'alba lungo le siepi fiorite, e scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi gemme i raggi del sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo spingendosi innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella sonante officina! Quanto era meglio ammirare d'estate il crescere della bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e su la foresta,
Finchè poi scroscia la feconda pioggia
Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe
Ravviva, riconforta, allegra e abbella!
Quanto era meglio veder la luce del tramonto indugiarsi rosea su le cime de' colli; meditare la rotazione incessante della Terra intorno all'astro, scendere col pensiero, mentre l'astro pareva calasse laggiù dietro l'orizzonte, scendere all'altro emisfero che si affrettava a goderne!
Già sotto il guardo de la immensa luce