Così in ottobre la mite e tranquilla Siracusa prende l’iniziativa di questo movimento anti-amministrativo ed anti-fiscale con un manifesto operaio contro le tasse e specialmente per la soppressione delle tasse di rivendita. Il Prefetto e la Giunta comunale promettono di ridurle, dichiarando che non possono sopprimerle perchè altrimenti non verrebbe approvata dalla Giunta amministrativa, la sovrimposta fondiaria. Avviene una dimostrazione: si chiudono i negozi, si assalta il Municipio, si distruggono arredi e mobili, si tenta d’incendiare gli archivi. Sedato il tumulto il Consiglio approva i provvedimenti promessi dalla Giunta. La vittoria rimane ai tumultuanti.

IL FATTO PIÙ CONTAGIOSO

Ma i fatti ch’ebbero maggiori conseguenze e che furono straordinariamente contagiosi avvennero a Partinico. Ivi non una, ma molte furono le dimostrazioni contro le tasse e contro il municipio con violenza crescente. Si conceda pure che l’amministrazione fosse cattiva, gravosi i dazî di consumo e angarici i modi di esazione dei quali maggiormente si lamentano i caprai per la tassa di rivendita sul latte; certo è, però, che l’amministrazione non poteva riformarsi ad un tratto, nè i dazî potevansi abolire in tutto o in parte con modi illegali e durante l’anno finanziario. Giunta comunale e Consiglio, impauriti, la danno vinta ai tumultuanti e si affrettano a soddisfare le loro domande senza preoccuparsi menomamente del bilancio e della legalità; dell’una cosa e dell’altra invece si prese pensiero la Giunta provinciale amministrativa di Palermo e annulla le illegali determinazioni. Allora interviene un consigliere di Prefettura che va ad assumere i lillipuziani pieni poteri in Partinico e si schiera contro la legge e contro la Giunta provinciale amministrativa ed in favore dei dimostranti e della violenza, condendo i suoi atti con tribunizie orazioni.

La notizia si sparge rapida come il fulmine in tutta la provincia di Palermo e nelle limitrofe e il fermento diviene generale; tutti pensano che basti chiedere e fare una dimostrazione per ottenere giustizia—o quella che tale si ritiene—e lo si fa credere ai lavoratori sofferenti da tempo e che vedevano finalmente spuntare l’ora delle rivendicazioni. Se Prefetti, Consiglieri e segretarî davano apertamente ragione ai tumultuanti, c’è da meravigliarsi se nelle masse prese salde radici la convinzione che il governo non vedeva male il movimento contro le amministrazioni comunali? c’è bisogno di ricorrere alla astuzia, alle mali arti dei sobillatori se il popolo credette che il grido di Viva il Re! lo salvava dall’ira del governo e che i ritratti del Re e della Regina agivano quali talismani, contro le truppe? c’è da sorprendersi se i partiti, che da tempo chiedevano invano inchieste e scioglimento di consigli, si sentirono incoraggiati, autorizzati anzi, a ricorrere a mezzi spicciativi, che conducevano rapido e difilato allo scopo agognato con tanto ardore... di dare il gambetto agli avversarî?

Francamente, ci vuole molta ingenuità—o molta malignità—per meravigliarsi o fingere sorpresa che i primi tumulti siano stati terribilmente contagiosi. Sarebbe stato davvero sorprendente se fosse avvenuto altrimenti. Il governo dell’on. Giolitti, dunque sia che provochi e reprima, sia che ceda e conceda non fa che preparare, promuovere, incoraggiare le manifestazioni sediziose; e per una fatalità quest’azione del governo doveva venire ribadita dall’opera della magistratura tutte le volte in cui essa rendeva giustizia, e non bassi servizî al governo.

Epperò tutti gli abusi e le prepotenze da un lato, tutte le proteste e le violenze dall’altro, tutti i conflitti si risolvevano in incoraggiamenti al tumulto, dei quali la responsabilità ricade sul governo, in tutti i modi.

DOPO IL 23 NOVEMBRE ’93

Se la condotta dell’on. Giolitti fu ora fiacca ora violenta, sempre impreveggente e inopportuna durante la sua vita normale, si può immaginare quello che divenne all’indomani del 23 novembre, quando pel colpo assestatogli dal Comitato dei sette fu costretto più che alle dimissioni, alla fuga. Benchè dimesso, però, il ministero dell’on. di Dronero dovette rimanere al potere durante la lunga crisi terminata colla formazione del gabinetto presieduto dall’on. Crispi.

ANARCHIA DI GOVERNO

In questo intervallo, la fase dei tumulti divenne acutissima ed era il momento in cui maggiore si sentiva il bisogno di un governo che avesse coscienza della gravità della situazione e forza e intelligenza adeguata alla medesima per riparare. Entrambi questi precipui fattori di un buon governo erano stati deficienti nell’on. Giolitti quando era sorretto dal concorso di una grande maggioranza parlamentare, ciecamente devota; non poteva sperarsi che prendessero incremento quando egli fu condannato, e abbandonato nella posizione delicatissima in cui anche uno statista di mente superiore si sarebbe trovato imbarazzato per il timore di pregiudicare la condotta che avrebbe potuto prendere il successore e di precipitare gli eventi. Aumentarono quindi le incertezze, le contraddizioni, la debolezza; per un mese circa, si può affermare che ci fu assenza di vero governo direttivo, ed anarchia completa tra i funzionarî civili e militari: prefetti, delegati, comandanti di zone e di sotto-zone agirono senza indirizzo e senza unità lasciandosi guidare dagli avvenimenti e prendendo consiglio dal proprio cervello, inspirazione dal proprio cuore; e l’anarchia, manco a dirlo, fu tutta a benefizio degli elementi che credevano di avere qualche cosa da rivendicare o di tutti i caduti nelle lotte amministrative che volevano la rivincita.