QUEL CHE FECE IL GOVERNO ITALIANO
Il contegno, adunque, del governo rispetto all’azione principale dei Fasci fu ingiusto e partigiano; esso non rispettò neppure quella famosa libertà nel contratto di lavoro, che in sè stessa, quando è rispettata, non giova che pochissimo ai lavoratori, e prese a sostenere le ragioni di una classe per ribadire la più odiosa oppressione economica contro un’altra ch’era debole sotto tutti gli aspetti.
Il ministero Giolitti, che si era chiarito sistematicamente partigiano e ingiusto, privo di ogni sano concetto della sua missione nel periodo degli scioperi agrarî, si rivela di una fenomenale debolezza e trascende ad altre violazioni della legge o le permette e le incoraggia nella fase successiva dei tumulti, che chiameremo comunali.
Quando si accentua il moto di protesta contro le amministrazioni e le gravi tasse locali, il governo non sa scegliere la via retta. Poteva essere energico e previdente nel senso di ordinare subito un esame per vedere ciò che ci fosse di vero nelle lamentanze e nelle accuse dei lavoratori e prendere la santa iniziativa delle riparazioni; poteva pure con altrettanta energia—se non pari equità—imporre il rispetto della lettera della legge: e la farisaica interpretazione della legge dava ragione a tutte le amministrazioni locali, costituite ai sensi di legge e che legali nella loro azione si dovevano presumere se le autorità tutrici, dalle giunte amministrative ai prefetti, le avevano lasciate in pace ed erano perciò con loro solidali.
QUEL CHE AVREBBE DOVUTO FARE
Non l’uno, nè l’altro atteggiamento seppe assumere l’on. Giolitti, ma invece si limitò a cedere ed a concedere—con manifeste violazioni della legge e con sovvertimento di ogni concetto amministrativo—ogni qual volta il popolo minacciò, fece dimostrazioni e volle cose giuste non di raro frammischiate a pretese assurde, quali poteva suggerirle la ignoranza nelle moltitudini e la passione di parte in molti capoccia di partiti.
Pochi esempî basteranno a dare una idea di quella che fu l’azione del governo sotto questo aspetto e quali furono le conseguenze politiche e amministrative.
Per vedere in quali imbarazzi le autorità governative cercarono di porre i municipi, ricordo questo caso tipico. Il Municipio di Canicattì ha piccolo territorio e la sua risorsa principale per far fronte alle spese obbligatorie l’ha nel dazio di consumo. Il Bertagnolli, prefetto di Girgenti, volendo evitare tumulti telegrafò al sindaco avv. Falcone perchè riunisse il Consiglio e abolisse il dazio sulla farina. Il Sindaco giustamente preoccupato dalla impossibilità in cui si sarebbe trovato di far fronte alle spese e delle conseguenze della lite che l’appaltatore avrebbe intentato al Comune, nè volendo assumersi l’odiosità dei tumulti, dignitosamente telegrafò al Prefetto: «Il governo, causa unica del disagio economico e del malcontento della popolazione in Sicilia, riversa la responsabilità sulle amministrazioni comunali. Protesto e rassegno le mie dimissioni.»
PRESSIONI IN VISTA DEI TUMULTI
Quelle pressioni si fecero in vista della possibilità di tumulti; ma non fu diversa la condotta quando i tumulti erano avvenuti.