UNA ESAGERAZIONE PARADOSSALE

Tutto ciò, quando non lo si voglia dire... assolutamente falso, bisogna qualificarlo esagerato in modo superlativo. Ed è evidente che l’esagerazione paradossale, aveva l’ufficio di mascherare la reazione.

Di fronte alla reazione, che si avanzava a grandi passi, sicura di vincere, perchè sorretta dai grossi battaglioni, dai cannoni, dalla cavalleria, dalle navi, dalla polizia, dalle insidie, dalle calunnie, dallo spionaggio, dal concorso di buona parte delle così dette classi dirigenti; sicura di vincere perchè doveva combattere contro elementi inermi, disorganizzati, senza programma vero di rivoluzione, senza mezzi di resistenza, senza sicurezza di vedere secondati i proprî conati dalle provincie del continente le quali lasciavansi tranquillamente sguernire di truppe, inviate in Sicilia a reprimere severamente e rapidamente moti ch’erano incomposti ed a-politici, ma che pure potevano trasformarsi da sommossa in rivoluzione, divenne scabrosissima la situazione di quanti parteggiavano per la causa popolare ed erano dichiaratamente repubblicani e socialisti. A loro s’imponeva il prendere una vigorosa decisione ed assumerne piena ed intera la responsabilità.

LA CONDOTTA DEI SOCIALISTI

La presero e la manifestarono nel modo migliore ch’era loro consentito, colla maggiore rapidità possibile per iscongiurare nuovi salassi al popolo, che tornavano graditissimi in alto; per impedire che venisse del tutto distrutta una organizzazione che poteva essere feconda di bene; per evitare che la reazione trovasse nella continuazione dei tumulti nuovi pretesti per farla finita colla parte popolare. Perciò nella sera del giorno 5 dopo l’arresto dell’intero Comitato centrale dei Fasci e di altri egregi cittadini, dopo la proclamazione dello Stato di assedio, dopo l’arrivo continuo e incontrastato dal continente di nuovi reggimenti, repubblicani e socialisti, che non erano nelle prigioni, si riunirono e decisero dopo seria ma rapida discussione, di rivolgere un appello ai lavoratori dell’isola, diramarlo per mezzo del telegrafo nelle Provincie e farlo pubblicare dai giornali di Palermo.[53] Per fare tutto ciò vi era un ostacolo: il generale Morra di Lavriano. Egli in forza dei poteri eccezionali che gli erano stati accordati poteva trattenere i telegrammi e sequestrare o sopprimere i giornali; e siccome ad ogni costo si voleva raggiungere lo scopo nel più breve tempo possibile si pensò di mandare ad avvertire il Regio Commissario straordinario di quanto s’intendeva di fare. A me ch’ero stato chiamato a Palermo telegraficamente nello stesso giorno fu affidato tale incarico, che nel modo che potei migliore disimpegnai nella stessa sera del giorno 5 verso ventitrè ore.

Trovai nel Generale Morra di Lavriano persona squisitissima nella forma, ma irremovibile nella sostanza di negare il permesso alla trasmissione telegrafica dell’appello a firma di molti repubblicani e socialisti. Ma siccome si sarebbe messo sfacciatamente dal lato del torto impedendo che ai lavoratori si trasmettesse una parola che poteva essere ascoltata e che consigliava la calma e la cessazione dei tumulti, così ricorse all’espediente di consentire l’appello purchè esso portasse la mia sola firma.

UNA CIRCOLARE AI LAVORATORI DI SICILIA

Esposi agli amici, che attendevano ansiosi l’esito del colloquio, tutti gl’inconvenienti della soluzione proposta e dichiarai la mia grande avversione ad assumere la responsabilità di un atto, che per gli uni doveva crearmi un titolo di onore, che non mi spettava, e per gli altri un grave demerito non meritato del pari. Ma gli amici m’imposero di sobbarcarmi a tutto ed alla fine acconsentii a firmare l’appello, purchè nei giornali di Palermo contemporaneamente alla sua pubblicazione venisse detto perchè e come era stato da me solo sottoscritto. Ciò fu fatto in Palermo: e ciò venne inoltre telegrafato dai rispettivi corrispondenti ai principali giornali del continente (Secolo, Tribuna, Resto del Carlino, Roma, Messaggero, Corriere della sera, ecc. ecc.)[54].

UN MANIFESTO NEL CONTINENTE