«La grandiosità artificiale del processo contro De Felice, Bosco e C. è una vera montatura teatrale, che mira a giustificare le misure prese e l’allarme destato; ma se il processo verrà a termine, se si svolgerà innanzi ai giudici naturali e non verrà soppresso da una comoda e pietosa amnistia che gioverà a coloro che lo hanno imbastito e non agli accusati, si vedrà che esso sarebbe una colossale bolla di sapone, se non fosse una grande infamia nella quale si tenta coinvolgere quanti ebbero innocenti relazioni con De Felice, Bosco e compagni, quanti ebbero parte nella organizzazione dei Fasci colla ferma intenzione di mantenersi nei più stretti limiti della legge. Il processo, se sarà conosciuto nei suoi dettagli, riabiliterà la fama dei giudici dei peggiori tempi della tirannide. E allora si vedrà quale opera nefanda di servilismo e di complicità hanno fatto certi giornali, che con singolare compiacenza hanno riferito, fingendo di averle dalle solite fonti ineccepibili e autorevoli—ch’erano poi quelle delle questure—le notizie sull’alto tradimento, sull’oro francese, sui depositi delle armi, sui cannoncini (che servono a sparare le così dette botte!), sul cifrario e sulle misteriose corrispondenze col medesimo spiegate, sulla constatata relazione tra i fatti di Massa e Carrara e quelli di Sicilia e di questi coi capi dei Fasci...»

I FATTI SUPERARONO LE PREVISIONI

Previsione triste, la quale pure venne superata dai fatti! così che veramente, questo processo, e per la sua durata; e per gli incidenti; e per il numero e la qualità dei testimoni di accusa e di difesa; e per le risultanze sorte dalla grande libertà di parola e di apprezzamenti a tutti accordata; e per l’enorme contraddizione tra quelle risultanze e la sentenza—non impreveduta, certo—ma che avrebbe dovuto essere imprevedibile, questo processo, dico, che trasse tutta la sua esistenza dalle accuse della polizia fondate su delazioni di confidenti segreti, non può essere chiamato altrimenti che mostruoso.

Dai 7 d’aprile, ai 30 di maggio: due mesi di discussioni e di lotte tra gli accusati, la difesa, il Presidente, i testimoni, l’Avvocato Fiscale, provarono l’istruzione del processo tutta una farsa indegna, la quale però finì in tragedia per la condanna che mandò in galera dei giovani valorosi che lasciarono nella squallida miseria le loro famiglie.

Il processo mostruoso si svolse nell’ex convento di S. Francesco di Assisi—nel 1848 sede di quel parlamento Siciliano che doveva adattare ai tempi la costituzione del ’12—e nella stessa Sala dove fu dichiarata decaduta la dinastia dei Borboni!

APPARATI INVEROSIMILI

L’evocazione di questi ricordi di glorie infelici—conquistate con tanto sangue in nome della libertà,—faceva sentire più forte la melanconia di quel grande inverosimile apparato di forza, che dalla via del Parlamento non era interrotto fino nell’aula del Tribunale. C’erano poi soldati, carabinieri, questurini, delegati, scaglionati da per tutto nelle vicinanze del Palazzo e si sentiva subito, anche da chi l’ignorava, che in esso si perpetrava qualcosa d’inusitato e di contrario alla libertà, di inviso al popolo e che premeva molto al governo che si compisse a malgrado di tutto e contro tutti.

Innumerevoli guardie di P. S. venivano appostate lungo la strada che, dalla Vicaria alla via del Parlamento, percorrevano le carrozze cellulari, scortate da drappelli di carabinieri.

Ammanettati ben bene, gli accusati, erano condotti nella grande gabbia che ha racchiuso briganti famosi e delinquenti d’ogni sorta.

Nell’aula non era già dato a chicchessia di penetrare. Gli agenti di polizia squadravano d’alto in basso, e negavano o accordavano l’ingresso secondo il loro talento, onde accadeva poi che una quantità di guardie travestite venivano comandate a far la comparsa di pubblico nell’aula grande, chè altrimenti sarebbe rimasta presso che deserta.