Passo sopra alle dinamite, col bollo anarchico e di provenienza costituzionale, che la questura scovò a Catania[71] e vengo alla creazione di lettere e di telegrammi che dovevano, nella intenzione degli autori, nuocere agli imputati. A carico di De Luca, e dopo la sua liberazione, si creano lettere di indubitabile altissima origine portanti la intestazione: Comitato rivoluzionario e firmate tout bonnement: «Francesco De Luca». Ma il tranello è così volgare ed evidente che il De Luca dopo essere stato arrestato per la seconda volta, col lusso di un Maggiore dei Carabinieri mandato a posta da Palermo a Girgenti, viene subito rimesso in libertà.
La lettera di presentazione al direttore del Vero Guelfo di Napoli non fu ritenuta sufficiente a provare l’alleanza dei socialisti coi clericali; allora si crea una lettera dei clericali.... di Venezia, che la dirigono a De Felice in... carcere e nella quale il tema discusso è la rivoluzione; e di rivoluzione e di sbarchi parla un telegramma anonimo da Palermo inviato all’on. Cavallotti e che l’occhio vigile del Generale Morra di Lavriano lascia allegramente passare mentre sequestra il discorso del Procuratore generale e i telegrammi commerciali con linguaggio convenzionale.
Di testimoni mendaci, reticenti, interessati a mentire a danno degli imputati si sa qualche cosa; di più se ne saprà del caso della Baronessa di Valguarnera, che a dire il falso se non fu indotta dalle promesse del delegato Munizio, vi fu certo dalla speranza di salvare dalla prigione il marito fratello al Cottonaro. Il Polizzi, della stessa Valguarnera, narra una circostanza a carico di De Felice in quattro modi diversi e non sa dire mai la verità, neppure per isbaglio! come disse il Presidente del Tribunale di Guerra.
PICO E LAGANÀ
E vengo alla storia edificante di Pico e di Laganà.
Pico è un disgraziato studente di Francofonte. Lo arrestano, lo intimidiscono, lo seducono promettendogli la libertà immediata se si fa accusatore dei suoi amici. Pico, come suggestionato, cede e la sua deposizione diviene il perno dell’accusa. È Pico che scrive a suo padre, mentre era trattenuto in questura: «Ho conferito col signor Questore; è una persona oltremodo cortese e gentile. Egli mi ha promesso che domani verso le 10 probabilmente sarò fuori e in libertà. Intanto ha fatto sì che io sia trattato bene, ecc., ecc.»
Le promesse sono invenzioni di Pico, anche colla buona intenzione di tranquillare la famiglia? No; esse portano il bollo morale della questura: Lucchese confessò innanzi al Tribunale, che lesse la cartolina prima di spedirla. E Pico, contro i regolamenti, in prigione viene chiamato col falso nome di Araldi. Ma Pico si ravvede, si pente dell’infamia commessa resta in prigione e si guadagna una condanna, che può valere a riabilitarlo.
Giorgio Laganà, è un povero sarto di Napoli, pochi giorni prima della proclamazione dello stato di assedio va a Palermo a nome degli amici del Continente per mettersi di accordo coi siciliani per la rivoluzione. Non c’erano accordi di sorta alcuna da prendere e tornato a Napoli, dopo l’arresto di De Felice e Compagni, viene ghermito della polizia, che lo induce a nuove delazioni contro il Comitato centrale dei Fasci. E Laganà accetta; e Laganà piangendo fa la storia della propria delazione innanzi al Tribunale di Napoli il 12 marzo 1894: «i delegati, che lo arrestarono, egli narra, mentre aveva fame e freddo lo rifocillarono, lo sedussero promisero e dettero soccorsi alle sue figliuole, che avevano più fame di lui!» E basta con queste menzogne, con queste insinuazioni, con questo fango...
La sorgente delle accuse contro gl’imputati del processo mostruoso era impura; ma i rivoli che furono raccolti nell’atto di accusa della Camera di Consiglio del Tribunale penale di Palermo prima e poscia nella requisitoria dell’avvocato Fiscale presso il Tribunale militare—che ne fu la copia, giacchè l’avvocato Fiscale dichiarò che non avrebbe tenuto conto delle risultanze del dibattimento orale bastandogli il processo scritto.—vennero maggiormente intorbidati e inquinati da uno spirito più che farisaico, loiolesco.
TUTTO, PURCHÈ CONTRO GLI IMPUTATI