L’on. De Felice, forse per sentimento cavalleresco o per abilità, attribuì all’atto di accusa e alla requisitoria, che ne fu la parafrasi, dei meriti che non ha; può essere un laberinto all’interno, come egli la qualificò, ma non è certo un magnifico edificio all’esterno. L’una e l’altra, e con esse la sentenza furono vuote, fiacche, sconnesse. La logica adoperata avrà potuto essere efficace per convincere i militari, che nè la logica nè il diritto hanno studiato; avrebbe fatto sorridere qualunque giurista, qualunque pensatore uso a ragionare sui dati di fatto e ad indurre dai medesimi. Con sì strana logica si generalizza da un singolo caso, si esagerano i fatti reali, degli stessi fatti reali si sconvolge l’ordine di successione, si stacca una frase da un discorso e da una lettera alterandone, mutandone il significato, si induce da una ipotesi, si asserisce gratuitamente, si mutila, si contorce, si adultera ogni pensiero e s’interpreta capricciosamente ogni fatto purchè si possa rivolgere contro gl’imputati.

Per esempio, il solo Cassisa scrive a Montalto chiamando il duca degli Abbruzzi un farabutto savojardo? E nell’ordinanza si afferma che non ci fu mai inaugurazione di Fasci senza un discorso violento contro i farabutti di Casa Savoia. Nella sola Valguarnera vi furono rapine? Le rapine, per aggravare le tinte, si dicono avvenute dovunque ci furono tumulti.

A Gibellina si uccide il pretore, a Pietraperzia si devasta? Si dimentica di ricordare che l’uccisione e la devastazione seguono al massacro dei contadini e che rappresentano, perciò, la esplosione di una indignazione se non giusta, certo spiegabile.

Si trova uno scritto di De Felice in cui si parla di regicidio? Si tace di tutto il resto dello scritto, ch’erano gli appunti per un discorso sulla rivoluzione francese, e si afferma che il deputato di Catania professa ed approva il regicidio. E questa abile ma disonesta tattica si eleva a sistema, presentando, tra le migliaia di lettere sequestrate agli imputati, solo quelle, che potevano loro riuscire nocive e sopprimendo le altre che avrebbero potuto costituire la loro difesa.

Ancora. I socialisti si riuniscono a banchetto all’Acquasanta, e la polizia illegittimamente vuole intervenirvi provocando.

Petrina, ironicamente, parla da commendatore alla Tanlongo in senso monarchico; e la polizia induce che se mutossi discorso è segno che il soggetto della discussione precedente era criminoso. Cipriani risponde a De Felice questo e quest’altro? e il pubblico accusatore induce che De Felice avrà dovuto scrivergli in questo o quell’altro senso.

ASSERZIONI E DEDUZIONI GRATUITE

Le gratuite asserzioni poi abbondano. Si afferma, senza un solo minimo elemento di dimostrazione, che nel Comitato interprovinciale dei Fasci c’era un misterioso sotto-comitato di azione, più misterioso del Consiglio dei Dieci. Il popolo grida: Viva il Re! Abbasso le tasse! e il pubblico accusatore asserisce che quei gridi erano una lustra, e che in fondo si voleva e si preparava una rivoluzione politica generale. E così di seguito.

UNA CIRCOSTANZA CAPITALE

L’ordinanza, la requisitoria, la sentenza talora si contraddicono, e che, nell’insieme, l’orditura dell’accusa sia stata sfasciata, distrutta vittoriosamente dal dibattimento pubblico, risulta all’evidenza da questa circostanza capitale: l’avvocato fiscale sentì il bisogno di dichiarare che non intendeva avvalersi delle risultanze del dibattimento e che gli bastavano quelle del processo scritto. È enorme, ma... naturale! Il processo scritto gli bastava, perchè il processo orale aveva annientato il primo; ma al processo orale, abbandonati i metodi da Sant’Uffizio, si accorda oggi la preminenza per unanime consenso dei giuristi, non escluso Francesco Crispi, e col processo orale, l’on. De Felice con logica stringentissima fece l’auto-demolizione dell’accusa.