MORRA NON VOLLE FARE

Ho voluto riprodurre quasi integralmente questo giudizio, che venendo da un giornale tanto temperato e quasi assiduamente laudatore del governo di Francesco Crispi, (assai lodato nello stesso articolo) non può essere menomamente sospettato di partigiana avversione contro il generale Morra e riesce perciò assolutamente caratteristico. E il generale Morra va tanto più severamente biasimato per quello che non ha fatto, in quanto che i poteri veramente straordinarî che gli vennero accordati e dei quali usò ed abusò, sconfinarono sino ad assumere facoltà legislative—come venne rilevato, con parole severe di biasimo, dal Prof. Brusa (Della giustizia ecc. p. 14).

Egli molto poteva, e se nulla fece, segno è che non volle o non seppe fare. E in quanto al saper fare, si avverta che consigli opportuni e suggerimenti adatti alle circostanze del momento, richiesti o spontanei, non gli mancarono: dunque non volle!

L’opera civile del generale Morra dissi che risulta veramente deplorevole non solo dal confronto col programma del generale Corsi e dalle deluse speranze su ciò che si poteva attenderne; ma anche e sopratutto dal paragone con ciò che ha fatto il generale Heusch in Lunigiana in condizioni analoghe e con poteri uguali.

UN PARAGONE DI CAVALLOTTI

Questo paragone venne fatto, con quello squisito senso artistico che gli è proprio, dall’on. Cavallotti: il quale nella tornata del 25 maggio della Camera dei Deputati, in mezzo alla più viva attenzione dei suoi colleghi al seguente richiamo del Presidente:—«Onorevole Cavallotti, le ripeto di moderare le sue parole. Ella fa requisitorie che non hanno ragione d’essere, e stabilisce coincidenze che proprio non hanno fondamento.»

Rispose:

«Io non faccio requisitorie, racconto fatti, e non ne parlerei se essi non fossero come il commento di tutta l’opera del generale Morra, troppo diversa da quella del suo collega della Lunigiana. A me, di cui non può essere sospetta la parola; a me, che ritengo illegittimi, perchè non conferiti da nessuna legge i poteri di entrambi i commissarî straordinarî, a me è debito di giustizia, d’altronde già resa dal sentimento pubblico, il riconoscere tra i due la differenza che passa tra chi non si è reso nessun conto del suo mandato e chi, soldato di cuore, investito di dolorosa consegna ha saputo dal male cavare un bene, e profittarne per fare opera di cuore. Invece di farsi compatire coi decreti allegri sulla proroga delle cambiali, invece di appartarsi dal paese e dalla vita delle classi popolari, invece di passare tutti i santi giorni nei salotti dell’aristocrazia a far la vita galante e il cicisbeo alle signore».... Qui il Presidente interrompe con un nuovo richiamo.

—«Eh, onorevole Presidente—continua il Cavallotti—ci vuol altro che richiami! Io vengo da Palermo, dove le son cose notorie, e dove ho raccolto informazioni d’ogni parte, nelle classi più diverse della città. Invece di segregarsi dal popolo, invece di mettersi a parte da tutto il resto della vita cittadina, il generale Heusch capì che là dove ei recavasi erano cause di malessere che non si curano con anni di galera, capì che il suo posto era fra il popolo, fra operai e padroni, fra minatori e proprietari di cave; entrò nelle case e nei tugurî, visitò, studiando, ogni angolo della provincia, portò da una classe all’altra parole di conciliazione e di pace. Ecco perchè egli lascia circondato di simpatie e di rispetto la terra a cui il suo giungere non fu lieto.

«Il generale Morra s’illude molto se crede di avere salvato, coll’opera sua la Sicilia.