Mi sono dilungato sui discorsi dell’on. Nasi perchè egli fu il solo autorevole a smentire tutti gli oratori che lo avevano preceduto e lo seguirono, e che non trovandosi di accordo neppure col governo, si creò una situazione nuova, specialissima.
CRISPI E LE COSE FALSE
Chi infine merita di soffermare l’attenzione è l’on. Crispi, non solo pel posto che occupava, ma sopratutto per l’autorità, che gli veniva dai suoi patriottici precedenti, per la simpatia, che ispirava la sua tragica situazione;—e dico tragica, perchè a nessuno passa per la mente di negare il suo affetto per la Sicilia, onde gli dovette sanguinare il cuore nel dovere prendere, come capo del governo, delle dolorose misure. Ed ispirava ancora simpatia per la singolare energia addimostrata in momenti gravissimi, in una età nella quale in Italia gli uomini politici se non materialmente, certo psichicamente sono finiti. E degli sforzi enormi fisici e morali si risentirono in questa occasione i suoi atti e sopratutto i suoi discorsi, nei quali si accentuarono non i pregi, ma gli abituali difetti. La leggerezza e l’assolutismo delle affermazioni furono veramente eccezionali, e per quanto mi riesca increscioso devo metterli in evidenza, perchè precisamente a forza di affermazioni recise e di altrettanto risolute denegazioni—che, dato l’uomo e la sua alta posizione, pochissimi osarono sospettare poggiate sul falso—la Camera si formò un concetto assolutamente erroneo sulla situazione e sulle rispettive responsabilità e votò conformemente all’errore.
Per parte mia sin dal primo iniziarsi della discussione, il 21 febbraio, con quanta più forza potei, all’annunzio di certe cospirazioni e di certi pericoli, gridai: È falso! È falso! È falso! E l’on. Crispi allora solennemente affermò che c’erano documenti, che avrebbero schiacciate le mie affermazioni!
I primi atti, le prime parole e i primi scritti dell’on. Crispi—che M. Imbriani nella discussione delle leggi antianarchiche paragonò al convenzionale Fouchet—dimostrarono che egli si era posto su di una china pericolosa, che doveva percorrere intera, procurandogli le più amare ed incontrastabili smentite, più che dagli avversarî, dalle risultanze dei processi e dai fatti indiscutibili.
CRISPI E LA SUA VIOLENZA
La violenza del linguaggio e la esagerazione iperbolica cominciarono a far capolino nella relazione dell’on. Crispi, che precede il decreto di proclamazione dello Stato di assedio, nella quale è detto: i moti furono provocati da gente dedita ad ogni sorta di delitti; saccheggi, incendî, rapine si commisero in QUASI TUTTI i comuni dell’isola. Poi, considera Molinari e Lombardino come esseri inferiori a Ninco-Nanco ed a Cipriano La Gala. E supera qualunque aspettativa quando ad un delicato appello d’Imbriani al suo cuore di padre in favore di Maria De Felice, risponde: quella è la figlia di un malfattore! La Camera riverente, per non dire servile, verso il presidente del Consiglio rimase profondamente addolorata di questa risposta... inqualificabile, e consentì, a proposta di Cavallotti, ch’essa venisse cancellata dal resoconto ufficiale: la massima censura che può infliggersi ad un oratore e che venne inflitta all’on. Crispi; il quale voleva esser punito più severamente dall’on. Agnini, che si oppose alla proposta Cavallotti, chiedendo che rimanesse constatata nel processo verbale, ad edificazione dei posteri, la frase che disonorava soltanto chi l’aveva pronunziata.
CRISPI E LE SUE TEORIE
A questa violenza—che non è energia—e scorrettezza di linguaggio dell’on. Crispi, fece degno riscontro la enunciazione di certe teorie illiberali e di certe proposizioni, che dovettero sorprendere e addolorare gli uomini di scienza e di cuore. Dopo avere affermato—contro le leggi—che c’è il diritto al ricorso per le sentenze dei Tribunali militari in tempo di guerra, immemore del biasimo che colpì l’on. Nicotera per avere indicato l’articolo del Codice penale che i magistrati avrebbero potuto applicare pei fatti del 1º maggio 1891, augurò, egli, Presidente del Consiglio, che la Suprema Corte di Cassazione respingesse i ricorsi, esercitando con ciò la più aperta pressione sull’animo dei magistrati, che docilmente respinsero. Nel Re riconobbe il diritto illimitato di proclamare lo Stato di assedio in forza dell’art. 5º dello Statuto, che gli conferisce il diritto di dichiarare la guerra....!
Pose le colonne d’Ercole alla evoluzione politica, annunziando che al di fuori delle attuali istituzioni non c’è che l’anarchia o il dispotismo. E arrestò la evoluzione economica e chiuse autorevolmente ogni dibattito scientifico affermando che abolito il feudo e soppressi i fidecommessi la proprietà è legittima.—legittimità da lui stesso poi violata colla proposta di legge sui latifondi di Sicilia—Che il socialismo moderno ha elevato a scienza il diritto della spoliazione e che il concetto dello stesso socialismo si avvicina al delitto. Vero è che parlando in tal modo egli alludeva al socialismo della piazza, ma nessuno potè sapere come distinguerlo da quello di Marx e dall’altro più temperato da lui stesso preconizzato nel discorso di Palermo del 1886.