NON C’È CHE LA “DOTTRINA„ DI A. FORTIS
La conclusione sorprese, e tutti—compresi i suoi intimi—si domandarono la ragione del discorso. Si avrebbe potuto cercarla nel livore contro qualche collega suo e contro alcuni organizzatori dei Fasci suoi nemici politici e personali; ma escludendo pure questi moventi non belli si può ammettere che l’onorevole Nasi fu spinto a parlare dal desiderio di lanciare qualche freccia all’indirizzo dell’on. Crispi, e dall’altro non meno ardente di difendere l’antico ed amato ministero dell’on. Giolitti, e sopratutto fu mosso dalla patriottica e generosa preoccupazione di annunziare alla Camera che ai mali d’Italia—e forse dell’umanità—non c’era che un rimedio, uno solo: la dottrina di Alessandro Fortis!
All’annunzio di tanta scoperta tutti richiesero quale fosse la dottrina di Alessandro Fortis, la modestia del quale venne offesa specialmente perchè egli non ricordò di averne formulata mai alcuna sua propria, e che se per sua dottrina volevano prendersi gli accenni simpatici al socialismo di stato, fatti in momenti di espansione a Bologna o altrove, non potevasi e non dovevasi sospettare che tali accenni costituissero la sua dottrina, poichè egli si era affrettato a ripudiarli coi discorsi alla Camera e specialmente coi voti dati, coi fatti.
L’AUTOFAGISMO DELL’ON. NASI
Comunque, le congratulazioni all’on. Nasi furono grandi nella Camera e in certa stampa pel successo del suo discorso, e fu notevole poi la lode rivoltagli dall’on. Comandini, che rapito dal discorso ammirò oltre ogni dire il coraggio dell’oratore. Oh! se ce ne volle del coraggio a dire tutto quello, che disse...... Ma le congratulazioni pel coraggio all’on. Nasi resero più amare le critiche, non degli avversarî politici, ma degli amici; perciò da uomo che non voleva procurarsi la nomea di peccatore ostinato, nella seduta del 2 marzo, a meno di otto giorni di distanza, rimangiò le precedenti denegazioni, facendo precedere l’atto di autofagismo da questa dichiarazione, che lascia perfettamente intendere che io non ho di una linea esagerata o alterata la impressione che ricevette la Camera dal suo discorso:
«È troppo facile e vecchio argomento di polemica quello di attribuire ai propri avversari opinioni, che non hanno manifestato od assurdità, di cui non sarebbero capaci.»
«Io non ho negato nulla, non ho detto che in Sicilia non ci sia la miseria: non ho detto che non ci siano gli abusi municipali; non ho detto che in Sicilia non vi sia una questione dei tributi locali, o di contratti agrari. Gli onorevoli Comandini, Farina, San Giuliano e Sant’Onofrio, potevano quindi dispensarsi dal manifestare un dissenso, che è fondato sopra un semplice malinteso.»
«Il malinteso deriva da ciò, che essi hanno esaminato la questione in modo analitico: ed in molti loro giudizi io consento.»
«Io ho posto a base del mio ragionamento un concetto logico generale, che è il seguente: se c’è una questione siciliana, è necessario che essa abbia cause speciali del luogo. Ho distinto perciò le cause efficienti dalle condizionali.»
Egli fece molte sottili distinzioni in seguito; ma come si potè vedere continuò a denegare che una quistione siciliana ci fosse. Ma sia lode alla sua rettitudine: egli non persistette neppure in questa denegazione, che dovette pesargli sulla coscienza per ben lunghi quattro mesi, e perciò il 5 luglio interroga solennemente il ministro dell’interno per sapere se, come e quando intendeva provvedere ai bisogni della Sicilia, ritenendo che fosse necessaria una parola del governo prima che la Camera si separasse....