Egli è che il giorno in cui quel fido compagno della contadina viene ammazzato, nella sua casa c’è gran festa: se ne mangia la testa, se ne mangia il fegato, se ne mangiano i piedi bolliti e il sangue coagulato e se ne regala anche ai vicini; e ciò non capita che una volta all’anno. Di più colla vendita del resto la buona donna vede ricompensate le cure e le fatiche sue di un anno ricevendo dal macellaio, le trenta, le quaranta lire, che costituiscono la grande risorsa della famiglia, e colle quali provvede quasi sempre ai vestiti.
Ma la scienza, la civiltà, l’igiene cominciano già a privare molte di queste povere famiglie di contadini della risorsa, per loro grande, dello allevamento del maiale! Gli agenti del municipio danno la caccia a questi compagni di Sant’Antonio, che altra volta passeggiavano liberamente per tanti paeselli della Sicilia. L’igiene e la decenza vi guadagnano di sicuro; ma nel bilancio del disgraziato contadino spunta il deficit. Così la civiltà gli si affaccia come una sventura e le guardie municipali, che adempiono al proprio dovere, gli divengono invise e gli riescono addirittura odiose se sono costrette a multarlo.[18]
Nelle zone zolfifere, il proletariato agricolo aveva una grande risorsa nei figli: un paio, gli procuravano circa due lire al giorno lavorando da carusi nella miniera, oltre lo anticipo da 50 a 150 lire, che ricevevano per una volta sola come si sa. Ora questa risorsa viene meno per la depressione dell’industria zolfifera.
SEMPRE LA MISERIA
La misera condizione dei lavoratori della terra non è una constatazione da sentimentalisti; ma venne riconosciuta da persone insospettabili di esagerazione pel partito in cui militano, per le cariche che occupano, per la loro condizione sociale e per l’antagonismo in cui taluni si trovano coi capi del movimento socialista. Tale misera condizione non venne attenuata in alcun modo al Rossi della Tribuna dal Cav. Masi, consigliere provinciale di Piana dei Greci, dal Baronello Bartoccelli e dal Cav. V. Falcone, sindaco di Canicattì—entrambi ricchissimi proprietarî—e da altri ricchi proprietarî a Casteltermini e altrove. È importante il giudizio del Masi e del Falcone perchè entrambi sono al potere e non sono mossi da una qualsiasi ambizione da soddisfare. La condizione dei lavoratori della terra venne riconosciuta tristissima, qual’è, da quanti visitarono la Sicilia negli ultimi tempi e fu efficacemente descritta dagli onorevoli Comandini, Farina, Plebano e dal Borelli del Popolo Romano, che pur militano in partiti politici diversi e non sono mossi nè da passioni, nè da interessi locali. L’on. Plebano, in ispecie, rimase impressionatissimo dalla miseria di Piana di Greci e per miracolo non incoraggiò i fieri contadini alla rivolta. Non pochi ufficiali dell’esercito al Rossi, della Tribuna, a me stesso e ad altri dichiararono, che si sentivano assai a disagio trovandosi distaccati in certi paesi per prestare manoforte ai prepotenti iniqui contro i poveri oppressi! Tanta ineffabile miseria dei lavoratori della terra, infine, in occasione degli ultimi moti, oltre che dai cennati uomini politici e pubblicisti, che poi, per qualche ragione potrebbero anche essere giudicati sospetti, venne riconfermata da scrittori, che vivono al di fuori della politica e dalle tendenze diverse; tra i quali mi piace ricordare il più volte citato Cavalieri e Monsignor Isidoro Carini, l’illustre Bibliotecario del Vaticano che tanto ama la sua isola natìa e ch’è legato da particolare amicizia coll’on. Crispi. E adesso qualche parola sulle abitudini e sul carattere morale dei contadini.
I CONTADINI DI SICILIA
Ai contadini della Sicilia si può applicare benissimo ciò che scienziati e romanzieri hanno scritto di quelli degli altri paesi. L’abate Roux dice: «il campagnuolo è troppo fanciullo per non essere mentitore; vive ancora sotto la legge del timore e la legge di amore è per lui lettera morta; non ama le cose e le persone che per l’uso, che può farne.» (Pensèes. Parigi 1885). Il Prof. Lacassagne paragonando la criminalità delle città e delle campagne aggiunge: «il contadino è egoista, diffidente, vendicativo, perchè egli ha poche relazioni sociali; le sue occupazioni monotone e ripetute gli creano un certo stato di automatismo; d’onde il suo spirito lento e stretto.» E le passioni, i difetti, i pregi del contadino descritto da Zola nella Terre si potrebbero attribuire a quello di Sicilia.
LA MAFIA
I BRAVI
Ciò che caratterizza maggiormente il lavoratore della terra nell’isola è la sobrietà. «Il Siciliano—dice il generale Corsi—è molto sobrio nel mangiare e nel bere; lo sono allo estremo i contadini che si nutrono di vegetali e bevono acqua» (Sicilia, pag. 266). Infatti, di raro assai mangiano carne; il pane e le verdure cotte sono i loro cibi ordinarî, non frequentano caffè o bettole, non bevono vino se non quando lo ricevono lavorando come parte del salario (almeno dove prevale il latifondo); vestono dimessi e con abiti dal taglio speciale, molto vario da contrada a contrada, caratteristico; amano moltissimo le feste religiose, nelle quali le scene di superstizione e di fanatismo dipinte nel Voto del Michetti si alternano con veri baccanali. Il contadino, casalingo, ospitale, geloso della sua donna, che spesso gli prepara i tessuti, che servono per i suoi vestiti (specialmente la tela di lino o di cotone e il tessuto di lana nera, chiamato abbracia—albagio—un poco più grossolano di quello che si fabbrica in Sardegna) si rassegna facilmente alle sofferenze materiali e la miseria sola, come bene osserva il La Loggia, non avrebbe potuto farlo muovere! L’analfabetismo domina nelle campagne della Sicilia, i cui abitatori—meno quelli della Conca d’oro—non commettono in generale frequenti reati di sangue e sono dediti invece ai furti campestri ed all’abigeato. La mafia trova numerosi e pericolosi affiliati nelle campagne dei dintorni di Palermo; ben rari altrove. Quelli, però, tra i contadini, che si elevano al grado di campiere o di soprastante e che hanno l’ufficio di garantire gl’interessi del grande proprietario nel latifondo divengono di ordinario la quintessenza dei mafiosi pel loro coraggio, per la rigorosa osservanza del codice dell’omertà, per l’assenza completa di scrupoli nel prestar mano a briganti e malandrini, nel farla da manutengoli, nel tirare una schiopettata ad un nemico, ad un disgraziato, che ne ha offesa la suscettibilità morbosa. Insomma campieri e soprastanti spesso sono una edizione riveduta e peggiorata degli antichi bravi. Non fecero mai parte dei Fasci anzi rimasero sempre ai servizî dei loro più accaniti nemici, i quali scandalizzati, denunziavano i Fasci, come covi di malfattori perchè avevano accettato come socio qualche ammonito, più vittima dell’ambiente sociale, che vero delinquente come la massima parte dei più pregiati tra i loro fidi![19].